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La
battaglia parte dalle scuole
La
campagna contro il fumo, per sensibilizzare i cittadini sui pericoli
che esso comporta, insieme con il divieto di fumare nei locali pubblici,
compresi bar e negozi, ha dato alcuni frutti.
A parte le
statistiche ufficiali, la nostra Associazione, che da dieci anni compie
opera di prevenzione tumorale nelle scuole di Torino e provincia, ha
constatato che gli incontri con gli studenti (scuole medie superiori e
terze classi delle medie inferiori) si sono fatti col passare del tempo
più consapevoli, più “ragionati”. Ma si è anche constatato che restano
alcune aree di diffuso disinteresse, le cui origini spesso vanno fatte
risalire alla famiglia. In alcune risposte date dai ragazzi in un
questionario che viene distribuito al termine di ogni incontro, vi sono
risposte che confermano questa ipotesi.
Una studentessa
afferma: “Sono preoccupata per la mia salute, io non vorrei fumare e non
fumo, ma fumano entrambi i miei genitori e non riesco a farli smettere”.
Un altro studente soggiunge:”E’ difficile non fumare quando l’esempio ti
viene dato tutti i giorni in casa”.
La famiglia, dunque.
Perché l’esempio adulto conta. E i ragazzi esposti al fumo passivo fin da
piccoli – dicono gli esperti – “ereditano” il vizio con maggiore
frequenza. Se in famiglia non fuma nessuno, su 100 ragazzi solo 15,5
consumano sigarette. Se invece entrambi i genitori sono fumatori abituali
la percentuale aumenta di oltre 20 punti, arrivando al 35.4. Restando alla
nostra campagna di prevenzione nelle scuole – giunta nel 2006 oramai al
decimo anno e che ha coinvolto finora oltre 18 mila individui tra studenti
e insegnanti – c’è un’altra conferma dell’importanza dei comportamenti
familiari.
Alla domanda “A casa
si discute di malattie e di prevenzione?” quasi la metà (45,5%) ha
risposto no, un altro preoccupante 12% ha risposto raramente, mentre il
restante 42,5% ha risposto affermativamente. Così anche i ragazzi non ne
parlano molto fra di loro: il 35% spesso, l’11% raramente, il 54% mai.
Interessanti anche
la domande poste dai giovani direttamente ai medici. Domande che, nella
maggior parte, riguardano il fumo e i polmoni.
Qualche esempio.
Quanto indice il fumo passivo sul cancro al polmone? Fa male una
radiografia annuale ai polmoni? E nelle risposte al questionario chi
indica che vorrebbe approfondire l’argomento, nella maggior parte dei casi
parla di problemi di fumo o di cancro orale.
Negli incontri dei
medici con gli studenti si trattano tutti i tipi di tumori, non solo
quello ai polmoni, anche se di gran lunga ritenuto più interessante da
tutti i ragazzi. Spulciando tra le tante domande, si nota no ancora: E’
pericoloso usare i telefoni cellulari? I raggi delle lampade solari sono
dannosi? Un tatuaggio può provocare problemi in futuro? La dimensione del
seno può influire sull’eventuale insorgere del tumore? Qual è
l’esposizione massima al sole che non fa male? Oltre al fumo e all’alcol,
quali sono i fattori di rischio per i tumori al cavo orale? Chiacchierando
con ragazzi e ragazze al termine degli incontri si sentono affermazioni
categoriche “Farò subito delle visite preventive”, “Manderò mia madre alla
visite del sabato mattina”, o generiche promesse: “Farò al più presto una
visita preventiva”, “Cercherò di smettere di fumare”. (Però poi, appena
fuori dalla scuola, molti, troppi studenti aprono il pacchetto e si
accendono una sigaretta).
In sostanza,
comunque, e al di là di qualche momento di sconforto dei numerosi
volontari che organizzano e seguono questi incontri, e che vorrebbero
vedere subito i risultati del loro lavoro, si nota una sempre maggiore
attenzione dei giovani verso il fenomeno della prevenzione nelle malattie
tumorali. Lo confermano alcuni dati forniti dalle statistiche elaborate
sui questionari compilati nella campagna 2005-2006, terminata a maggio
(3800 questionari distribuiti ad altrettanti studenti, 1294 compilati ed
esaminati).
Alla domanda
“L’incontro ti è parso utile e interessante il 94% ha risposto si. Alla
domanda “Gli argomenti risono parsi interessanti (85% si), noiosi inutili
(11% si), difficili (4% si). La domanda successiva , e le relative
risposte, possono dare adito a qualche perplessità. Infatti, se l’85%
ritiene utili questi incontri, perché soltanto il 38% ritiene utile
approfondire gli argomenti? Può suonare un vanto per i nostri
organizzatori, perché potrebbe significare che il 62% che non vuole
approfondire è rimasto soddisfatto dall’esposizione. Forse varrebbe la
pena chiarire questo dubbio.
Livio Burato |