| Gabriel Nikundana, giornalista della radio
Bonesha Fm a Bujumbura, e collaboratore da diversi anni di Volontari per lo Sviluppo,
vive e lavora in un paese dilaniato dall'ottobre '93 da una sanguinosa guerra civile.
L'esercito regolare combatte contro l'Fnl, il fronte nazionale di liberazione, che ha le
sue basi in Tanzania e Repubblica democratica del Congo. Nell'agosto 2000 è stato firmato
un accordo quadro ad Arusha, che però non ha coinvolto tutte le parti in conflitto. Da
novembre 2001 è salito al potere un governo di transizione (che prevede 18 mesi di
governo con presidenza hutu e vicepresidenza tutsi, quindi l'avvicendamento), che dovrebbe
portare a nuove elezioni nel 2004. Ma gli scontri continuano. In questo scenario di guerra, Gabriel racconta i pericoli e le difficoltà che quotidianamente corrono i giornalisti nel suo paese. |
Nel corso della mia vita professionale ho avuto un'amara esperienza di detenzione.
Tutto cominciò nel mese di marzo del 2001, dopo che riuscii a intervistare per telefono
il portavoce dell'Fnl (Fronte nazionale di liberazione), Anicet Ntawuhiganayo, mentre il
suo movimento assediava i quartieri della zona di Kinama, a nord-est di Bujumbura. In
quell'intervista, Anicet Ntawuhiganayo mi raccontava le condizioni poste dal suo movimento
per partecipare al processo di pace di Arusha. Due giorni dopo, la Documentation nationale
(Guardia presidenziale) si è messa sulle mie tracce.
Il primo week-end del mese di marzo, due agenti sono venuti a cercarmi negli uffici di
radio Bonesha Fm, ma io ero già uscito dopo aver presentato la prima edizione del
mattino, in onda alle 7,15. I miei colleghi mi hanno immediatamente avvertito, e io mi
sono nascosto perché, per tradizione, in Burundi essere arrestati durante il week-end è
sinonimo di disgrazia.
Pochi giorni dopo, lunedì 13 marzo, tre agenti della Documentation nationale mi hanno
sorpreso in casa. Era mattina presto, mi accingevo ad andare al lavoro. "Il nostro
direttore ha bisogno di lei con urgenza" mi ha intimato uno dei tre agenti mentre
varcava la soglia della mia camera da letto. Ho capito immediatamente di cosa si trattava.
Sono riuscito ad avvisare telefonicamente i miei colleghi, prima che mi requisissero il
cellulare. Non ero più libero.
Seduto sul sedile posteriore dell'autovettura della polizia, stretto fra due agenti
armati, sono stato trasportato verso la prigione che si trova in pieno centro della
capitale Bujumbura, dietro lo Stato maggiore generale dell'esercito burundese.
Ho trascorso tutta la mattina su una sedia sistemata nel cortile della prigione, in
pieno sole. E' una prassi tristemente nota a Bujumbura per le persone in attesa
dell'interrogatorio. Molto più tardi, a fine giornata, sono stato condotto davanti ad
alcuni funzionari di polizia. Non conoscevano nemmeno le ragioni del mio arresto.
Continuavano a interrogarsi tra loro riguardo la legge burundese sulla stampa. Non
sapevano a cosa appellarsi. Ora ero accusato di aver fatto propaganda per il nemico in
tempo di guerra, ora di essere venuto meno alla deontologia professionale.
Il procuratore della Repubblica presso il municipio di Bujumbura, François Ndayiragije,
è venuto a dare man forte alla squadra di ufficiali incaricati dell'interrogatorio. E'
stato il giorno più lungo. Non mi hanno dato niente da mangiare. Nel corso della giornata
ho dovuto rispondere a più di 90 domande, mentre mi facevano riascoltare continuamente
l'intervista che avevo fatto al portavoce dell'Fnl. Uno degli agenti che assisteva
all'interrogatorio continuava a ripetere: "Questo la manderà in galera per sei
anni". Era terrorismo psicologico puro e semplice.
Il terzo giorno di reclusione, un agente della prigione aveva addirittura vietato a
chiunque di portarmi del cibo: questo gesto, purtroppo frequente nelle prigioni burundesi,
ha fatto sì che uno dei responsabili in città dell'Ufficio per i diritti dell'uomo,
Oumar Mba, si interessasse al mio caso. Ha formalmente avvertito i responsabili della
Documentation nationale che ciò che mi stavano facendo era inaccettabile e che un simile
incidente non doveva ripetersi.
Nonostante la buona volontà, dopo l'intervento dell'Ufficio per i diritti dell'uomo
l'interrogatorio è diventato ancora più duro. Le sedute duravano ore ed ore. Avanzavano
sempre più insistentemente accuse di collaborazione con i ribelli. Io non smettevo di
protestare.
Nel corso della mia detenzione, se è vero che non sono mai stato picchiato, le condizioni
igieniche erano terribilmente carenti. La prigione non ha tegole, e quando pioveva si
formavano pozzanghere d'acqua all'interno della cella. Ero divorato dalle zanzare e
costretto a dormire per terra perché non c'era nemmeno una branda.
L'ultimo giorno di prigionia, sono stato convocato dal colonnello Martin Nkurikiye,
l'amministratore generale della Documentation nationale. "Per te è finita" mi
ha detto. In effetti Nkurikiye, senza giri di parole, mi informò di quale sarebbe stato
il mio destino se per disgrazia fossi stato di nuovo arrestato.
Dopo quest'incontro, che non riuscivo più a sostenere a causa della stanchezza,
l'ufficiale incaricato della mia pratica ha preteso che pagassi una multa di 100.000
franchi burundesi, l'equivalente di 100 dollari americani. Mi hanno rilasciato una
ricevuta. Su c'era scritto: "Collaborazione con il nemico". Nonostante la
stanchezza ho provato a protestare, ma invano.
Nel gennaio 2001, ho rischiato di essere nuovamente arrestato dalla stessa polizia
presidenziale, la Documentation nationale.
Qualche mese prima, a novembre, stavo svolgendo un'inchiesta sulla scomparsa del
rappresentante dell'Organizzazione mondiale della sanità in Burundi, il Dottor Kassy
Manlan. Saltò fuori che molte persone sospette, incarcerate in diverse prigioni di
Bujumbura, avrebbero subito torture. Dato che ero riuscito a vedere con i miei occhi una
delle persone arrestate, che era stata atrocemente torturata, feci un reportage
denunciando queste pratiche criminali.
Pierre Ngendakumana, lo sfortunato protagonista della vicenda, era ricoverato all'ospedale
Prince Régent Charles di Bujumbura, camera 6, e aveva diverse cicatrici su tutto il
corpo. Sottoposto a fleboclisi, parlava a fatica, ma riuscì a dirmi che era stato
torturato di notte in una prigione della Documentation nationale. Il suo corpo era
circondato da un nugolo di mosche.
La mia conversazione con il povero Pierre Ngendakumana durò meno di due minuti, poiché i
gendarmi in uniforme e fucili a tracolla che piantonavano la camera fecero subito
irruzione, maltrattandomi e trascinandomi fuori. Poi, non contenti, i due gendarmi si
impossessarono con la forza dei miei documenti d'identità e del mio tesserino
professionale.
Il reportage è stato trasmesso sulle frequenze della Radio Indépendante Bonesha Fm nelle
edizioni serali. Quello stesso giorno, Pierre Ngendakumana è stato trasferito
all'ospedale militare di Kamenge, lontano da cronisti e curiosi. Il mattino seguente la
Documentation nationale era nuovamente sulle mie tracce, come pure il distretto di
Bujumbura. Entrambi mi invitavano a presentarmi il più presto possibile presso i loro
uffici. Mi sono nascosto per due settimane, nel corso delle quali il direttore di radio
Bonesha Fm è riuscito a recuperare i miei documenti.
La situazione oggi continua ad essere difficile: riceviamo spesso telefonate anonime
cariche di minacce, quando un'informazione non riscontra l'approvazione del tal gruppo.
Alcuni uomini politici chiedono perfino che certi servizi non vengano trasmessi.
Proprio nelle ultime settimane, un nuovo consigliere incaricato della comunicazione presso
la Presidenza della repubblica del Burundi, Marcien Barakana, continua a telefonare alla
redazione della radio chiedendo di censurare i servizi che lui definisce
"inaccettabili".
Ma noi non siamo disposti a cedere.
Gabriel Nikundana
Traduzione di Giovanna Eusebio
Volontari per lo sviluppo -
Novembre 2002
© Volontari per lo sviluppo