di Silvia Pochettino
"Il nostro no alla guerra, in particolare alla guerra preventiva contro l'Iraq, è
secco e incondizionato", questo il centro dell'appello lanciato dalle 56 ong di
Volontari nel mondo-Focsiv, la federazione degli organismi di volontariato internazionale
cristiano, riunitisi a Riccione dal 4 al 6 ottobre, in occasione dei trent'anni dalla
nascita della federazione. "La pace è l'unico nome possibile dello sviluppo. La fame
e la povertà non sono l'effetto di conflitti, spesso ne sono la causa" denuncia
l'appello, che richiama l'attenzione sui 142 conflitti in corso nel mondo, spesso
totalmente dimenticati dai media. E continua: "La guerra - e soprattutto quella
preventiva - è esplicitamente vietata dalla Carta delle Nazioni Unite e dal diritto
internazionale [...] Per garantire la pace è necessario rafforzare una politica di
giustizia, sviluppo e rispetto dei diritti umani. Tutto ciò deve essere fatto soprattutto
dai popoli dei paesi più industrializzati".
A pieno titolo le associazioni di volontariato internazionale si pronunciano sulle crisi
attuali: "Non per ideologia - spiega il presidente della Focsiv, Agostino Mantovani -
ma forti delle esperienze concrete, raccolte in questi trent'anni dai 14 mila volontari
che hanno lavorato in oltre 70 paesi del Sud del mondo, molti dei quali in guerra".
Proprio il tema della pace è stato al centro dei tre giorni intensi di confronto degli
operatori e dei volontari delle ong cristiane, organizzato insieme alla Caritas italiana e
alla Conferenza episcopale italiana. "Il percorso che accomuna la Focsiv, l'Ufficio
per la cooperazione missionaria e la Caritas riguarda i problemi operativi della pratica
quotidiana nell'incontro con i poveri sia al Sud del mondo sia qui da noi - sottolinea
Mantovani - La cooperazione e il dialogo interreligioso sono in grado di compiere
autentici miracoli, compreso quello di allontanare i conflitti".
E dalla Conferenza episcopale arriva un forte riconoscimento dell'identità del
volontariato internazionale, non solo con la solidarietà dei numerosi vescovi presenti,
ma anche con l'approvazione della nuova Convenzione per il laicato missionario, presentata
in quella sede, che prevede da parte della Cei la copertura assicurativa e previdenziale
per un certo numero di volontari.
Anche il governo italiano fa la sua parte, con la presenza del Ministro Iannucci della
Direzione generale degli Affari esteri, e la targa di riconoscimento inviata dal
presidente Ciampi. Ma "alle promesse vane del presidente Berlusconi su un rilancio
della cooperazione anche come strumento di prevenzione dei conflitti e del terrorismo, non
ha fatto seguito alcuna scelta nella legge finanziaria" ricorda al ministro Sergio
Marelli, direttore generale della Focsiv.
Recuperare le radici, per inventare strade nuove di presenza nell'oggi, è stata la sfida lanciata dai numerosi relatori e gruppi di confronto che si sono susseguiti durante i lavori. E l'idea originaria del volontariato internazionale cristiano è stata ben raccontata da una parafrasi del testo evangelico, fatta da Gianfranco Cattai, già direttore Focsiv: "se il buon samaritano avesse incontrato sulla propria strada non uno, ma moltissimi viandanti da aiutare avrebbe dovuto organizzarsi in qualche modo, magari acquistare un carretto per trasportare tutti quei bisognosi, fare un accordo con la locanda per avere posti fissi di accoglienza, mettersi d'accordo con altri samaritani per raccogliere i viandanti su altre strade. In un secondo tempo, chissà, i samaritani insieme avrebbero potuto far presente al governo locale la pericolosità delle strade, ecc.". Il messaggio è chiaro: la carità cristiana, che affonda le sue radici nel Vangelo, diventa anche capacità di lavoro comune e quindi di azione politica. Sono lontani i tempi in cui i volontari semplicemente partivano per i paesi poveri con il loro bagaglio di buona volontà. Qualcuno anche li rimpiange, sottolineando i pericoli di un'eccessiva burocratizzazione. Ma la grande capacità del volontariato internazionale è proprio quella di evolvere, di tenersi al passo con i cambiamenti epocali. Piccole organizzazioni, con tutti i limiti delle piccole realtà, hanno mantenuto l'elasticità che permette di cambiare, riconvertirsi e inventare strade diverse. Come quella della cooperazione decentrata, nuovo nome della partecipazione, di cui le ong possono essere punto di riferimento e stimolo. "Essere "dinamizzatori" di relazioni" sostiene Cattai, "non fare solidarietà internazionale in una nicchia felice, ma nella quotidianità, dentro le diverse professioni, mettendo in contatto enti locali, aziende e artigiani del Nord e del Sud del mondo. Diventando riferimento per il proprio territorio".
O ancora come un'altra recente strada imboccata dalle ong, che al lavoro concreto nei
paesi poveri e sul proprio territorio in Italia affianca l'azione di lobby nei confronti
delle grandi organizzazioni internazionali in occasione di Vertici e Summit mondiali.
Lavoro eminentemente politico. "Se aiuti un povero sei un santo, ma se spieghi
perché un povero è diventato tale, sei un comunista" ricorda Felice Rizzi, già
presidente Focsiv dal '78 all'87, riprendendo la frase di Elder Camara. In altre parole:
"La trappola del nostro agire è considerare la solidarietà un obiettivo - chiarisce
Sergio Marelli, direttore Focsiv - la solidarietà è solo uno strumento, l'obiettivo
resta la giustizia sociale, da ottenere attraverso regole eque, uguali per tutti, che
vincolino i meccanismi dell'economia internazionale". Ed esempi di queste azioni ce
ne sono molti, come la recente campagna per l'annullamento dei debiti delle nazioni
povere, condotta insieme alla Chiesa italiana, che ha portato a firmare in Italia una
delle leggi più avanzate in Europa in materia di debito, o quella per la Tobin tax, la
tassa sulle speculazioni finanziarie, di cui la Focsiv si è fatta per prima promotrice in
Italia, o ancora la grande campagna di informazione sul commercio equo e solidale,
lanciata quindici anni fa proprio dagli organismi di volontariato internazionale e oggi
portata avanti con risultati notevoli da cooperative e associazioni specializzate nel
settore. Ma trasformare la carità in politica non è semplice, e proprio su questo si
dibatte nella tavola rotonda tra i quattro ex presidenti della Federazione e il presidente
in carica. "Facciamo attenzione che il lavoro di rappresentanza presso le
organizzazioni internazionali, la lobby e l'advocacy, rischiano di
produrre logiche proprie, funzionari che non hanno più rapporto diretto con i
poveri" avverte Luca Jahier, già presidente Focsiv dal '93 al '99 "La
caratteristica che ci rende qualificati per parlare a nome dei poveri è il nostro
lavorare con loro tutti i giorni, altrimenti non c'è differenza tra noi e una canzone di
Jovanotti".
Ecco riproposta la sfida: saper trattare con i ministri senza mai smettere di zappare la
terra con i contadini, perché senza uno dei due termini la solidarietà è monca.
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Parla John Kamonga, tanzaniano, collaboratore del CefaQuesto penso dei volontari italiani"Ho conosciuto tantissimi volontari italiani in Tanzania e ho capito che anche loro prima di tutto sono semplicemente uomini, con le debolezze e i lati positivi di ogni uomo" esordisce John Kamonga, tanzaniano, dall'85 collaboratore del Cefa di Bologna a Matembwe. "Negli anni però ho notato grandi cambiamenti. Oggi i volontari fanno più fatica, c'è meno capacità di adattarsi". I motivi? "I progetti sono più complessi, ma anche le aspettative delle persone che partono sono molto più forti. La società tende a produrre uomini "efficientisti", che puntano molto al successo personale e i volontari non ne sono esenti. Per cui sono più soggetti a crisi quando sembra loro di fallire". L'aspetto più difficile del rapporto? "La scarsa capacità di ascolto dei problemi" Il più positivo: "L'accresciuta professionalità e la disponibilità a condividere, imparare la nostra lingua". Secondo John esiste comunque un valore aggiunto del volontario straniero: "Diventa un punto di riferimento particolare per la società locale, più significativo per il messaggio di gratuità che porta con sé. Nella società tanzaniana, fatta di famiglie estese, c'è molta solidarietà, ma si limita all'interno della famiglia, o al comune di appartenenza. Non si è abituati a superare i confini del proprio territorio. Proprio questo fanno invece i volontari, e io credo che l'epoca del volontariato abbia cambiato la visione dell'europeo da parte degli africani". S.P. |
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Volontariato internazionaleUn secolo di conquiste civili
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Volontari per lo sviluppo -
Novembre 2002
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