di Carlo Gubitosa
Ogni epoca ha la sua tecno-religione. La storia dell'homo sapiens è iniziata con l'adorazione del fuoco, Isaac Newton credeva che con le leggi della fisica sarebbe riuscito a spiegare l'universo, Adam Smith ha idolatrato le leggi dell'economia, Henry Ford ha consegnato all'Europa del '900 la fiducia nel potere benefico dell'industria. Oggi il nuovo volto del positivismo tecnologico, che si nasconde dietro la seducente maschera di Internet e delle tecnologie dell'informazione, ha un nuovo profeta: Silvio Berlusconi, pronto a scommettere che con i computer si potranno risolvere i problemi del mondo. Come ogni profeta che si rispetti, Berlusconi ha i suoi seguaci, tra cui Antonio Palmieri, responsabile nazionale del dipartimento innovazione di Forza Italia, che nell'aprile 2002 ha affermato senza mezzi termini che chi si oppone all'iniziativa "e-government per lo sviluppo" del governo italiano "è oggettivamente un alleato della povertà".
Il "governo elettronico" (e-government) che il governo Berlusconi vuole
impiegare per lo sviluppo dei paesi impoveriti, è una ricetta presentata per la prima
volta ufficialmente durante la Conferenza internazionale "E-government per lo
sviluppo", che si è svolta a Palermo nell'aprile 2002, e riproposta senza troppe
variazioni durante il summit di Johannesburg. Si basa su un principio fondamentale: i
paesi poveri sono poveri perché i loro governi sono corrotti, e l'efficacia delle nuove
tecnologie è in grado di vincere il malgoverno. Perciò i responsabili di Forza Italia
dichiarano sul sito del loro partito che è necessario uno "sforzo di cambiamento
della pubblica amministrazione dei paesi in via di sviluppo. Lo scopo è di attrarre,
grazie anche all'innovazione tecnologica, maggiori investimenti e porre le premesse
indispensabili perché gli aiuti della cooperazione internazionale aumentino nel tempo, a
sostegno dello sviluppo economico dei paesi coinvolti. L'e-government cambia i processi di
governo e di gestione, rendendoli più trasparenti, controllabili ed efficienti: in una
parola, più affidabili. Una pubblica amministrazione più moderna può diventare un
potente motore di crescita per i paesi in via di sviluppo".
In questa visione del mondo Berlusconi non è solo, ma gode la compagnia di almeno altri
sette capi di Stato e di governo. Nel documento finale approvato a Genova dopo il
sanguinoso vertice G8 si legge infatti che gli otto leader includono tra le loro priorità
"la messa a punto di un piano d'azione sull'e-government come strumento di
rafforzamento delle democrazie e dello stato di diritto, che conferisce potere ai
cittadini, rende più efficiente l'offerta di servizi pubblici essenziali" (punto 22
documento finale G8). Il "gruppo degli otto", inoltre, si ripromette di
informatizzare anche il settore dell'istruzione e dell'educazione. Questi risultati sono
il frutto del lavoro di una Digital Opportunity Task Force (Dot-Force), un gruppo di
lavoro (nato in occasione del vertice G8 di Okinawa) che ha ricevuto l'incarico di
approfondire i temi delle opportunità digitali e del divario di tecnologia (digital
divide) che separa i paesi ricchi da quelli impoveriti. Viene spontaneo chiedersi
cosa si nasconde dietro tutta questa "voglia di tecnologia".
Di sicuro molti di questi processi politici sono animati dalle buone intenzioni di
qualcuno sinceramente convinto che i computer potranno risolvere i problemi di quel
miliardo di persone che non sanno né leggere né scrivere, o di quei due miliardi di
persone che non hanno accesso all'energia elettrica, o degli Stati africani che da soli
non mettono insieme tante linee telefoniche quante ne ha la sola città di New York. È
altrettanto vero, tuttavia, che dietro queste buone intenzioni si nascondono anche i
potentissimi interessi commerciali e industriali delle grandi compagnie che possiedono i
software, i computer e le linee telefoniche indispensabili per la realizzazione delle
"riforme digitali" che l'Italia sta progettando per le amministrazioni di altri
paesi.
Senza demonizzare l'intero settore commerciale dell'Ict (Information-communication
technology), una domanda va comunque posta: l'"e-government" è davvero la
necessità principale dei paesi impoveriti e dei loro abitanti più penalizzati? Nel
vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, l'Italia ha sollevato questioni centrali o ha
dato un contributo superfluo se non addirittura inutile? Per rispondere basta sfogliare le
pagine del Rapporto 2002 sullo sviluppo umano realizzato dal Programma delle Nazioni Unite
per lo sviluppo (Undp), pubblicato nel mese di luglio. Il titolo del Rapporto è "La
qualità della democrazia", e tra i principali parametri utilizzati per misurare
questa qualità non compare il livello di informatizzazione della pubblica
amministrazione, ma altri valori di riferimento, come l'accesso a una stampa libera
(negato a 61 paesi che rappresentano il 38% della popolazione mondiale), la giustizia
economica (il 72% degli utenti Internet vive in paesi Ocse ad alto reddito, che contano il
14% della popolazione mondiale), la pace e la sicurezza (Cina, Russia e Stati Uniti non
hanno ancora sottoscritto il trattato per la messa al bando delle mine antiuomo). Un altro
dato preoccupante è la partecipazione politica: che senso ha un'amministrazione pubblica
governata elettronicamente, se la partecipazione diretta alla vita delle istituzioni
riguarda un numero sempre più ristretto di persone? (Tra l'altro secondo il rapporto
dell'Undp i partiti italiani sono al secondo posto nella classifica dei più abbandonati:
gli iscritti sono diminuiti del 51,5% negli ultimi anni).
Ma allora perché tutta questa attenzione dei paesi G8, e dell'Italia in particolare,
verso l'e-government? I primi segnali di questa tendenza si erano già avuti nel '97,
quando Bill Gates, dopo aver affermato che "c'è un mercato potenzialmente enorme in
Africa", è atterrato a Johannesburg per l'inaugurazione a Soweto del primo
"villaggio digitale", un investimento di circa dieci milioni di dollari. In
questo scenario, il rischio è che lo sviluppo del Sud venga subordinato alle esigenze dei
mercati delle tecnologie dell'informazione, ormai saturi nel Nord del pianeta, e che
l'introduzione forzosa della telematica e dei nuovi media produca un flusso unidirezionale
di informazioni e tecnologie, con il Sud del mondo sempre soggetto passivo.
L'intervento di Berlusconi del 2 settembre alla conferenza di Johannesburg ha scatenato
una serie di reazioni negative. Una critica dura alle proposte di Berlusconi è arrivata
da Sergio Marelli, presidente dell'Associazione ong italiane e direttore Focsiv, secondo
il quale "il discorso pronunciato dal Presidente Berlusconi si è distinto per la
coerenza con l'ormai assodata linea del Governo italiano in materia di cooperazione
internazionale. Secondo cui i paesi poveri costituiscono per le nostre tecnologie un
mercato in cui i nostri ambasciatori devono promuovere la penetrazione commerciale
italiana. E a Johannesburg il prodotto offerto dal Capo della diplomazia italiana è il
modello informatico, che Berlusconi vuole venga imposto a tutti i paesi che vorranno
ancora chiedere aiuti ai paesi ricchi da qui ai prossimi cinque anni".
"Personalmente non ho dubbi circa la necessità di coinvolgere nella promozione di
uno sviluppo sostenibile anche le imprese e il settore profit - continua Marelli
- ritengo superficiale la posizione di chi resta convinto della fattibilità di uno
sviluppo planetario solo basato sul non profit, ma ritengo altrettanto
indispensabile che il settore imprenditoriale, per sua natura proteso alla ricerca di
interesse e di guadagno, sia inquadrato all'interno di un sistema di regole e vincoli che
ne confinino l'operato per salvaguardare il bene comune, e soprattutto le risorse del
creato e dei diritti di ogni uomo e donna del pianeta".
Chi pensa che i paesi del Sud siano l'unico terreno di conquista per le multinazionali
dell'Ict sbaglia i suoi conti. In silenzio, anche il nostro paese sta lentamente ma
inesorabilmente imboccando la strada dell'informatizzazione forzata, costellata di rischi.
Il più grosso è l'adozione di tecnologie poco resistenti ai virus, particolarmente
vulnerabili ad attacchi informatici e per di più costose come i prodotti Microsoft, che
vengono scelti non per le loro prestazioni o per la loro robustezza, ma per le spiccate
doti di marketing e la profonda capacità di penetrare nella pubblica amministrazione
dimostrate dell'azienda di Bill Gates. In questo senso l'uomo più ricco del mondo è già
riuscito a segnare un primo punto a suo favore. Assieme alla Hewlett-Packard, Microsoft ha
attivato un progetto chiamato "eGovernment Competence Center", nato per
istruire gli enti locali e le imprese che operano nella pubblica amministrazione su quali
siano le soluzioni tecnologiche ritenute migliori per seguire le linee guida del governo
nella realizzazione dei progetti di e-government. L'eGovernment Competence Center,
operativo da ottobre, si articolerà in due strutture, una a Milano e una a Roma, che
avranno il compito di proporre alle piccole e medie amministrazioni un piano formativo e
assistenza nella realizzazione di progetti basati su tecnologia Microsoft.net e sulle
soluzioni e servizi Hp.
È come se la Coca-Cola attivasse un centro di formazione gratuita, per insegnare ai
gestori delle mense scolastiche quali sono le bevande più adatte per i bambini. In questo
caso qualcuno noterebbe sicuramente l'evidente conflitto d'interessi, ma quando si passa
dall'alimentazione alla "tecno-religione" del software siamo disposti a credere
a tutto.
Il progetto non sarebbe possibile senza un forte sostegno politico, che è puntualmente
arrivato con le "Linee guida del governo per lo sviluppo della Società
dell'Informazione nella legislatura", un documento governativo datato giugno 2002 e
realizzato da Lucio Stanca, ministro per l'Innovazione e le Tecnologie. Leggendolo si
scopre l'esistenza di una categoria economica tanto inquietante quanto misteriosa: la
"finanza innovativa". Secondo il ministro Stanca, "è opportuno che le
politiche per l'innovazione Ict e lo sviluppo della società dell'informazione si
orientino anche verso l'impiego di strumenti di finanza innovativa in partnership con il
sistema privato". Sicuramente Microsoft e Hewlett-Packard hanno pienamente capito
l'importanza di questa "finanza innovativa", e tra pochi anni anche i comuni
cittadini avranno modo di verificarne le conseguenze sul bilancio dello Stato e sulla
finanza pubblica.
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E-government, una definizioneCon il termine E-government si indicano quelle pratiche e quelle soluzioni che hanno come obiettivo l'introduzione nel sistema democratico delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione (Ict). I principi che guidano questa visione della politica sono principalmente di carattere tecnico (più velocità, più efficienza, più controllo delle informazioni) e solo in alcuni ambiti le considerazioni si sono spinte fino al livello politico (decentralizzazione del potere, trasparenza della pubblica amministrazione, controllo sui bilanci e sulle spese dello stato, possibilità di consultazione di archivi e atti pubblici). Negli ultimi anni i teorici dell'e-government hanno approfondito varie questioni, tra cui l'introduzione dell'Ict nel sistema elettorale, valutando i rischi e i benefici connessi all'ipotesi di "voto elettronico", che consentirebbe delle consultazioni immediate e più frequenti. Un altro aspetto dell'e-government sul quale ci si continua a interrogare riguarda i rapporti tra il cittadino e la pubblica amministrazione, che almeno sulla carta potrebbero essere migliorati con dei "forum" telematici di discussione cittadina o con degli "sportelli elettronici" per alleggerire la macchina burocratica. |
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Mondo, chi parla?Nel cosiddetto "villaggio globale" non tutti hanno lo stesso diritto di parola, almeno per quanto riguarda le conversazioni telefoniche. La classifica dei paesi più coperti dalla rete telefonica mondiale è guidata dalla Svezia, con 682 linee telefoniche per ogni 1000 abitanti (bambini compresi). Per l'Italia questo valore scende "soltanto" a 474 linee, mentre il valore medio dei paesi con un basso indice di sviluppo umano è di 8 linee ogni 1000 abitanti. Il numero dei punti di accesso a internet (i cosiddetti "host") per migliaio di abitanti poi la dice lunga. È pari a 98 nei paesi con un alto sviluppo umano, appena 0,6 (6 host ogni 10000 abitanti) negli 84 paesi con un tasso medio di sviluppo, praticamente assenti nei 36 paesi con un basso tasso di sviluppo. Fonte: Rapporto 2002 sullo sviluppo umano, UNDP |
Volontari per lo sviluppo -
Novembre 2002
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