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In primo piano

Ribelli globali

Non si tratta più di quattro estremisti scalcagnati. Da Seattle a Praga, passando per Genova e Bologna, la contestazione contro "i grandi della terra" sta assumendo forme nuove. Agguerrite e organizzate. Si può parlare di un movimento? Chi lo compone e cosa vuole esattamente? Che relazione ha con il Sessantotto? Lo abbiamo chiesto a tre autorevoli personaggi.

Il politologo - Noam Chomsky

Una ventata di democrazia

La reazione contro una globalizzazione imposta è giusta, sostiene Chomsky, ma deve ancora migliorare strategie e organizzazione.

di David Barsamian

Parliamo di quello che è successo a Seattle nel novembre scorso, all'incontro ministeriale dell'Omc. Che significato gli attribuisce?
Penso sia stato un avvenimento molto significativo e potenzialmente importante. Riflette un sentimento ampio che è cresciuto e si è sviluppato in una vasta parte del mondo. Oggi la globalizzazione è imposta, dagli Stati Uniti innanzi tutto, e poi dagli altri paesi occidentali, mina la sovranità e i diritti democratici e fa male a molta gente. A Seattle ci sono state diverse cose interessanti. Primo, gli avvenimenti riflettevano programmi di educazione e di organizzazione molto efficienti. Secondo, la partecipazione è stata estremamente grande e varia. Gruppi che raramente erano stati legati in precedenza si sono uniti. Si è trattato di vero internazionalismo; gruppi del Terzo mondo, associazioni indigene, di contadini, di leader sindacali e altri. Gruppi con interessi diversi, ma con lo stesso modo di interpretare gli avvenimenti. È lo stesso tipo di coalizione che l'anno prima ha bloccato l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti.

Sul New York Times, Thomas Friedman ha definito i manifestanti di Seattle "un'arca di Noè di gente che crede ancora che la terra sia piatta".
Dal suo punto di vista, è probabilmente vero. Dal punto di vista dei proprietari di schiavi, la gente che si opponeva allo schiavismo assomigliava probabilmente a questo. [...] La proporzione tra i redditi medi del 5% più ricco e il 5% più povero della popolazione mondiale è passata da 78 a 1 nel 1988 a 114 a 1 nel 1993, e oggi è probabilmente ancora cresciuta. Siamo in presenza di disuguaglianze record.

Sarebbe giusto dire che nell'azione tra le strade di Seattle, mescolata ai gas lacrimogeni, c'era anche una ventata di democrazia?
Direi di sì. Una democrazia che funziona non dovrebbe aver bisogno della piazza. Dovrebbe passare attraverso i processi elettorali e di presa di decisione. La piazza è un riflesso degli attacchi alla democrazia. Ma se la reazione popolare prende una forma organizzata e costruttiva, può minare e rovesciare la spinta antidemocratica. Nei nostri paesi si pensa all'attacco contro la sovranità nazionale, ma per il resto del mondo è ben peggio. Più della metà della popolazione mondiale non ha neppure un controllo teorico sulla politica economica della propria nazione. Subisce e basta. Le politiche economiche sono dirette dai burocrati di Washington a causa della supposta crisi del debito, che è poi una costruzione ideologica, e non economica (vedi articolo "Il debito? Una costruzione ideologica", ndr).

Torniamo alle contestazioni. Vivian Stromber di Madre, importante ong di New York, dice che ci sono molte proteste, ma non ancora un movimento.
Non sono d'accordo. Per esempio, quello che è successo a Seattle era sicuramente un movimento e quello che è avvenuto a Montreal in seguito era ancora più spettacolare e chiarificatore.

Era l'incontro sul Protocollo Biosicurezza.
Se ne è discusso poco qui perché i manifestanti erano soprattutto europei. Gli Stati Uniti erano praticamente soli contro il resto del mondo a proposito di una questione fondamentale, quella del principio di precauzione. Detto altrimenti: un paese, un popolo ha il diritto di dire "non voglio essere una cavia degli esperimenti che voi state facendo"? A livello personale è permesso. Ma a livello internazionale gli Usa, centro dell'industria biotecnologica e delle manipolazioni genetiche, chiedono che la questione sia regolata dall'Omc, secondo cui i soggetti sperimentali per rifiutarsi devono fornire le prove scientifiche che la sperimentazione farà loro male. Se non le forniscono, il valore trascendente del diritto corporativo avrà l'ultima parola. È quello che Ed Herman chiama "la sovranità dei produttori".

Le questioni della sicurezza alimentare e della manipolazione genetica sembrano toccare un punto nevralgico nella sensibilità della gente. Sembrano anche attraversare quello che tradizionalmente si chiama la divisione sinistra-destra, liberali-conservatori. Per esempio, gli agricoltori francesi, notoriamente conservatori, hanno preso le armi di fronte a queste questioni, come gli agricoltori in India.
È un problema interessante da analizzare. Negli Stati Uniti c'è stata poca discussione su questo tema, e poca inquietudine. In Europa, in India, in America Latina ci sono invece grandi preoccupazioni e vive proteste popolari. Non prive di effetto. Le azioni della Monsanto, infatti, la grande corporazione che spinge sulle biotecnologie e le sementi geneticamente modificate, sono crollate in modo notevole. Hanno dovuto addirittura fare pubbliche scuse e, almeno in modo teorico, ma forse anche pratico, hanno dovuto annullare certi progetti estremi come il "gene Terminator", che rendeva le sementi sterili per far sì che ogni anno i contadini poveri dei paesi in via di sviluppo dovessero ricomprare semi e fertilizzanti dalla Monsanto stessa a prezzi esorbitanti. È abbastanza inusuale che una grande corporazione si trovi in una posizione così difficile. Senza dubbio hanno avuto grande influenza le manifestazioni, soprattutto europee.
Ma non vedo la questione come particolarmente di sinistra. A volte, come nel caso degli agricoltori francesi, è una difesa di interessi personali. Se la sinistra significa ancora qualcosa, significa prima di tutto una preoccupazione per i bisogni, il benessere e i diritti della popolazione in generale. E ci sono altre questioni che non possono essere lasciate in secondo piano.

Recita un proverbio africano: "gli attrezzi del padrone non saranno mai utilizzati per distruggere la casa del padrone". Che ne pensa?
Se s'intende dire che è inutile provare a migliorare le condizioni di chi soffre, non sono d'accordo. È vero che il potere centrale, che si tratti di una multinazionale o di un governo, non si suiciderà mai volontariamente. Ma se le persone capiranno quale potere possono acquisire imparando a lavorare insieme, questo potrà costituire una lezione fondamentale per continuare la lotta, anche prevedendo la distruzione della casa del padrone. L'alternativa è sedersi nelle conferenze accademiche e discutere di quanto è orribile il sistema

© Copyright Édition de l'épisode, 2000/znet

Noam Chomsky, attivista politico di lunga data, scrittore e professore di linguistica al Mit (prestigiosa scuola privata del Massachusetts), è autore di numerosi libri e articoli sulle relazioni internazionali e i diritti umani. Ricordiamo tra gli ultimi, disponibili anche in Italiano: "Il nuovo umanitarismo militare" (Asterios, 2000) "Sulla nostra pelle" (Tropea, 1999) "La società globale" (La Piccola, 1998) "La fabbrica del consenso" (Tropea, 1998)

Il sociologo - Franco Garelli

Troppi obiettivi, pochi interlocutori

Critica delle istituzioni, ricerca di nuove identità, voglia di riappropriarsi delle risorse del pianeta. Ma le masse restano indifferenti.

di Silvia Pochettino

Sono ormai diversi i momenti in cui si è riproposta una contestazione più o meno organizzata contro le istituzioni internazionali. Si può parlare di un vero movimento?
Non è così facile rispondere. Gli eventi sono troppo recenti e il processo è controverso. In tutti i casi era evidente la composizione eterogenea dei manifestanti; dai gruppi ecologisti ai sindacati fino ai centri sociali. Anche gli obiettivi rischiano di essere diversi. Esiste un elemento comune, la voglia di riappropriarsi delle risorse del pianeta, di non lasciarle ai colossi dell'industria. Ma andando più a fondo emergono contraddizioni tra i gruppi. Prendiamo l'esempio di Seattle: come conciliare le rivendicazioni dei sindacalisti americani che richiedevano la regolazione protezionistica del mercato con le richieste delle associazioni di contadini del Sud del mondo a cui gioverebbe invece la liberalizzazione delle tariffe doganali?
Lo spettro degli obiettivi è troppo ampio. A volte mi appare come una disperata ricerca di motivi di mobilitazione là dove si percepisce che non c'è più una battaglia di tipo politico da giocare.

Dunque tutto nasce dalla sfiducia nella politica?
In un certo senso. Soprattutto a fronte di governi di sinistra presenti in molti paesi europei. La reazione crea una sinistra estrema che sceglie di non partecipare alle dinamiche politiche, di contrapporsi alla società stessa, rifiutando di assumersi responsabilità istituzionali. D'altronde mancano interlocutori politici credibili, basti pensare alla posizione del governo italiano sulle questioni transgeniche; abbiamo il ministro dell'agricoltura che è contro e il ministro dell'industria che invece è a favore; con la "transumanza" che c'è tra i nostri politici da un ministero all'altro non si può sapere quali saranno le posizioni future.

Il fatto di contrapporsi, di stare al di fuori delle istituzioni non è una caratteristica comune di tutti i movimenti popolari?
Questo senz'altro. È però vero che in generale i movimenti tendono ad allargare la propria base. In questo caso ho l'impressione che invece ci sia una certa difficoltà. In Italia i movimenti ecologisti sono movimenti che non hanno una grande presa. Pur su temi di interesse generale non riescono a mobilitare il grande pubblico o meglio possono mobilitarlo in termini di opinione ma non di orientamento politico. Le cause sono diverse, dalla grande frammentazione alla carenza, forse, di elementi propositivi.

Secondo lei esiste qualche legame tra questo movimento e quello sessantottino, che era pure un movimento internazionale, voleva un mondo migliore e si contrapponeva alle istituzioni del tempo?
Quello era un movimento molto più diffuso, che attraversava profondamente la condizione di vita dei soggetti. Mirava a scardinare i rapporti autoritari vissuti in tutti gli ambiti dell'esistenza: la famiglia, la scuola, la fabbrica. Per questo è stato più dirompente. E anche se ha avuto il fiato corto, è riuscito a rivoluzionare una cultura, introducendo una serie di innovazioni nelle dinamiche quotidiane, basti pensare ai rapporti di coppia. Non ha cambiato la politica ma ha cambiato la gente. Un fenomeno rilevantissimo.
Anche il movimento di oggi è potenzialmente rilevante perché riguarda le questioni ambientali e quindi la vita stessa della gente, ma la situazione e gli obiettivi sono enormemente più complessi, richiedono conoscenze e riflessioni molto più approfondite.

Dal punto di vista dei giovani da tempo si parla di disaffezione alla politica, di "generazione invisibile". Secondo lei è una situazione che sta cambiando o il movimento è marginale?
Non credo che la situazione stia cambiando. Se facessimo un'indagine tra i giovani troveremmo che quasi tutti sono sensibili ai temi ambientali e di giustizia sociale, ma di fatto quelli che si impegnano in questi ambiti sono pochissimi. C'è sempre uno iato tra i grandi riferimenti ideali e le scelte pratiche. Questo vale in tutti i campi. È quella che io chiamo la religione dello scenario. Nella vita quotidiana l'individuo gioca sul suo palcoscenico con valori pragmatici e immediati, ma mantiene di sfondo grandi scenari a cui attaccarsi quando viene delineata l'identità ultima. Un'identità così ultima da avere poca incidenza nella vita quotidiana.
Credo sia un tratto culturale tipico del tempo presente, come il fatto che la politica è giudicata qualcosa di schifoso, e viene lasciata fare ad altri.

Come vede il futuro del movimento?
Non lo vedo male, in realtà. Ci sono presupposti molto interessanti. Si tratta di temi che la gente sente. Il punto critico è passare dalla fase di protesta a quella propositiva; riuscire a far maturare nelle persone una coscienza che non sia solo "da scenario", ma si traduca in atti concreti.

Franco Garelli, ordinario di Sociologia della Conoscenza all'Università di Torino, è specializzato nello studio delle dinamiche giovanili. Tra i suoi ultimi testi: "I giovani, il sesso, l'amore" (Il Mulino, 2000), "Barometro della solidarietà internazionale" (in "Il Mulino" 4/2000), "Fedi di fine secolo" (Angeli, 1997), "Giovani: una vecchia storia?" (Sei, 1997)

Il rivoluzionario - Toni Negri

Chiamiamola biopolitica

"Resistenza adulta dentro l'Impero", così Negri definisce i figli ribelli della globalizzazione. Che stanno praticando una nuova forma di politica.

di Silvia Pochettino

Seattle, Montreal, ma anche Genova, Bologna e oggi Praga. Professore, siamo in presenza di un nuovo '68?
-Ride - Allora eravamo dei bambini estremamente lucidi, oggi siamo degli adulti completamente confusi.

In che senso?
A Seattle c'era di tutto, dall'egoismo corporativo dei sindacati americani alla poesia dei gruppi ecologisti che non vogliono che il mondo sia deprivato del patrimonio ittico delle balene. Seattle è stato un coacervo di contraddizioni, che hanno però del buon senso: quello di non voler lasciare ai padroni il diritto di decidere sulla nostra pelle. Personalmente, questa lotta mi entusiasma perché è una lotta mondiale, ed è quello che abbiamo sempre voluto.

Lei dunque non è contro la globalizzazione?
Assolutamente no. Tutte le nostre battaglie dagli anni Sessanta in poi sono state per la distruzione dello Stato-nazione, c'è gente che ancora sconta la galera per questo. Non ci sarebbe niente di peggio che tornare indietro. Il mercato mondiale è un passo avanti verso quello che noi volevamo: uguali possibilità per tutti. È chiaro che oggi non è così, che il mercato va regolato, ma il nemico non è la globalizzazione, questa è solo un luogo, brutto magari, ma uno spazio entro cui si giocano i rapporti di potere. Non si può prescindere dalla mondializzazione, chi pensa di resistere all'inevitabile vuol fare lo Zulù.

Allora i manifestanti di Seattle si possono considerare degli Zulù?
No, affatto. Perché è gente che ha capito che bisogna lottare in modo globale. Superare i localismi per contrastare le élite mondiali, che fanno studiare i loro figli ad Harvard, lavorano a Tokyo e abitano chissà dove. Sono queste élite che oggi determinano il gioco all'interno dello spazio globale e contano in realtà molto più degli Stati e delle economie.
Mi spiego meglio. A Seattle non stiamo parlando di un movimento giovanile, siamo in presenza di una resistenza adulta dentro l'Impero. Una resistenza che richiede di giocarsi fino in fondo, anche un po' disperata, se si vuole, perché dall'Impero non c'è uscita.

La "biopolitica", così come la definisce nel suo ultimo libro "Empire"?
Esatto. Scegliere tra Amato, che è un bravo amministratore dell'Impero, o Rutelli, che sembra uscito da Beautiful, non ha alcun senso oggi. Così come scegliere tra Bush e Gore, che dicono entrambi le stesse cose. Questa politica è morta.
Nel movimento di Seattle, come altrove, si sta facendo pratica di una diversa concezione della politica, che io definisco "biopolitica". La biopolitica si oppone al biopotere, che non è più un astratto dominio sull'uomo, ma un potere pervasivo, che si occupa di tutti gli aspetti della vita (bios), da quello che mangiamo a cosa respiriamo, fino a come ci divertiamo. Non è vero che oggi la capacità di intervento dello Stato sulla società sia diminuita, anzi, è solo mutata. Così come sono mutate tutte le categorie di interpretazione. Non si tratta di battersi contro il dominio dell'economia sulla politica, questa è una sciocchezza. Non esiste più distinzione tra economia e politica. Esiste uno spazio di biopotere entro cui si sviluppa una nuova forma di lotta politica che, secondo me, deve avere tre obiettivi precisi. Primo, riappropriarsi del sapere e della scienza (soprattutto riguardo le nuove frontiere, biotecnologie, clonazioni ecc...); secondo, riconoscere il diritto alla mobilità globale o cittadinanza planetaria per tutti; terzo, ottenere il salario garantito a tutti perché tutti, che lavorino in un posto fisso o in nero, partecipano alla costruzione del biopolitico.

Vede prospettive concrete in questo senso?
Certo. Bisogna essere ottimisti nelle prospettive, avere sempre dentro di sé delle passioni gioiose. Essere coscienti che vivere è bello. E anche fare politica lo è.

È strano sentire queste parole da uno che sta scontando 15 anni di carcere...
Non ho mai trovato gente simpatica come in carcere. A volte mi sembrano più in carcere quelli che stanno fuori.

Antonio Negri, professore di filosofia, ha appena pubblicato con la Harvard University Press il saggio "Empire", definito dalla stessa casa editrice "un monumentale saggio politico-filosofico sul nuovo ordine globale". Negri sta scontando a Rebibbia una condanna a 15 anni di carcere per banda armata.

Il movimento raccontato dai protagonisti

La strategia di Lilliput

Il termine "strategie lillipuziane" nasce da una considerazione che gli scrittori americani Jeremy Brecher e Tim Costello sviluppano nel libro "Contro il capitale globale- Strategie di resistenza" (Feltrinelli 1996). Il potere delle grandi imprese multinazionali e degli organismi che governano l'economia su scala mondiale per conto degli Stati (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse) può essere contrastato soltanto facendo convergere gli sforzi di chi si oppone alla dittatura della globalizzazione economica verso obiettivi comuni. Nessuna singola organizzazione, nessun interesse o matrice culturale, perfino nessun singolo Stato può avere il potere materiale e la capacità di opporsi a soggetti che operano su scala mondiale. "La strategia lillipuziana parte dal presupposto che, per controllare il saccheggio globale imposto dalla globalizzazione economica è necessario che i molteplici "fili" dell'azione dal basso dei soggetti che si oppongono ad essa siano capaci di unirsi a livello planetario" (Brecher e Costello). Tutto questo non fa parte soltanto di una "strategia ideale". La mobilitazione che ha dato vita alla "battaglia di Seattle" ha ampiamente dimostrato che è possibile costruire azioni comuni tra soggetti estremamente diversi (sindacato, associazioni ambientaliste, movimenti e associazioni del Nord e del Sud del mondo). Un movimento "dal basso" che cerca non di arrestare la globalizzazione ma di dettare nuove regole al suo sviluppo, che rispondano effettivamente agli interessi della maggioranza della popolazione del pianeta.

Seattle è stato un evento specifico e particolare, ma non un "episodio". I soggetti che su scala internazionale si oppongono alla globalizzazione del potere economico non si sono certo fermati dopo Seattle. La strategia lillipuziana sta continuando a marciare, ne sono esempi significativi la battaglia condotta in moltissimi paesi per la cancellazione del debito estero delle nazioni povere, la sottoscrizione da parte di numerosissimi gruppi e associazioni mondiali dell'appello lanciato da Public Citizen contro un rilancio delle trattative all'Omc, il documento comune sottoscritto a Ginevra a fine giugno da molte associazioni internazionali, dal significativo titolo "Costruire la via per un altro mondo - Globalizziamo le resistenze", e infine la mobilitazione in Europa contro il meeting di Praga della Banca Mondiale.

I fili della rete lillipuziana, insomma, stanno continuando ad annodarsi. In Italia, uno dei soggetti che segue questa prospettiva internazionale coordinando il lavoro di associazioni, campagne nazionali e gruppi locali è la "Rete di Lilliput per un'economia di giustizia" (web site: www.retelilliput.it - e-mail: amfut@tin.it).

Fabio Lucchesi - Rete Lilliput Italia

Volontari per lo sviluppo - Ottobre 2000
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