![]()
Il sole con le sue frustate implacabili si è arreso alla sera, l'aria si rinfresca. È
il momento più bello, quando la polvere che ci ha riempito i polmoni cade al suolo e ci
lascia respirare, quando il deserto si sveglia con la sua vita misteriosa e affascinante.
Se non fosse per loro. Loro che se ne vanno senza un gemito, le bocche aperte che non
emettono più suoni, il cuore che batte sempre più lento. Smettono di respirare e non ci
sono più. Al mattino troveremo i loro corpi freddi, pronti per essere sepolti in pochi
metri di terra, al riparo dagli animali. Poi se ne andranno le mamme, silenziose, senza un
saluto, senza più lacrime, perse nel loro calvario di sempre.
Siamo nelle steppe dell'Ogaden, tra Etiopia e Somalia, dove il sole non dà respiro e la
pioggia, quando arriva, è una maledizione e il fiume si distende come una coperta
distruggendo la fatica di una stagione. Qui vivono i cammelli, gli unici animali che
sopravvivono nel deserto, e qui i bambini girano con il mitra per difendere i loro animali
e qualche ciuffo d'erba.
L'ultima siccità, durata tre anni, ha colpito duramente. Migliaia di persone hanno
iniziato a muoversi: chi seguendo voci di aiuti, chi seguendo la via del fiume, prima
secco e poi così incattivito nel travolgerli.
Questa fuga dalla fame attraverso una terra desolata, priva di acqua e di cibo, ha
lasciato dietro di sé il fetore di carcasse di animali e resti umani dissotterrati dalle
iene, villaggi abbandonati e capanne vuote.
La gente, ormai allo stremo, si è ammassata in poche centinaia di mq, in rifugi di
fortuna dove le condizioni igieniche sono assurde, e le malattie hanno buon gioco.
Abbiamo iniziato a lavorare qui nel '98, per favorire l'insediamento dei rimpatriati
migliorando la produzione agricola, i servizi sanitari, il sistema scolastico, e creando
cooperative. Poi, un progetto sanitario imperniato sulla formazione del personale e la
costruzione di dispensari di villaggio, e il tentativo di creare una produzione agricola
di sostentamento, finché siamo stati travolti da questo destino di fame.
Una giornalista di passaggio ha commentato: "Ma tutta questa fame non la vedo".
Cercava la grande fame, cercava cadaveri con le braccia alzate al cielo, cercava odore di
morte; e non ha visto il serpente che si insinua nel corpo e lo consuma giorno per giorno,
gli occhi sbarrati di chi non ha più la forza di chiedere e si allunga per terra, le
schiene curve delle madri che hanno perso un altro bambino, i respiri sempre più stanchi
di chi, a pochi anni di vita, ha l'aspetto rugoso dei vecchi.
In una terra dove da sempre si lotta per un cammello o per un po' di erba e di acqua, è
iniziata la lotta per l'ultimo rametto di acacia da succhiare, per arrivare vivi alla fine
del giorno.
Così è nato il nostro centro di alimentazione: una capanna di rami secchi e paglia,
seguita poi da altre due; i bambini sono diventati decine e centinaia. Abbiamo dato quello
che abbiamo potuto, arrangiandoci con pappette di farina di mais e soia, riso e un po' di
latte, giusto per non far morire nessuno. Nei prossimi giorni aspettiamo altri cento
bambini, che ci costringeranno a ridurre la quantità di cibo da dare a ciascuno.
Aspettavamo un miracolo che non c'è stato, ma non potevamo fare diversamente, perché
anche nella più sperduta regione della terra non si lasciano morire così altri esseri
umani.
Avremmo voluto aprire altri centri in altri villaggi, e porre un argine a questa
situazione, ma gli aiuti ricevuti si sono dileguati sotto la spinta di nuove necessità.
Però andiamo avanti, e quando arriva la sera rivediamo i volti dei bambini che domani
dovremo seppellire, sapendo che continueremo questa guerra perduta finché l'ultima
ciotola resterà vuota, pronti ad affrontare l'incubo dei volti che ti interrogano,
aspettando una risposta che non c'è.
Renzo Bozzo
volontario Ccm
Kelafo (Etiopia), giugno 2000
![]()
Aprile, al confine tra Burkina Faso e Mali, un villaggio di nome Tibou, una piccola
collina rocciosa a ridosso del villaggio, caldo, vento, sabbia, le acacie albide disegnano
un paesaggio rosso.
Una trentina di persone a Tibou a fare ciò che i tecnici della lotta contro la
desertificazione chiamano le "opere Ces" (Conservation des Eaux et des Sols),
strano parlare di Sols in mezzo a tutta questa sabbia, incredibile parlare di Eaux. Il
sole ha svegliato alle 5, alle 6 tutti sul "cantiere", strano parlare di
cantiere con 5 carriole e 10 zappe, per fortuna c'è il camion che scarica i sassi e
ricorda quello che si deve fare... oggi diguettes o cordons pierraux come li volete
chiamare, la più piccola delle opere Ces, una fila di sassi disposti lungo le curve di
livello precedentemente misurate grazie a un livello ad acqua che altro non è che un tubo
di plastica sorretto ai lati da due bastoni.
In più c'è il patron/nassarà/bianco che è venuto per sperimentare una nuova tecnica
per fare le diguette. La sua tecnica consiste nel fare delle diguettes uguali alle altre
ma utilizzando dei sacchi di juta riempiti di terra e semi di erbe selvatiche, obiettivo
fare a meno dei sassi e quindi del camion per il trasporto, avere da subito piccole
diguettes in terra parzialmente permeabili e in seguito delle bande inerbite. Scetticismo
tra i presenti, le termiti si mangeranno subito i sacchi di juta pensano i paysans ma non
sanno se dirlo o no al nassarà con le sue strane idee. Il nassarà spiega che le termiti
mangeranno i sacchi ma durante le piogge i semi germineranno, le erbe cresceranno e
stabilizzeranno le diguettes e così i sacchi cesseranno la loro funzione... vabbeh si
vedrà, cominciamo il lavoro.
Una squadra "disegna" le curve di livello, un'altra mescola la terra con i semi
di erbe selvatiche e riempie i sacchi di juta, la terza dispone i pesanti sacchi pieni
lungo le curve di livello, il patron/nassarà coordina e controlla.
Il campo da sistemare si snoda giusto ai piedi della collina rocciosa, la prima diguette
è già arrivata a circa 30 m. dalla collina, tutti lavorano, uno dei paysan presenti e
facente parte dell'équipe numero tre si ferma e si siede sui sacchi già disposti, gli
altri continuano a lavorare fino a terminare la prima linea di sacchi ai piedi della
collina.
Si comincia la seconda linea, tutti al lavoro, la storia si ripete, quando i sacchi
arrivano a circa 30 m. dalla collina lo stesso paysan si siede e guarda gli altri lavorare
fino alla fine della diguette.
Terza linea, il paysan si alza e lavora alacremente insieme agli altri, ormai è sotto lo
sguardo attento del patron/nassarà/bianco. Quando la diguette è arrivata quasi
all'altezza dei 30 m. precedenti, le donne del villaggio arrivano con l'acqua e il tô, il
cantiere si ferma, tutti cercano riparo all'ombra per mangiare e riposarsi, si formano dei
circoli di 6 o 7 persone.
Il nassarà prende posto con il capo villaggio e gli anziani, con lo sguardo cerca il
paysan "30 metri" e lo scopre da solo sotto l'albero più lontano dalla collina.
Le donne dispongono i piatti al centro di ogni circolo di uomini, nessuna va a dare il
pasto al paysan "30 metri", l'uomo più giovane del gruppo allora si alza prende
un piatto, lo riempie e glielo porta.
Si mangia in silenzio, il nassarà riflette.
Alla fine del pasto chiede al capo villaggio l'autorizzazione per salire sulla collina e
fare delle foto dall'alto al cantiere, il capo villaggio sorride contento e concede il
permesso di salire sulla collina sacra.
Il nassarà sale, fotografa, ridiscende. Al suo arrivo il nassarà convoca il paysan
"30 metri" e un altro paysan e gli comunica un cambio nelle équipe, il paysan
"30 metri" farà parte dell'équipe che prepara la terra e riempie i sacchi, è
l'équipe che lavora a 100 metri dalla collina, l'altro lo sostituirà nella disposizione
dei sacchi. Il paysan "30 metri" sorride contento.
Si riprende il lavoro, tutti lavorano alacremente, nessuno si ferma se non per dissetarsi,
il paysan "30 metri" non si ferma mai, da solo riempie più sacchi dei suoi
compagni di équipe.
È difficile fare parte della famiglia dei forgeron in Africa.
Riccardo Capocchini
volontario Cisv
Ouahigouya (Burkina Faso), agosto 2000
![]()
Cari amici, gli ultimi mesi non sono certo stati fruttuosi per le istituzioni
democratiche del Perù. Dopo le elezioni presidenziali di aprile, universalmente
criticate, giugno è iniziato con un improbabile secondo turno elettorale con un unico
candidato alla presidenza (Fujimori), dato che il candidato dell'opposizione si era
ritirato, reputando non vi fossero le condizioni per un processo elettorale giusto e
trasparente. La vittoria - inevitabile - era affievolita dalla mancanza di maggioranza nel
Congresso, ma i mesi di giugno e luglio (prima del 28, giorno del giuramento del
presidente) sembravano creati apposta per realizzare il miracolo della moltiplicazione dei
congressisti fedeli a Fujimori. Così, a colpi di "mazzette" e di altisonanti
appelli sull'importanza di garantire governabilità al paese facendo fronte
all'opposizione "terrorista e anarchica", ben 18 parlamentari eletti in altre
liste non hanno saputo resistere al "dovere etico" (leggi $) di accompagnare
l'illegittimo candidato nel suo terzo - e incostituzionale - mandato, garantendogli una
rassicurante maggioranza parlamentare (70 su 120). Ciò ha generato la legittima protesta
popolare, culminata nei tre giorni di marcia (antecedenti il giuramento presidenziale)
organizzati dall'opposizione a Lima. La cronaca di ciò che è accaduto è probabilmente
nota, ma vale la pena evidenziare quanto forti e, a quanto pare, fondate siano le voci di
gravi disordini e distruzioni create ad hoc da apparati dello Stato per poter
delegittimare un'embrionale opposizione, tacciandola di essere erede di quel terrorismo la
cui sola evocazione mette d'accordo tutti i peruviani.
Dopo tutto questo ci si poteva immaginare un'indignazione crescente, una reazione a catena
che avrebbe portato l'opposizione a rinsaldarsi e le forze sociali a premere per un
cambiamento. Niente di tutto questo! Il presidente ha giurato, il Congresso della
Repubblica ha iniziato a operare, è stato nominato Primo Ministro un candidato che aveva
concorso alla presidenza, come oppositore "moderato". Insomma un vero trionfo di
quella politica degli "atti consumati" di cui Fujimori si sta rivelando un
abilissimo stratega.
Cerchiamo di riflettere con la gente su ciò che sta accadendo, ma non è facile, sia per
la desuetudine di molti a sentirsi cittadini con diritto di opinione, sia perché la
popolazione più marginale, dipendente dagli aiuti alimentari del governo, in gran parte
sostiene il presidente e si beve tutto ciò che l'informazione di Stato propina.
In questo contesto di menzogna istituzionalizzata cercare spazi di verità, giustizia e
rispetto è particolarmente importante e ci pare, seppure nelle indubbie limitazioni, una
scelta obbligata della comunità cristiana.
Tra l'altro, siamo venuti a conoscenza di una campagna di solidarietà che la Chiesa
peruviana propone ogni anno e che porta il nome di Campaña Compartir. La campagna
quest'anno aveva il titolo: "Il carcere, una realtà che ci interroga", e
l'obiettivo di informare e sensibilizzare sulla condizione carceraria in Perù, che sotto
molti punti di vista (dal giuridico all'infrastrutturale) è pessima.
Bastano alcuni dati per rendersene conto:
| La popolazione carceraria è di 28.081 reclusi, dieci anni fa erano 17.859. | |
| Degli 87 istituti penitenziari presenti nel paese, oltre il 65% viene considerato in cattive condizioni, il 15% in condizioni normali e solo il 20% il buone condizioni. | |
| Quasi il 63% dei detenuti sono in attesa di una sentenza, il più delle volte di primo grado, e i tempi variano da 2 a 5 anni. | |
| L'alimentazione fornita garantisce un apporto giornaliero di 900-1400 calorie, quando l'Organizzazione Mondiale della Sanità stabilisce in 2400 calorie l'apporto minimo. | |
| In 44 carceri manca il servizio medico, e dove esiste è altamente deficitario. | |
| La sovrappopolazione è un fenomeno comune a tutti gli istituti di pena, con punte del 300% in alcune carceri di Lima. |
Cifre che, pur parlando da sole, non dicono degli abusi quotidiani, della totale
mancanza delle garanzie previste dalla Costituzione peruviana e da tutte le leggi in
materia, della corruzione fatta sistema e di altri innumerevoli fatti che privano il
recluso di molto più del diritto alla libera circolazione, cioè dei suoi diritti
fondamentali.
Di fronte a questa situazione i 250 agenti di pastorale carceraria, che operano oggi in 38
carceri, sono la classica "goccia nel mare" che però, nel corso degli anni, ha
potuto "umanizzare" la vita in carcere. Si tratta di accompagnamento spirituale,
ma anche di consulenza giuridica, di attività di formazione, avviamento al lavoro e
produzione in laboratori artigianali dove sono coinvolti alcune migliaia di detenuti. È
un modo di rispondere all'appello evangelico Estuve preso y me atendist: "Ero in
carcere e siete venuti a visitarmi".
Volontario* in Perù
Settembre 2000
(*Considerando la situazione politica peruviana e il contenuto della lettera preferiamo omettere il nome di chi scrive, per tutelarne la sicurezza)
![]()
Arrivi & partenzeTra giugno e luglio sono partiti per il Burundi i volontari Cisv Paola Ruga, che lavorerà nell'ufficio contabile di Bujumbura, Laura De Paoli, medico chirurgo, e Fabrizio Cucchi, geometra, che collaboreranno con il coordinatore Franco Bosticco nel progetto di emergenza sanitaria a Cibitoke. Alessandra Casu, coordinatrice dei progetti Cisv in Senegal, a luglio è rientrata in Italia per partorire: auguri da tutti noi! Il veterinario Massimo Giovanola è partito ad agosto alla volta di Shombo (Burundi), dove seguirà per 2 anni il progetto agrozootecnico del Cisv. A settembre la volontaria Cisv Sabrina Marchi, rientrata in aprile dal Mali, è andata a lavorare con le Comunità di Popolazioni in Resistenza (Cpr) del Guatemala. Ad agosto è invece rientrato Giacomo Roland, coordinatore dei progetti delle ong piemontesi nel paese. A luglio è rientrato dalla Costa d'Avorio Michele Vaglio, che per due anni ha lavorato in un progetto di sicurezza alimentare a Zouan Hounien. A lui un grazie di cuore da parte di tutto il Celim. Gianna ed Emiliano Drago, già volontari Celim in Zambia, sono ripartiti ad agosto alla volta di Monze, per coordinare le attività della diocesi locale. A Gianna, Emiliano e al figlio Luca i più sinceri auguri per la nuova "esperienza missionaria". Il 4 settembre è partita per Imessouane (Marocco) Laura Caccamo, laureata in Scienze politiche ed esperta di amministrazione aziendale, che lavorerà per tre anni al progetto Flouka del Cmsr, in sostegno alle comunità di pescatori. |
![]()
Attenzione!!Da gennaio diventiamo mensili!Nuovo millennio, nuovo VpS. A partire dal 2001 Volontari per lo Sviluppo uscirà tutti i mesi (tranne luglio e agosto) rinnovato nella grafica e nei contenuti. Obiettivo? Offrire un'informazione più puntuale, seguire meglio i temi di attualità e gli appuntamenti per chi si vuole impegnare nella solidarietà. Ci saranno nuove rubriche, con più spazio per le voci del Sud (giornalisti e scrittori dei paesi in via di sviluppo) e una nuova sezione di notizie brevi, indirizzi, proposte per la vita quotidiana. Stiamo ancora lavorando all'impianto della nuova rivista, per cui ogni suggerimento, osservazione o desiderio può esserci molto utile. Scriveteci all'indirizzo cisv-2@arpnet.it, "La rivista che vorrei", vi aspettiamo. A proposito... da gennaio sarà purtroppo necessario chiedervi un contributo di 35.000 lire perché il numero di copie cresce. Ma attenzione! Se rinnovate l'abbonamento entro dicembre 2000 la quota resta invariata! Fatelo subito allora, questa volta conviene davvero! La redazione |
Volontari per lo sviluppo -
Ottobre 2000
© Volontari per lo sviluppo