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A tempo debito

L'anno del giubileo sta finendo. Ma i debiti internazionali rimangono. A strangolare le economie povere. Storia e prospettive per una via d'uscita.

di Paola Barsottelli

Il reddito pro capite annuo dell'Italia è di 20.170 dollari, quello dello Zambia è di 370 dollari, che vuol dire 2.200 lire al giorno; ma ogni zambiano, oltre a vivere con l'equivalente di un cappuccino al giorno, ha a suo carico un debito estero di 780 dollari, due volte e mezzo il proprio reddito. Chiunque capisce che è impossibile pagare. Tuttavia, finora è stato anche impossibile non pagare. Questo è uno dei motivi per cui l'indebitamento dei paesi del Sud è un dramma. I paesi poveri devono pagare perché uno Stato non può "fallire", come farebbe un'azienda nelle stesse condizioni.
La prima volta in cui un paese debitore ha cercato di annullare unilateralmente il debito cui non era in grado di far fronte fu nel 1982: il Messico si autoproclamò "insolvente", ma venne redarguito dalla Banca Mondiale e dagli altri creditori che offrirono il loro aiuto inventando il riscaglionamento del debito e i programmi di aggiustamento strutturale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il debito ha continuato a crescere, a tal punto che oggi la proposta di annullamento viene lanciata dai paesi creditori: Bill Clinton, poi il G8, il Governo Italiano, ecc. Come finirà questa volta?

Impossibile non pagare

Prima di vedere che cosa sta effettivamente succedendo, vale la pena di riassumere le caratteristiche del "debito" di cui si parla con tanta disinvoltura.
Così come un privato o un'impresa prendono denaro a prestito per acquistare beni e servizi, anche gli Stati si indebitano per finanziare i propri progetti di sviluppo. Un governo si indebita con altri governi (prestiti bilaterali) e con istituzioni internazionali, e può farlo anche senza che la popolazione ne sia informata. In caso di incapacità a restituire il capitale e a pagare gli interessi, un privato viene dichiarato fallito e un tribunale definisce la sua posizione e la liquidazione possibile dei suoi beni. Per uno Stato invece non esiste il fallimento: sono i creditori stessi a decidere se, come e quanto verrà rimborsato. Il Messico, dichiarandosi insolvente nel 1982, ha cercato di scardinare un sistema in cui i creditori sono anche i giudici della solvibilità di un paese e possono definirne il futuro. Con quali risultati? Scarsi: le economie dei paesi del Sud non sono sufficientemente forti, vivono esportando beni negli stessi paesi da cui ottengono direttamente o indirettamente credito, e non riescono quindi a sopravvivere autonomamente. Il Messico e gli altri paesi indebitati hanno dovuto quindi limitarsi a una riformulazione del proprio indebitamento, seguendo i dettami dei creditori - che, fra l'altro, sono più o meno sempre gli stessi.

Interessi alle stelle

Infine, il dramma del debito è dato non tanto dai capitali presi in prestito, ma dal "servizio del debito", cioè dagli interessi, che con il passare degli anni e l'accumularsi dei ritardi assumono entità enormi e sempre crescenti. Da qui nasce la necessità di rinegoziare il debito globale: è stato il lavoro della Banca Mondiale per tutto il corso degli anni Ottanta.
Il risultato è che spesso i paesi più poveri hanno chiesto ulteriori prestiti ai governi esteri non per finanziare progetti di sviluppo, ma per ripagare il servizio dei debiti già ottenuti.
Non è ancora finita: che cosa succede a chi chiede troppi prestiti, paga in ritardo e chiede nuovi finanziamenti? Succede che gli vengono applicati tassi di interesse molto più alti di quelli medi. Basta dare un'occhiata alla pagina finanziaria di un quotidiano: chi compra un'obbligazione emessa dalla Russia ottiene rendimenti dell'11-13 per cento, chi compera obbligazioni canadesi si ferma al 6 per cento, chi si affida al Giappone scende fino all'1-2 per cento. La contropartita è ovviamente la sicurezza dell'investimento.

Tagli a scuola e sanità

Ma con che cosa si possono pagare debiti equivalenti a tre volte il reddito pro capite?
A partire dagli anni Ottanta sono stati creati i programmi di Aggiustamento Strutturale (Sal, nel linguaggio della Banca Mondiale): ciascun paese, per ottenere nuovi prestiti, doveva negoziare un programma ad hoc. Di solito si suggeriva ai paesi debitori di liberalizzare l'economia, inclusi i prezzi dei beni di prima necessità, di eliminare i sussidi, di abbassare le barriere protezionistiche all'entrata dei loro mercati, di incoraggiare gli investimenti esteri, di ridurre il ruolo dello Stato nell'economia, di controllare inflazione e bilancia dei pagamenti. I risultati non sono stati brillanti: i legami tra applicazione adeguata dei programmi di aggiustamento strutturale e il buon andamento dell'economia sono incerti. Per contro, la privatizzazione dell'economia ha fatto crescere la disoccupazione, aumentare i prezzi di alcuni beni di prima necessità e dei servizi, tra cui istruzione e sanità, rendendone quasi impossibile l'accesso. L'enorme quantità di risorse dedicate a pagare il debito impedisce ai governi di investire in sanità, istruzione, servizi pubblici, acquedotti, manutenzione dei beni esistenti.

Piccoli passi, grandi proclami

Oggi tutti i creditori chiedono a gran voce l'annullamento del debito, mentre c'è uno strano silenzio da parte dei debitori: chi parla sono le ong, i movimenti di opinione, le conferenze episcopali, persino le pop star.
Tuttavia, le promesse proclamate dai maggiori paesi creditori non risolvono il problema. Anche ipotizzando una cancellazione totale del debito, rimangono aperte due questioni: il tipo di rapporti economici tra Nord e Sud e i comportamenti del governi dei paesi debitori nella gestione dei sostegni ottenuti.
Va ricordato che, pochi mesi dopo l'inizio dei proclami in favore della riduzione del debito, l'Unione Europea ha preso la decisione di classificare come cioccolato anche i prodotti che non contengono burro di cacao. La Costa d'Avorio ringrazia. Così non ci sarà più bisogno del cacao prodotto in Africa, basteranno i prodotti sintetici delle multinazionali.
La vera sfida oggi è di arrivare a un cambiamento sostanziale nei rapporti Nord-Sud, che colleghi la cancellazione del debito con l'investimento nello sviluppo umano, che porti alla concertazione delle decisioni tra governi e società civile, e alla trasparenza nei processi decisionali che riguardano i prestiti internazionali.
In questo senso vanno le campagne più attive per l'annullamento del debito: non ci si limita a chiedere provvedimenti di alto impatto emotivo, ma si propongono meccanismi che permettano un uso proficuo ed equo dei prestiti futuri.

I fondi di contropartita

Uno degli strumenti possibili è quello dei fondi di contropartita - un meccanismo messo in atto fin dal 1993 da uno dei paesi creditori più tradizionalisti e attenti alle relazioni finanziarie, la Svizzera. Funziona così: viene definito un piano di annullamento del debito, parte delle somme che avrebbero dovuto essere destinate al pagamento del debito vengono destinate a un "fondo di contropartita". Inizialmente la Svizzera aveva messo a disposizione 400 milioni di franchi svizzeri per la creazione del primo fondo (oggi sono diventati 11), che doveva essere accompagnato da un fondo proveniente di paesi debitori. Questo fondo è gestito congiuntamente da rappresentanti del paese creditore, di quello debitore e della società civile (ong, organismi di coordinamento ecc.). Il fondo è utilizzato per realizzare progetti di sviluppo interno, principalmente delle ong.
In mezzo a tanto attivismo, non si possono però dimenticare due elementi importanti: il rapporto debitore/creditore è per sua natura sbilanciato in favore del creditore, quindi difficilmente si può raggiungere una vera equità. Il secondo è che, come diceva un famoso economista, "nel lungo periodo saremo tutti morti". È tempo dunque di agire, prima che sia troppo tardi.

Il debito? Una costruzione ideologica

di Noam Chomsky

Esiste un debito, ma chi deve restituirlo e chi ne è responsabile è una questione ideologica, non economica. Mi spiego: esiste un principio per cui se ti chiedo del denaro io divento debitore ed è mia responsabilità rimborsare la cifra, mentre tu diventi creditore ed è tuo rischio se io non rimborso. È il principio capitalista. Il debitore ha la responsabilità, il creditore accetta il rischio. Ma nessuno accetta veramente questo principio. Prendiamo per esempio l'Indonesia. In questo momento la sua economia è schiacciata da un debito che raggiunge il 140 per cento del prodotto nazionale lordo. Se risaliamo all'origine del debito ci accorgiamo che i debitori erano al cento per cento persone appartenenti al regime della dittatura militare. I creditori erano le banche internazionali. Che cosa ne è stato dei soldi? I militari si sono arricchiti. Ci sono state pochissime esportazioni e poco sviluppo. Ma le persone che hanno preso a prestito il denaro non sono considerate responsabili. È la popolazione dell'Indonesia che deve rimborsarlo. E questo vuol dire vivere sotto insopportabili programmi di austerità, una povertà e una sofferenza enormi. E i creditori? Sono protetti dai rischi. È una delle funzioni principali del Fondo monetario internazionale (Fmi) fornire un'assicurazione a quelli che investono in prestiti a rischio nei paesi poveri. Ottengono delle ottime rese, perché hanno rischi elevati, ma i rischi non li prendono/se li accollano veramente perché in realtà sono resi pubblici, trasferiti in diversi modi ai contribuenti dei paesi industrializzati, attraverso artifici come i "Brady bonds".
Queste sono scelte ideologiche, non economiche.
E c'è di più. Esiste un principio del diritto internazionale che è stato concepito dagli Stati Uniti più di cento anni fa, quando hanno "liberato" Cuba dalla dominazione spagnola. Appena preso il controllo di Cuba ne hanno annullato il debito con la Spagna, in virtù di un principio del tutto ragionevole secondo cui il debito non era valido perché imposto con la forza alla popolazione di Cuba. Questo principio in seguito è stato riconosciuto nel diritto internazionale, ancora una volta su iniziativa americana, come il principio del "debito odioso": il debito è nullo se imposto con la forza. Ora, se si applicasse questo principio, la maggior parte dei debiti del Terzo mondo scomparirebbe.

(Tratto dall'intervista di David Barsamian)

Due campagne per la riduzione del debito

Italia - Mondo: associazioni all'attacco

Sdebitarsi/Jubilee 2000

Avviata nel 1990, da Martin Dent, un professore di Scienze Politiche DI DOVE? collega il significato originario di Giubileo (= remissione dei debiti) con l'oppressione sui poveri del debito internazionale di oggi. Inizialmente non ebbe gran fortuna tra le associazioni umanitarie. Il punto di svolta si ebbe nel 1996 con l'organizzazione di un seminario cui parteciparono leader africani, economisti di enti internazionali, giornalisti e politici. Ente non profit dal 1997, Jubilee 2000 opera oggi in 60 paesi del mondo, avvalendosi di referenti nazionali, cui si associano organizzazioni umanitarie, sindacali, religiose e laiche. In Italia la campagna fu lanciata con il nome di "Sdebitarsi" da Nigrizia, rivista dei comboniani, e il referente operativo è Movimondo. L'obiettivo è cancellare entro il 2000 i debiti dei paesi poveri. Il metodo: fare pressione su governi e parlamenti, sensibilizzando l'opinione pubblica. Ad essa si devono le manifestazioni pacifiche di Birmingham e di Colonia, dove rispettivamente 70 e 30 mila persone fecero ricordare ai potenti del G7 il dramma del debito estero

La Chiesa in azione

Approvata dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei) nel gennaio 1999, la campagna dal titolo "Tu in azione" ha tre obiettivi: informare la comunità ecclesiale sul debito e i suoi meccanismi perversi, suggerendo stili di vita più sobri; fare pressione sul governo italiano perché cancelli il debito dei paesi più poveri; promuovere una raccolta di fondi per liberare dal debito due paesi africani, in cambio dell'impegno dei governi a investire in sviluppo umano. I paesi sono Zambia e Guinea Conakry, tra i più poveri dell'Africa. La raccolta fondi serve per dare inizio ai fondi di contropartita, la cui controparte deve essere fornita dai governi locali, usando il denaro che avrebbe dovuto essere destinato a pagare i debiti. Entro Natale 2000 la Cei si augura di arrivare a un accordo con i governi interessati, mentre ha già ottenuto dal Governo D'Alema una lettera che dà l'assenso di massima all'iniziativa. La campagna si è posta l'obiettivo di raccogliere 100 miliardi.

Abbiamo una legge: rispettiamola! (Ecce lex)

Ecco una buona notizia. Abbiamo una legge sulla riduzione del debito estero dei paesi poveri. Legge innovativa, che il senato ha approvato all'unanimità il 14 luglio scorso, modificando radicalmente il testo di legge presentato dal governo e accogliendo molte delle richieste avanzate dalla campagna Jubilee 2000. I contenuti: entro tre anni il governo italiano deve cancellare 12mila miliardi di lire di debito a 66 paesi del sud del mondo: verso i paesi poveri e altamente indebitati (Hipc) si potranno applicare procedure differenti da quelle concordate a livello internazionale (cioè agire a prescindere dalle ricette di ristrutturazione economica imposte dal Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale); è previsto il ricorso alla Corte internazionale di giustizia per verificare se le regole internazionali che disciplinano il debito estero dei paesi in via di sviluppo sono coerenti con i principi generali dei diritti dell'uomo e dei popoli (potrebbe così aprirsi la via ad un arbitrato internazionale indipendente sul debito); sono contemplate misure specifiche per i paesi colpiti da catastrofi naturali o da gravi crisi umanitarie; sono state introdotte norme di trasparenza sulle operazioni di credito. Una legge soddisfacente, ma, come sempre, bisogna vigilare perché la legge sia applicata al meglio e occorre spingere il nostro governo ad assumere iniziative in modo che anche gli altri paesi creditori cancellino effettivamente i loro debiti.

Nigrizia (misna)

Dal sud

Il Brasile dice no

Quasi 5 milioni e mezzo di brasiliani sono andati alle urne il 13 settembre scorso per dire no alla schiavitù del debito estero e agli accordi con il Fondo monetario internazionale. "A vida acima da Dìvida" (la vita prima del debito) il titolo del referendum popolare organizzato da numerosissime associazioni brasiliane con il sostegno fondamentale della Chiesa, all'interno della campagna internazionale Jubilee 2000.  Il debito estero è una delle principali cause della miseria esistente in Brasile - sostiene Frei Betto, famoso scrittore brasiliano - 2/3 della popolazione (circa 111 milioni di persone) vivono al disotto della soglia di povertà. Il Brasile deve 235 milioni di dollari. Debito che fu contratto dalle élites, non dal popolo. Perché far ricadere sulle spalle della maggioranza ciò di cui ha beneficiato una ristretta minoranza?"

Così i "no" sono stati travolgenti (circa il 94% dei votati) e hanno riguardato tre questioni: gli attuali accordi con il fondo monetario internazionale, la gestione del debito estero senza un monitoraggio popolare e l'utilizzo di gran parte del bilancio pubblico per il pagamento dei debiti interni agli speculatori.

La terza questione in particolare, a noi un po' oscura, è un problema scottante in Brasile. Nel corso degli anni '90 infatti, l'indebitamento è stato aggravato dall'enorme crescita del debito estero privato. Parte della grande industria ha scambiato debiti contratti all'estero a interessi modesti con titoli del debito pubblico interno, che pagano interessi stratosferici. "In pratica si è "statalizzata" gran parte dei debiti privati" spiegano gli organizzatori del referendum. E aggiungono: "Il governo federale ha diffuso grossolani attacchi all'iniziativa, ha fatto pressioni sui comitati organizzatori e ricattato la società civile con la diffusione di informazioni scorrette" Ma i risultati sono, a loro avviso, del tutto soddisfacenti: " abbiamo raggiunto i tre obiettivi principali dell'attività: promuovere un dibattito nazionale sul problema del debito, che stava passando sottobanco, realizzare un importante lavoro di educazione politica della gente, e contribuire alla campagna mondiale contro i meccanismi perversi del sistema finanziario".

Volontari per lo sviluppo - Ottobre 2000
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