di G.M.
"Attenzione, per entrare qui devi essere preparato, non ti impressionare" mi dice Santino nell'introdurmi nel suo reparto per tubercolotici ad Akot. Tre stanze buie affollate da nere figure lacere. Alcuni sono seduti per terra, la schiena appoggiata ai muri sporchi. Altri coricati, sempre per terra, immobili. Una donna non toglie gli occhi, privi di espressione, dal volto di un moribondo. Questo ha gli occhi infossati, le guance scavate. Giace inerte ai suoi piedi, ha il respiro affannoso. Le palpebre sollevate lasciano scoperto il bianco degli occhi. In una stanza un uomo pulisce con foglie verdi, delicatamente, le ferite del figlio. Altre persone stanno sedute attorno a una ragazzina immobilizzata ai quattro arti, l'hanno portata a braccia da lontano. Alcuni, giovani pazienti, sono completamente immobilizzati. Non si sente un lamento, né un gemito. La povertà e il dolore estremi non hanno parole: il grido più forte non ha voce, è stato detto.
La sensazione è quella di trovarsi in un altro mondo. E infatti questo è il mondo dei
poveri assoluti, dei "poveri estremi", come si dice oggi. Sono un miliardo e
trecento milioni di persone. Credevamo tutti che avessero toccato il fondo, invece sembra
che non sia così: da un decennio il loro reddito continua a diminuire (Undp, 1997).
La Banca Mondiale, negli anni Ottanta, ha contribuito all'impoverimento dei paesi meno
sviluppati imponendo loro, come condizione per la concessione dei crediti, gli
"aggiustamenti strutturali" che altro non erano che tagli alla spesa pubblica e
ai servizi sociali, sanità e istruzione. In pratica, la salute come bene di consumo a
disposizione di chi può comprarsela. Ebbene, adesso la Banca Mondiale ha pubblicato un
rapporto annuale che s'intitola "Attacco alla povertà": una sorta di elenco di
strategie per combatterla. Sono profondi e nobili concetti, troppo teorici, però, e
retorici per essere veri.
E così, tutti siamo invitati a unirci all'Organizzazione Povertà e Salute (International
Poverty and Health Network), una rete mondiale di persone e di organismi che cercano di
influenzare la politica per proteggere la salute dei più poveri del mondo, e di ridurre
le malattie dovute alla povertà: è una giusta raccomandazione del Cuamm (Collegio
Universitario Aspiranti e Medici Missionari).
"Angelo, sei il più giovane, ma sei sempre seduto". Nella capanna adibita a
sala operatoria ci sono solo tre sedie. Ci lavoriamo in sette: chirurgo, anestesista,
strumentista e quattro addetti che si occupano di lavare i ferri e delle pulizie in
generale. Angelo è uno dei due volontari che si sono uniti al personale regolare
dell'ospedalino di Adior, nella speranza di venirvi, in futuro, integrato.
"È vero, non mangio da tre giorni. Ho bevuto del tè ieri mattina" risponde,
sorridendo come per scusarsi. Non lo avrebbe mai detto, se non lo avessi stupidamente
provocato. Che ne sappiamo in fondo noi, della fame? Quando salti il pranzo, il caldo e la
stanchezza del lavoro di qualche ora ti fanno sentire un eroe. Che ne sappiamo della fame
di giorni interi senza mangiare? In realtà, la povertà si nasconde agli occhi di chi non
la cerca, anche se ce l'ha vicina. Per questo ci piace lavorare insieme alla gente del
Sudan, nelle loro capanne, condividere caldo e disagio, mescolare alcune nostre, poche,
giornate alle loro vite: ci sembra che un po' della loro sofferenza si apra anche a noi.
Bisognerebbe viverla e soffrirla a lungo per capirla.
Gli espatriati fanno una colletta e comperiamo durrah (farina di miglio, l'alimento
base della popolazione locale, ndr) per tutti gli addetti alla nostra missione
chirurgica. Adesso c'è allegria e le sedie non mancano più.
"Noi viviamo nella foresta e tu vieni a curarci, da tanti anni" mi dice
Alfred, il vecchio infermiere, davanti a tutti, in modo ufficiale, alla fine della nostra
"missione". Sento un groppo in gola. So che il concetto sudanese della dignità
personale non permette elogi e ringraziamenti profusi. Queste poche parole mi commuovono
come raramente mi è successo. Dall'88, tante volte, Alfred e io ci siamo incontrati in
Sudan per operare. Abbiamo incominciato a Yirol: lì, abbiamo operato anche suo figlio,
colpito all'improvviso da un'appendicite gangrenata. A Yirol abbiamo perso un paziente
ferito all'addome da una pallottola. Era sera quando lo hanno portato in ospedale, c'era
il coprifuoco. La sala operatoria, con tutto il materiale chirurgico, era chiusa con
grossi lucchetti e Alfred era irreperibile. Il mattino dopo il giovane non c'era più, si
era spento come una candela nella notte. In tutti e due i casi Alfred non aveva detto una
parola. Ho sempre amato la laconicità, o meglio il controllo delle parole, la sobrietà
nel loro uso che sanno avere i sudanesi di fronte ai fatti gravi. Quante parole scontate e
banali avrei voluto dire io, del tipo "life is cheap in Africa", oppure "la
casualità decide il destino di tanti uomini in questo continente dominato dalla
precarietà". Sono forse i ricordi felici della chirurgia e, più ancora, quelli
tragici a farmi sentire amico fraterno di Alfred. Sta di fatto che anche quella volta che
se n'è andato ubriaco dalla sala operatoria lasciando il lavoro lo abbiamo guardato,
tutti, con compatimento, ma nessuno ha avuto cuore di rimproverarlo e io ho continuato a
sentirlo un caro amico. I poveri li abbiamo scelti perché sono poveri, non perché sono
perfetti. Dobbiamo concedere loro qualche debolezza.
È dimostrato da anni che i poveri muoiono di più dei ricchi. Capita in tutte le
comunità: il 20 per cento più indigente dà il 70 per cento di tutti i morti in un dato
periodo di tempo. I paesi poveri, tristemente guidati dalle nazioni dell'Africa
sub-sahariana, fanno parte della lista che l'Oms definisce ad "alta mortalità"
o "a molto alta mortalità". Questa denominazione pare sdrammatizzare la
sofferenza umana, trasformarla in un fenomeno puramente scientifico da analizzare e
studiare. Anche in questo modo noi ricchi riusciamo ad aspettare i nostri previsti 80 anni
di vita tranquilla, senza rimorsi per le brevi esistenze malate delle popolazioni dei
paesi poveri.
"Sono 94 i pazienti chirurgici qui nell'attesa di essere operati da voi. Ma se dovete andare a Rumbek perché è il loro turno, andate pure perché anche loro sono la nostra gente" ci dice Moses, l'Head Nurse di Adior. La rinuncia è così generosa che non possiamo accettarla e ci fermiamo ad Adior. Manderemo un altro team a Rumbek. La lezione è arrivata: quanti di noi, della nostra gente avrebbero agito con tanto altruismo?
"Ci dispiace, non ce la facciamo più, siamo sfiniti, e abbiamo esaurito le medicine. Non possiamo operare tutti quelli che sono ancora qui in attesa" annuncio con malcelato senso di colpa. "Ho camminato per tanti giorni per farmi operare questa enorme ernia che mi impedisce di coltivare i miei campi. Pazienza: mi costruirò una capanna e ti aspetterò qui". Come fanno i poveri ad avere tanta pazienza? È sublime - non c'è aggettivo più adatto - la loro capacità di aspettare e di sopportare. Non è una specificità etnica, sudanese. Tutti i veri poveri sono ricchi di questa disarmante virtù. Tutti i ricchi, compresi i sudanesi ricchi, ne sono, ne siamo, squallidamente privi. Quanto è detestabile abusare della pazienza dei poveri? Eppure il rapporto dell'Oms sulla salute del mondo del 2000 conferma che i popoli poveri non solo hanno un'attesa di vita molto minore rispetto ai paesi ricchi, e una vita libera da malattie proporzionalmente ancora più corta, ma sono anche afflitti da servizi sanitari arroganti, che non hanno rispetto delle loro malattie e della loro dignità di malati.
Incontriamo Angelo e Joseph (l'altro giovane volontario che aiuta ad Adior) a Billing, dove li abbiamo mandati a frequentare un corso trimestrale per aiuto-infermiere. Angelo è sorridente come sempre, felice di essere ormai entrato nella carriera sanitaria. Mi fa pervenire una lettera in cui ringrazia l'Onnipotente per avermi incontrato nel corso della sua vita e mi comunica, per inciso, che ha perso l'orologio che l'anno scorso aveva avuto in regalo e che avrebbe bisogno anche di un paio di scarpe e di una borsa. Inoltre vorrebbe tanto continuare la scuola per imparare a fare lo strumentista. La fiducia di poter costruire il proprio futuro nonostante tutte le difficoltà presenti è un'altra grande ricchezza dei poveri.
La più lunga guerra del mondo lacera il Sudan. Milioni di morti e feriti, profughi e sfollati, orfani, bambini abbandonati, bambini che hanno visto uccidere i familiari, bambini morti di fame durante le carestie che ricorrono quando la pioggia ritarda soltanto di qualche mese. Eppure, i sud sudanesi che si incontrano sono persone di una mitezza disarmante, e raramente succede di dover curare qualche vittima di violenza civile, non legata alla guerra. È una mitezza che traspare dai rapporti che hanno con gli animali, domestici e non. Il falco appollaiato sulla cima della capanna aspetta tranquillamente il momento opportuno per rubare il cibo dal tavolo degli umani. Anche il cane randagio sa che non rischia molto a violare il recinto, entrare furtivamente e rubare di corsa un boccone di carne sul fuoco. Perfino i corvi, in gruppi di sei-sette, si rigirano e protestano in coro quando vengono allontanati dal contenitore dell'acqua, e ritornano a bere quasi subito. Spesso in sala operatoria uno o due pipistrelli, svegliati dal nostro lavoro, si staccano dal soffitto di paglia e cominciano a volteggiare acrobaticamente fra le nostre teste. Alla richiesta di provvedere in qualche modo, Alfred risponde: "they are harmless", sono innocui. Soltanto quando una capra o un vitello cerca di entrare nella sala operatoria, e noi cominciamo a strillare che i pazienti operati rischieranno la morte per tetano postoperatorio perché le feci degli erbivori contengono le spore del tetano, tutti si attivano e cacciano l'animale. Ma soltanto a parole e urla, mai ricorrendo a gesti violenti, né a un bastone, come ci aspetteremmo noi "civili". Le rondini fanno il nido nelle corsie dell'ospedale, entrano ed escono a loro piacimento, senza provocare peraltro alcun disturbo ai ricoverati. I cani randagi penetrano nel recinto di notte e si aggirano silenziosamente fra i nostri letti, come governanti che controllano il sonno dei bambini. È una simbiosi vissuta con estrema gentilezza questa convivenza con gli animali. Soltanto la iena e i serpenti sono nemici dichiarati. La prima, di notte può mordere la faccia del malcapitato con una forza tremenda, come dimostrano i volti sfigurati di alcuni.
La "primitività" della nostra chirurgia, che noi pomposamente chiamiamo "surgery under very adverse conditions", certe volte ci spaventa. È giusto, è giustificato voler sfidare le leggi dell'asepsi sulla pelle dei nostri pazienti? Sono loro che rischiano la vita. Come potremmo spiegare che per la limitatezza delle risorse non esistono altre possibilità di cura, che nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo le malattie chirurgiche mettono a rischio la vita delle persone più delle complicanze delle operazioni, e che è molto importante insegnare ai medici locali a operare le malattie urgenti? Mezzo milione di donne, nei paesi poveri, muoiono ogni anno di parto perché non esistono centri idonei a eseguire il taglio cesareo. Oppure restano invalide per tutta la vita per l'insorgere di puzzolenti fistole urinose, e molte di loro perdono marito e famiglia. Alcune comunità arrivano addirittura a emarginarle. Si stima che oggi queste giovani infelici portatrici di fistole vaginali siano circa due milioni nel mondo - tutte ovviamente nei paesi poveri. Quasi tutte guarirebbero con un'operazione. Eppure il nostro lavoro ha bisogno di un'adesione morale: se non c'è, ce ne vergogniamo.
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L'intervento del CcmUn ambulatorio per cominciareMilioni di morti e feriti, decine di epidemie e carestie: è questo il bilancio di dieci anni di guerra in Sudan. Dal '91 il Ccm - Comitato Collaborazione Medica - di Torino partecipa all'operazione di soccorso internazionale, coordinata dalle Nazioni Unite (Operation Lifelinem Sudan), con un programma sanitario centrato sugli ospedali rurali. In particolare, è in corso un progetto finalizzato alla creazione di un ambulatorio di medicina di base nel circondario di Adior, contea di Yirol (Sud Sudan). In Adior, il Ccm gestisce un piccolo ospedale rurale: una struttura rudimentale, costruita dalla comunità con materiale locale. L'ospedale serve prevalentemente la popolazione residente nel raggio di 20-30 chilometri, ma, a causa della mancanza di strade sicure e di mezzi di comunicazione, la maggior parte di coloro che abitano lontano dal centro di Adior sono praticamente privi di assistenza sanitaria. L'esigenza di un servizio sanitario accessibile è così sentita che la comunità del villaggio ha costruito spontaneamente una rudimentale struttura da destinare ad ambulatorio, e i suoi rappresentanti (autorità civili e leader tradizionali) hanno invitato il Ccm a farsi carico dell'attività sanitaria presso questa struttura. L'obiettivo è quindi quello di allestire ed equipaggiare l'ambulatorio con un arredo minimo e gli strumenti diagnostici e medico-chirurgici di base, rifornendolo periodicamente di farmaci essenziali e di materiali di consumo, e assumendo un infermiere locale e un addetto alle pulizie. |
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Puoi versare il tuo contributo sul ccp. 13404108 intestato al Ccm, corso G. Lanza 100 - 10133 Torino, specificando nella causale: Sudan
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Un prete per i NubaUn'Africa inedita, una terra tormentata che si ostina a credere in un futuro migliore, un popolo che non si arrende alla miseria e alla violenza: la racconta, nel libro "Made in Africa", la giornalista Anna Pozzi, che per due anni ha vissuto in diversi paesi africani: Rwanda, Burundi, Sudan, Kenya, tanto per citarne qualcuno. Il libro racconta l'esperienza di Renato Kizito Sesana, il missionario italiano che, insieme a un gruppo di giovani kenioti, ha fondato a Nairobi la comunità Koinonia, dando il via a numerose iniziative di solidarietà. In Sudan, ad esempio, dove le popolazioni dei monti Nuba lottano da quindici anni contro l'invasione dell'esercito di Khartoum, ansioso di mettere le mani sulla loro fertilissima terra. Padre Kizito è stato il primo missionario a entrare nel territorio nuba dopo lo scoppio del conflitto, nell'85. E, negli ultimi anni, non ha mai smesso di dare il suo sostegno - materiale e spirituale - alla popolazione, costretta ad arroccarsi sulle montagne, in modeste capanne di fango e paglia, per sfuggire ai bombardamenti, alle distruzioni e alle torture. L'isolamento, e con questo la fame e le malattie, sono stati sfruttati dal governo di Khartoum come armi micidiali, per provocare un vero e proprio genocidio: il popolo Nuba rischia infatti l'estinzione. Kizito e i suoi ragazzi non si sono però limitati a portare aiuto alla popolazione, ma hanno contribuito a dare una voce (in Italia e all'estero) a questa guerra assurda, dimenticata dal resto del mondo. Inoltre, la comunità di Koinonia si è arricchita negli ultimi anni della presenza di alcuni giovani nuba, che Kizito ha condotto in Kenya per farli studiare nella speranza che, una volta tornati ai loro villaggi, possano portarvi il know-how acquisito. E qui arriviamo al vero obiettivo di Koinonia: salvare l'Africa insieme agli africani. |
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Ottobre 2000
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