di Silvia Pochettino
Una, 27 anni, faceva la maestra elementare, l'altra, invece, era al quarto anno di
ragioneria. Tutte due super impegnate: gli amici, lo studio, il lavoro, e molte attività
sociali in quartiere («la mia scuola si trovava in una periferia difficile» racconta la
prima), oppure in parrocchia, o ancora in associazioni per il Terzo Mondo. I soliti grandi
sogni sul futuro, qualche fidanzato, e un bisogno assoluto di capire la vita. «Era il
tempo della guerra del Golfo - dice la seconda - tutto quel dolore... cercavo di capire,
di trovarci un senso».
Oggi sono suor Maria Ilaria e suor Maria Donata. Monache di clausura al Monastero
benedettino di Ronco di Ghiffa, sul Lago Maggiore. Entrano in parlatorio in un fruscio di
lunghe tonache che non lasciano intravedere neanche i piedi, veli neri e cuffie bianche
che incorniciano i bei volti giovani. Dietro la grata.
Nessuno le ha costrette, non avevano problemi economici in famiglia, queste ragazze hanno
scelto liberamente di entrare in un monastero, per non uscirne mai più. Ma perché?
Se la ridono, tutt'e due, mentre raccontano le loro storie: «La prima volta sono
venuta qui perché cercavo un posto tranquillo per studiare - racconta Maria Donata - ero
vicina all'esame di maturità. Alla clausura non ci pensavo proprio». «Sentivo che
qualcosa nella mia vita non andava, che il Signore mi stava chiedendo qualcosa di più -
dice Maria Ilaria - ma non volevo lasciare i bambini della mia classe a cui tenevo
moltissimo. La clausura? mi sembrava una cosa da medioevo. Pensavo che chiudendosi in
monastero non si potesse più fare niente per gli altri».
Ma poi hanno cambiato idea.
«Una sera, mentre passavo in corridoio, ho sentito dietro la porta della clausura le
suore che scherzavano e ridevano. La cosa mi ha colpito moltissimo, mi sembrava
impossibile che in clausura si ridesse. Da quel momento qualcosa è cambiato dentro di
me». In effetti, la prima cosa che colpisce profondamente i novellini all'arrivo al
Monastero è la serenità e la gioia che si respira. Niente a che vedere con l'immagine
stereotipata delle suore tristi, votate alla sofferenza in tetri monasteri. Qui è tutto
uno sfrigolio di veli indaffarati in molti mestieri, chi cucina, chi lava, chi dipinge,
chi tesse. Profumo d'incenso e di biancheria pulita. E sorrisi, dappertutto. Anche
nell'orto, dove con 30 gradi sotto il sole a picco le suore nelle loro vesti pesanti
raccolgono le verdure.
Non è possibile, tutti questi sorrisi sono costruiti.
Risponde Maria Ilaria: «Non è che manchino le difficoltà anche per noi. Entrando in
clausura si lasciano tante cose, ma non si denigra niente della vita umana, solo la si
rilegge con un significato nuovo. Le ragioni della nostra gioia? È che facciamo
l'esperienza di essere veramente amate da Dio. La pace del cuore viene pian piano, nel
momento in cui riusciamo ad affidarci al Signore, a capire che tutto viene da Lui. Vedi -
continua infervorandosi - quando ero fuori facevo molto conto su di me: io devo fare
questo, io devo fare quello, io devo far felici gli altri, io devo dimostrare chi sono,
tutto questo è molto stressante. È un fardello enorme che pesa sulle nostre spalle. Qui
ci si libera poco a poco da se stesse e ci si scopre profondamente libere. Certo non viene
meno la responsabilità personale, ma si impara che non tutto dipende da noi».
Aggiunge Maria Donata: «Anche nei momenti di fatica, quando fallisci o fai brutta figura,
tu sai di essere amata dal Signore e dalle sorelle, così come sei. Ti senti accettata. E
la tua prova assume un significato nuovo se in quel momento ti senti unito a tutti quelli
che soffrono nel mondo».
Questo è uno dei concetti più stupefacenti della vita claustrale: l'idea che da dietro
le grate del monastero ci si possa sentire compartecipi di tutte le sofferenze
dell'umanità, e farsene carico pregando.
Eppure, anche per i più miscredenti è innegabile il ruolo che le monache giocano nella società. Anche da dietro la grata. Nelle ore che passiamo con loro ricevono decine di telefonate, gente che chiede di pregare per un bimbo malato, per una coppia che si sta sfasciando, per una crisi depressiva o un problema di droga. Ma anche per i grandi temi internazionali. Ogni sera una suora fa la "rassegna stampa" letta, spesso, durante la cena. Che si trasforma in intenzioni o veglie di preghiera per le situazioni più drammatiche: guerre, attentati, violenze familiari. Le monache pregano continuamente, giorno e notte: «A volte sentiamo le sofferenze del mondo su di noi in modo così intenso nella preghiera, che diventa quasi dolore fisico». Suggestione? Effettivamente, tutto è possibile. Comunque il monastero di Ghiffa (che fa parte di una federazione di 17 monasteri in tutta Italia) è un riferimento per l'intera regione, e oltre. Vengono anche da molto lontano per incontri, ritiri spirituali, o anche solo per il bisogno di "staccare" per qualche giorno dai ritmi di vita fuori. Un bisogno fortemente in crescita negli ultimi anni. Alcune sorelle hanno una dispensa speciale del vescovo per uscire dalla clausura e occuparsi dell'accoglienza e degli ospiti. Sorride la suora addetta alla portineria: «Ho scelto la vita monastica perché amavo il silenzio e la meditazione e guardi cosa mi trovo a fare, rispondere al telefono tutto il giorno! Ma tutto si fa nel nome del Signore...» E se non è il telefono, allora è l'e-mail. Le suorine sono all'avanguardia: ghiffa.mon@libero.it è l'indirizzo mail per avere informazioni sulla vita claustrale o sui ritiri spirituali per ragazze dai 18 anni in su, che ogni anno, in estate, si tengono al monastero.
Un'occasione per provare la vita claustrale, che non è uno scherzo: sveglia alle 5.10
per la preghiera (di un'ora), poi meditazione personale fino alle 7, le Lodi mattutine e
la Messa. Solo dopo, alle 8.30, finalmente colazione. Quindi iniziano i lavori, a volte
anche molto pesanti, fino a mezzogiorno, quando c'è di nuovo la preghiera e poi il
pranzo. E via così in alternanza tra lavoro e preghiera fino a sera, quando alle nove ci
si ritira nelle celle. L'Ora et labora è la base della regola benedettina, che
si tramanda da secoli. In più, ci sono le veglie notturne e l'adorazione perpetua del
Santissimo Sacramento (l'ostia consacrata), che le monache fanno a turno, giorno e notte.
«Ma tutto è vissuto, sempre, nel rispetto della persona. All'inizio le novizie spesso
non ce la fanno a tenere questi ritmi, ed è normale. Poi anche il corpo si abitua».
Non manca comunque il momento della ricreazione, dopo cena. È lì che le sorelle ridono,
se la contano e a volte, la domenica, le più giovani giocano a pallavolo o, come è
successo qualche mese fa, organizzano una grande caccia al tesoro per tutto il monastero.
Da indovinare sui bigliettini, naturalmente, brani della Bibbia e premio di consolazione
per tutte, ma l'evento è memorabile perché i ritmi in monastero non cambiano mai. «La
ripetitività è importantissima nella vita della monaca. All'inizio si fa fatica ad
assumerla, mai poi diventa quasi un riposo dell'anima; siamo sempre in attività, non
abbiamo mai tempo per noi stesse, però in tutto questo c'è un respiro dello spirito, un
recuperare l'essenzialità della vita».
Essenzialità che diventa estrema, quando si tratta del possesso delle cose: nella
"cella" ogni monaca ha una camera con letto, tavolino, sedia, lavandino e
armadio. Niente specchi (in tutto il monastero). Quando una ragazza arriva alla
professione perpetua fa voto di rinuncia a tutte le sue proprietà, può lasciarle alla
famiglia, o darle in beneficenza, oppure diventano del monastero.
Insomma, scelte davvero radicali. E definitive. Che nella nostra società del "tutto
provvisorio e flessibile", in cui si ha paura di prendere decisioni che durino più
di qualche mese, suona davvero strabiliante. Eppure le professioni monastiche sono le
uniche in Occidente a non aver conosciuto la grave crisi in cui versano tutte le altre
vocazioni religiose. Trenta le novizie nella federazione dei Monasteri dell'adorazione
perpetua (come quello di Ghiffa), 324 in Italia (su un totale di 6.990 monache), con una
crescita del 22% rispetto al 1998, secondo i dati della Conferenza episcopale italiana del
2003.
Spiega la Madre Priora, da 29 anni alla guida del Monastero a Ghiffa: «C'è un bisogno
profondo di spiritualità nell'uomo, che non si può cancellare. Troppe cose ci confondono
nella società di oggi. La vita contemplativa permette di riscoprire il significato più
profondo dell'esistenza. Certo una volta le ragazze arrivavano più abituate alla fatica,
al sacrificio, ad obbedire ai genitori. Il passaggio era meno brusco. Oggi abbiamo dovuto
allungare il tempo del noviziato (che in tutto adesso dura circa nove anni, ndr)
per dare più tempo per il discernimento. Le giovani hanno personalità più spiccate,
studiano di più, conoscono meglio la teologia e la regola, però spesso sono più
fragili».
Suona la campana, è l'ora del Vespro, un fruscio di tonache si affretta verso la chiesa,
ognuna al suo posto, ognuna leggera di cose e di preoccupazioni, ricolma di qualcos'altro.
Di insondabile.
Così è oggi, domani, e sempre. Da secoli.
Volontari per lo sviluppo -
Agosto 2003
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