Precedente Successiva

Voci dal sud

Il Caronte nero

Dopo l'ultimo colpo di Stato in Centrafrica, François Bozizé si è proclamato presidente con pieni poteri stracciando la costituzione. In nome - dice lui - della democrazia. Così, mentre i dicasteri chiave restano "in famiglia", apre alle opposizioni e ripristina lo stipendio (dopo 35 mesi) per funzionari ed esercito.
Storia di una transizione con molti interrogativi...

di Christian Benna

Da una camera con vista sulla Senna fino al trono di Bangui: è la storia di un golpe militare lungo cinque mesi che ha cambiato volto al regime centrafricano, seminato morte tra civili, militari e mercenari e lasciato sul campo la desolazione di almeno 38mila rifugiati.
A muovere le fila del sesto tentativo di colpo di Stato in 10 anni la longa manus di François Bozizé, ex-capo delle forze armate, habitué della cospirazione, che ha orchestrato dall'esilio parigino in combutta con il Chad e parte dell'esercito un putsch fallito il 28 ottobre 2002, dalle cui ceneri è nata una sanguinosa guerra civile che ha spezzato il paese in due, fino alla presa del potere il 15 marzo.
E l'ex-presidente Felix Patassé, eletto democraticamente nel 1993, riconfermato nel '96 sotto l'ombra di brogli e intimidazioni, è fuggito in Togo, carico di gioielli e denari depositati da tempo nelle banche monegasche e svizzere. Giusto il tempo per scatenare un fuggi fuggi generale e i saccheggi dei magazzini del World Food Program, che ha dovuto chiudere bottega in un paese ormai allo stremo.

Golpista illuminato

Ma Bozizé, un tempo compagno d'arme dell'ex-presidente, non ha perso tempo e si è subito buttato alla ricostruzione istituzionale ed economica della Cenerentola d'Africa, uno dei paesi più poveri del mondo (al 165° posto secondo le statistiche dell'Unpd). Accolto da 100 mila persone in festa, Bozizé ha chiuso i conti con il passato con un colpo di spugna: si è autoproclamato presidente con pieni poteri, ha sciolto l'assemblea, il governo e l'Alta corte di giustizia e, non pago, ha stracciato la costituzione. In attesa di tempi migliori. Tra 18-30 mesi verranno concesse nuove elezioni, alle quali Bozizé ha promesso di non partecipare. Nel paese del sanguinario Bokassa ci si aspettava il peggio, invece Bozizé ha attuato, per il momento, una politica accorta di consenso con le opposizioni (gli ex-nemici giurati di Patassé) tanto da farsi riconoscere in pochi giorni come leader legittimo dalla Cemac (la Comunità economica degli Stati africani centrali), che proprio in Centrafrica aveva lasciato un contingente di peace-keeping a protezione di Felix Patassé. Onu e Unione africana storcono il naso, ma si adegueranno. La Francia ha già compiuto un primo passo verso il riconoscimento del neo-regime ospitando una delegazione centrafricana a Parigi il 6 maggio. Ed è stata concessa anche l'amnistia per i condannati del putsch del maggio 2001, in cui il neo-presidente figurava tra gli imputati a fianco dell'ex dittatore André Kolingba.

Il new deal di Bozizé

Altra mossa astuta sullo scacchiere internazionale è stata la nomina a primo ministro del governo di transizione di Abel Goumba, 76enne faccia pulita della politica centrafricana, storico oppositore di tutte le dittature che si sono succedute dall'indipendenza dalla Francia (1960) e funzionario (in esilio) dell'Organizzazione mondiale della sanità. Certo i dicasteri chiave sono finiti nelle mani di Bozizé e famiglia: come la difesa, lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo (la Repubblica Centrafricana è il decimo produttore di diamanti nel mondo e le risorse petrolifere fanno gola a tanti, Chad per primo) e gli interni. Ma l'apertura alle opposizioni è stata molto apprezzata nelle alte sfere internazionali e, dopo dieci anni di censure e regime ferreo, anche se prima non andava meglio, i lavoratori hanno potuto sfilare il primo maggio lungo le vie di Bangui mentre funzionari statali ed esercito hanno ricevuto il primo stipendio da 35 mesi. Arrivano anche i riconoscimenti internazionali: tanto che Omar Bongo, presidente del Gabon, ha prestato a Bozizé il suo Falcon 900 per la prima visita da presidente della Repubblica Centrafricana all'estero, a Libreville, salotto buono della Cemac.

Marcia su Bangui

Tutto facile? Niente affatto: tra sfide e sospetti, il futuro ha ancora i contorni incerti. L'economia è a pezzi, l'Unicef e Medicos sin fronteras si danno da fare per assistere una situazione sanitaria disastrosa, mentre gli italiani del Coopi torneranno a giorni a Bangui con nuovi progetti, dove operano dal 1972. Ma non solo. La "passeggiata su Bangui" del 15 marzo, una dozzina di morti, lascia intravedere punti oscuri della calata di Bozizé e compagni, tanto da far sospettare l'ennesimo complotto internazionale. Dopo mesi di aspra guerra civile, in cui i ribelli controllavano metà del paese, la controffensiva del Fanci, l'esercito regolare, appoggiato dall'aviazione libica, omaggio di Gheddafi a Patassé, e della soldataglia del ribelle congolese Jean Bemba, aveva conquistato punti nevralgici di Bozoum e Sibut, mettendo alle strette Bozizé, rilanciando un dialogo nazionale per trattative di pace. Invece le milizie di Bozizé, appoggiate da soldati chadiani, sono entrate a Bangui, approfittando dell'assenza di Patassé recatosi ingenuamente, o a proposito, a Niamey per un summit africano. A difendere il fragile governo centrafricano il derelitto Fanci e le forze di peace-keeping della Cemac (circa 300 uomini) scappati a gambe levate mentre la soldataglia di Jean Bemba - accorsa in aiuto di Patassé già dal 28 ottobre in cambio di favori sul mercato dei diamanti - abbandonava la capitale. E Bangui resta il crocevia di riciclaggio del denaro sporco, lavanderia dei diamanti insanguinati del Congo.

Il Caronte nero

"È l'ennesima spartizione franco-americana dell'Africa", tuona qualche agguerrito difensore del continente nero. Quello che è certo è che il dietro le quinte della presa di Bangui è stata una resa incondizionata di Patassé e soci per l'insostenibile situazione interna. Ora circa 400 soldati chadiani, insieme con le forze della Cemac, assicurano il trono di Bozizé contro improbabili attacchi dei pochi fedelissimi di Patassé. Oltre al governo di transizione e al consiglio di corporazioni il neo-presidente si è affrettato a ripristinare una setta evangelica da lui fondata e a bloccare lo sfruttamento della foresta centrafricana. Provvedimenti diversi, che pongono più interrogativi che risposte al futuro della Cenerentola d'Africa.

Volontari per lo sviluppo - Agosto 2003
© Volontari per lo sviluppo