A cura della redazione
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La parola, "dumping", è un po' ostica, ma il significato è
semplice: concorrenza sleale. Un meccanismo molto in uso oggi nel mercato agroalimentare,
per cui si esportano prodotti agricoli a prezzi inferiori ai costi di produzione e al di
sotto del prezzo mondiale di mercato, sbaragliando la concorrenza. Ciò è possibile solo
grazie agli ingenti sussidi pubblici all'agricoltura erogati dai paesi ricchi ai propri
agricoltori, che permettono di abbattere fortemente i costi.
"La conquista dei mercati internazionali si fa con trucchi evidenti, a partire dalla
pratica del "sostegno alle esportazioni" - sostiene Sergio Marelli, direttore di
Volontari nel mondo-Focsiv, primo promotore della campagna contro il dumping, che ha visto
poi unirsi un vasto cartello di associazioni - Una pratica che solo i paesi ricchi possono
attuare, rifiutata anche dagli estimatori incalliti del libero mercato. Vendere una merce
in un paese terzo a un prezzo più basso del costo di produzione è giudicato scorretto da
economisti e operatori di tutte le scuole di pensiero".
In un primo tempo, la vendita di prodotti alimentari sottocosto potrebbe essere un
vantaggio per i consumatori dei paesi in via di sviluppo, che possono comprare cibo a
prezzi inferiori, ma sul medio periodo gli effetti del dumping sono devastanti. I
produttori locali non possono in alcun modo competere con il cibo importato a basso costo,
presto sono costretti a lasciare la loro terra e ingrossare le fila dei poveri delle
città. Anche per i produttori del Nord il sistema sovvenzionato risulta alla fine
svantaggioso, perché produrre al più basso costo, vendere al più basso prezzo ha fatto
sparire centinaia di migliaia di aziende contadine in Europa, sostenendo unicamente
l'agroindustria e la grande distribuzione. In più ai contribuenti resta il compito di
pagare la spesa per mantenere un minimo di agricoltura, senza contare i costi ambientali e
in salute.
"La pretesa di organizzare la produzione agricola del pianeta come se tutta (e non un
modestissimo 10%) dovesse esser venduta sul mercato trova oppositori a ogni latitudine. -
continua Marelli - Il cibo non è una merce, alla stregua di un'automobile o di un
frigorifero, e quindi la sua commercializzazione deve necessariamente rispondere a criteri
e regole specifici".
Drastico il giudizio negativo sugli attuali meccanismi del commercio delle derrate
alimentari di Antonio Onorati di Crocevia, che ha seguito i vari Forum preparatori
tenutisi dal movimento contadino internazionale nei cinque continenti: "La
"liberalizzazione" dei mercati agricoli nei paesi in via di sviluppo è
cominciata all'inizio degli anni '90 con misure assortite imposte dai piani di
aggiustamento strutturale, e i vari obblighi che hanno condizionato gli aiuti allo
sviluppo a smantellare tutte le forme di protezione doganale". E i risultati sono
drammatici. "Il Kenya, ad esempio con oltre il 77% di popolazione dedita
all'agricoltura, con le esportazioni agroalimentari che rappresentano più della metà di
quelle del paese, ha oltre il 40% della popolazione sottoalimentata". Le proposte
della campagna, lanciate il primo giorno del Forum di Firenze, sono chiare: fermare il
dumping e abolire i sostegni all'esportazione di prodotti agroalimentari. In concreto,
centomila "cartoline" da inviare al Presidente del Consiglio italiano e al
Commissario europeo Lamy, responsabile del negoziato all'Organizzazione mondiale del
commercio per l'Unione europea. Con Volontari per lo Sviluppo il ricco dossier
prodotto dai promotori della campagna.
"Sono temi complessi, certo - sostiene Marelli - ma non lo era anche il debito dei
paesi poveri? Eppure la sensibilità è cresciuta e grazie alla pressione popolare si sono
ottenuti grandi risultati".
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"Per quale motivo con l'entrata in vigore del Trattato di cittadinanza europea uno
svedese di passaggio in Germania può esercitare il diritto di voto e un turco residente
da quindici anni no?".
L'illuminante interrogativo è posto da Luciano Scagliotti, vice presidente dell'European
network against racism (Enar), la rete europea contro il razzismo, attiva diversi anni,
che al Social Forum ha lanciato una campagna in favore della "cittadinanza di
residenza". Scopo dell'iniziativa: allargare lo spettro di beneficiari dell'articolo
17 del Trattato sulla cittadinanza europea, in occasione della creazione di una
Costituzione comunitaria.
Attualmente, infatti, sulla base dell'articolo 17, cittadini europei sono esclusivamente
quelli degli Stati membri. Se l'organo comunitario che lavora alla creazione di una
Costituzione europea, la Convenzione presieduta da Valérie Giscard D'Estain, dovesse
accogliere alla lettera tale articolo, "oltre 20 milioni di cittadini stranieri
"residenti" sul territorio - sottolinea Luciano Scagliotti - verrebbero
esclusi". L'Enar propone quindi di includere nella cittadinanza europea, accanto ai
cittadini degli Stati membri, "tutti i cittadini che risiedono legalmente all'interno
dell'Unione da un certo numero di anni da stabilire". Un'innovazione non da poco, che
permetterebbe inoltre, a tutte le persone che da anni risiedono in Europa, di poter
prendere parte alle votazioni dell'Unione e a quelle amministrative delle realtà locali
in cui lavorano, consumano e soprattutto vivono.
Le iniziative della campagna si concentreranno sostanzialmente su tre fronti: seminari
informativi, manifestazioni pubbliche e lavoro di lobbing. Per quanto riguarda i seminari,
verso la metà di febbraio (in data da definire, vedi www.enar-eu.org) si terrà una riunione operativa a Parigi, nel corso
della quale, tra le altre cose, sarà discussa l'organizzazione di una manifestazione di
piazza europea. E' in corso la costituzione di un tavolo di discussione con i parlamentari
europei, da concepire il più possibile eterogeneo, in modo da indirizzare le scelte del
Consiglio, l'organismo costituito dai presidenti dei paesi membri, atto a prendere le
decisioni.
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"Dopo il fallimento del Vertice di Johannesburg" ha affermato Riccardo
Petrella, presidente e anima della Campagna per il Contratto Mondiale dell'Acqua,
"abbiamo deciso di non andare più a rimorchio dei potenti della Terra. A marzo,
invece di partecipare al Forum Mondiale dell'Acqua a Kyoto (Giappone), organizzeremo qui
in Italia il Forum Alternativo, che sarà presentato a Porto Alegre". I lavori di
Firenze si sono concentrati sul ruolo, le proposte e le politiche idriche dell'Unione
Europea: a livello interno le direttive comunitarie puntano allo smantellamento dei
servizi pubblici, mentre a livello internazionale Bruxelles spinge per l'inserimento
dell'acqua tra i servizi che sarebbero oggetto del Gats (Accordo Generale sul commercio
dei servizi, le cui negoziazioni si concluderanno nel settembre 2003), consegnando di
fatto la regolamentazione delle politiche idriche al Wto (Organizzazione Mondiale de
Commercio). Per contrastare queste tendenze proposta la creazione di una Rete di
parlamentari europei che porti avanti le posizioni del Manifesto dell'acqua: riforma della
politica agricola comune europea, con l'eliminazione dei sussidi all'attuale modello
agricolo - che spreca acqua, contamina, inquina -, tutela del bene comune acqua,
organizzazione di un sistema di fiscalità europea a finalità redistributiva, gestito da
un Servizio Pubblico Europeo che finanzi l'allocazione di risorse idriche per garantirne
l'accesso a tutti.
In Italia, il Comitato italiano per il Contratto Mondiale dell'Acqua e il Forum dei
parlamentari dell'acqua hanno già presentato un pacchetto di emendamenti alla legge
Finanziaria "Il primo obiettivo politico - ha dichiarato l'on. Pietro Folena - è
quello di contrastare l'accelerazione del processo di privatizzazione della gestione
dell'acqua, attivato dal Governo Berlusconi con l'introduzione dell'art. 35 nella legge
finanziaria del 2002 che ha espropriato l'autonomia degli Enti locali". Emendamenti
presentati; abrogazione dell'art.35, introduzione di una serie di nuove norme che
dilazionano i termini di trasformazione delle aziende municipalizzate in Spa, clausola di
salvaguardia per i servizi pubblici gestiti da consorzi pubblici, ripristino di competenze
delle Regioni sul piano della legislazione in materia di risorse idriche. Rosario Lembo,
segretario del Comitato italiano aggiunge "Un secondo obiettivo è reperire i fondi
per garantire l'accesso all'acqua potabile a 1,3 miliardi di persone sul pianeta,
introducendo la proposta di una Watertax sulle acque minerali". Gli italiani sono tra
i primi consumatori di acque minerali nel mondo, mentre i Comuni e gli Enti locali, che
hanno la proprietà di molte fonti sorgive, le cedono in gestione ai privati a prezzi di
concessione "irrisori". E intanto la quasi totalità delle grandi marche
italiane sono diventate di proprietà di imprese straniere (Nestlè e Danone).
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"Il 20% dei diamanti venduti nel mondo sono commercializzati illegalmente. Venduti per armare gruppi ribelli africani o finanziare conflitti" così sostiene Alex Yearsley di Global Witness, ong internazionale tra i promotori della campagna per una regolamentazione del mercato dei diamanti. Esempi? Angola, Liberia e Sierra Leone. Un giro d'affari stimato dall'Onu in 23 milioni di dollari. E nella Repubblica Democratica del Congo, secondo un recente rapporto di Amnesty International presentato al Forum, la Miba, la più importante compagnia mineraria statale, si rende responsabile ogni giorno dell'uccisione di decine di presunti minatori abusivi, bambini compresi, colpiti a morte o feriti gravemente dagli uomini della vigilanza. Una situazione insostenibile, riconosciuta già dai 45 paesi (inclusa l'Unione europea) che producono e commercializzano diamanti, e che hanno sottoscritto nel marzo 2002 il Kimberley Process, un codice di autoregolamentazione in vigore dal 1° gennaio 2003. Unico problema: il sistema di verifica è completamente volontario e l'industria dei diamanti si è finora rifiutata di rendere pubblici i dettagli dell'autoregolamentazione. Al Forum si è dunque rilanciata, grazie a una coalizione di ong, la richiesta all'industria dei diamanti di "rendere pulita" la sua azione, fornendo una certificazione sicura al consumatore, sul fatto che i diamanti non siano stati lavorati da bambini o macchiati dal sangue delle guerre locali. In particolare chiede di: rendere subito pubblico il sistema di autoregolamentazione, attuare un metodo di verifica indipendente, sviluppare un sistema di sanzioni per chi viola gli accordi, creare programmi di formazione all'interno dell'industria dei diamanti per promuovere la consapevolezza su questi temi. Le quattro richieste sono raccolte in una cartolina prodotta da Amnesty International e indirizzata a Eli Izhakoff, presidente del World Diamond Council. Per scaricarla e firmare: www.amnesty.it
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Televisione, radio, giornali, la rete. Siamo immersi in un flusso comunicativo
costante, che ci bombarda senza sosta, producendo una mole smisurata di informazioni, in
cui è difficile districarsi. "Ci raccontano il mondo che non c'è - sostiene
Giulietto Chiesa, ex corrispondente da Mosca di La Stampa - nascondendoci il mondo vero.
Siamo già in guerra. Il sistema mondiale della comunicazione è dominato da un incessante
rumore di fondo, cominciato con la guerra in Kosovo. Un rumore che non fa che ripetere che
la guerra è necessaria, giusta". Per difenderci da questo pericolo ha fondato
insieme ad altre persone l'associazione Megachip, con l'obiettivo di monitorare il mondo
dell'informazione. E lancia un appello: partecipare all'osservatorio su guerra e pace
Mediawatch, per monitorare come i mezzi di informazione ci preparano al conflitto contro
l'Iraq. Cosa fare? Seguire ogni giorno una singola testata, di cui analizzare gli articoli
dedicati al tema: se ne parlano, in che termini lo descrivono? Quanto spazio gli viene
concesso? Con quali toni è presentato? Per rispondere a queste domande è stata preparata
un'apposita griglia (scaricabile da www.megachip.info),
semplice da compilare; sono i benvenuti tutti coloro che volessero partecipare, occorrono
forze per estendere il monitoraggio a tutti i grandi media.
Per contattare il gruppo già attivo: maxloche@tiscali.it
Volontari per lo sviluppo -
Dicembre 2002
© Volontari per lo sviluppo