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La grande eredità del Social forum

Campagne d'Europa

35 mila giovedì, 60 mila venerdì, oltre mezzo milione sabato. A seguire le centinaia di conferenze e seminari tenutisi a Firenze dal 6 al 10 novembre, e a partecipare alla manifestazione finale, erano davvero in tanti: sale stracolme, stand presi d'assalto, accessi affollati all'inverosimile e, sabato, Fortezza da basso, sede del Forum, sold out con l'intera città invasa pacificamente. Religiosi, comunisti, progressisti, centristi, autonomi, ambientalisti, e tanti, tantissimi "cani sciolti". Una galassia veramente eterogenea, unita dal no forte ed univoco alla guerra in Iraq e dalla voglia di discutere di tutto ciò che occorre per creare "un'altra Europa possibile". Ma perché questo momento simbolico e celebrativo non resti chiuso in se stesso, l'importante è il dopo. A Firenze si sono lanciate tantissime proposte per un cammino concreto. Volontari per lo Sviluppo ne ha scelte per voi cinque, perché l'impegno quotidiano continua.

A cura della redazione

Agricoltura - La Focsiv lancia il "No dumping"

Stop alla concorrenza sleale

La parola, "dumping", è un po' ostica, ma il significato è semplice: concorrenza sleale. Un meccanismo molto in uso oggi nel mercato agroalimentare, per cui si esportano prodotti agricoli a prezzi inferiori ai costi di produzione e al di sotto del prezzo mondiale di mercato, sbaragliando la concorrenza. Ciò è possibile solo grazie agli ingenti sussidi pubblici all'agricoltura erogati dai paesi ricchi ai propri agricoltori, che permettono di abbattere fortemente i costi.
"La conquista dei mercati internazionali si fa con trucchi evidenti, a partire dalla pratica del "sostegno alle esportazioni" - sostiene Sergio Marelli, direttore di Volontari nel mondo-Focsiv, primo promotore della campagna contro il dumping, che ha visto poi unirsi un vasto cartello di associazioni - Una pratica che solo i paesi ricchi possono attuare, rifiutata anche dagli estimatori incalliti del libero mercato. Vendere una merce in un paese terzo a un prezzo più basso del costo di produzione è giudicato scorretto da economisti e operatori di tutte le scuole di pensiero".
In un primo tempo, la vendita di prodotti alimentari sottocosto potrebbe essere un vantaggio per i consumatori dei paesi in via di sviluppo, che possono comprare cibo a prezzi inferiori, ma sul medio periodo gli effetti del dumping sono devastanti. I produttori locali non possono in alcun modo competere con il cibo importato a basso costo, presto sono costretti a lasciare la loro terra e ingrossare le fila dei poveri delle città. Anche per i produttori del Nord il sistema sovvenzionato risulta alla fine svantaggioso, perché produrre al più basso costo, vendere al più basso prezzo ha fatto sparire centinaia di migliaia di aziende contadine in Europa, sostenendo unicamente l'agroindustria e la grande distribuzione. In più ai contribuenti resta il compito di pagare la spesa per mantenere un minimo di agricoltura, senza contare i costi ambientali e in salute.
"La pretesa di organizzare la produzione agricola del pianeta come se tutta (e non un modestissimo 10%) dovesse esser venduta sul mercato trova oppositori a ogni latitudine. - continua Marelli - Il cibo non è una merce, alla stregua di un'automobile o di un frigorifero, e quindi la sua commercializzazione deve necessariamente rispondere a criteri e regole specifici".
Drastico il giudizio negativo sugli attuali meccanismi del commercio delle derrate alimentari di Antonio Onorati di Crocevia, che ha seguito i vari Forum preparatori tenutisi dal movimento contadino internazionale nei cinque continenti: "La "liberalizzazione" dei mercati agricoli nei paesi in via di sviluppo è cominciata all'inizio degli anni '90 con misure assortite imposte dai piani di aggiustamento strutturale, e i vari obblighi che hanno condizionato gli aiuti allo sviluppo a smantellare tutte le forme di protezione doganale". E i risultati sono drammatici. "Il Kenya, ad esempio con oltre il 77% di popolazione dedita all'agricoltura, con le esportazioni agroalimentari che rappresentano più della metà di quelle del paese, ha oltre il 40% della popolazione sottoalimentata". Le proposte della campagna, lanciate il primo giorno del Forum di Firenze, sono chiare: fermare il dumping e abolire i sostegni all'esportazione di prodotti agroalimentari. In concreto, centomila "cartoline" da inviare al Presidente del Consiglio italiano e al Commissario europeo Lamy, responsabile del negoziato all'Organizzazione mondiale del commercio per l'Unione europea. Con Volontari per lo Sviluppo il ricco dossier prodotto dai promotori della campagna.
"Sono temi complessi, certo - sostiene Marelli - ma non lo era anche il debito dei paesi poveri? Eppure la sensibilità è cresciuta e grazie alla pressione popolare si sono ottenuti grandi risultati".

Immigrati - Una Rete europea contro il razzismo

Cittadinanza di residenza

"Per quale motivo con l'entrata in vigore del Trattato di cittadinanza europea uno svedese di passaggio in Germania può esercitare il diritto di voto e un turco residente da quindici anni no?".
L'illuminante interrogativo è posto da Luciano Scagliotti, vice presidente dell'European network against racism (Enar), la rete europea contro il razzismo, attiva diversi anni, che al Social Forum ha lanciato una campagna in favore della "cittadinanza di residenza". Scopo dell'iniziativa: allargare lo spettro di beneficiari dell'articolo 17 del Trattato sulla cittadinanza europea, in occasione della creazione di una Costituzione comunitaria.
Attualmente, infatti, sulla base dell'articolo 17, cittadini europei sono esclusivamente quelli degli Stati membri. Se l'organo comunitario che lavora alla creazione di una Costituzione europea, la Convenzione presieduta da Valérie Giscard D'Estain, dovesse accogliere alla lettera tale articolo, "oltre 20 milioni di cittadini stranieri "residenti" sul territorio - sottolinea Luciano Scagliotti - verrebbero esclusi". L'Enar propone quindi di includere nella cittadinanza europea, accanto ai cittadini degli Stati membri, "tutti i cittadini che risiedono legalmente all'interno dell'Unione da un certo numero di anni da stabilire". Un'innovazione non da poco, che permetterebbe inoltre, a tutte le persone che da anni risiedono in Europa, di poter prendere parte alle votazioni dell'Unione e a quelle amministrative delle realtà locali in cui lavorano, consumano e soprattutto vivono.
Le iniziative della campagna si concentreranno sostanzialmente su tre fronti: seminari informativi, manifestazioni pubbliche e lavoro di lobbing. Per quanto riguarda i seminari, verso la metà di febbraio (in data da definire, vedi www.enar-eu.org) si terrà una riunione operativa a Parigi, nel corso della quale, tra le altre cose, sarà discussa l'organizzazione di una manifestazione di piazza europea. E' in corso la costituzione di un tavolo di discussione con i parlamentari europei, da concepire il più possibile eterogeneo, in modo da indirizzare le scelte del Consiglio, l'organismo costituito dai presidenti dei paesi membri, atto a prendere le decisioni.

Acqua - Proposto un Servizio Pubblico Europeo

Watertax

"Dopo il fallimento del Vertice di Johannesburg" ha affermato Riccardo Petrella, presidente e anima della Campagna per il Contratto Mondiale dell'Acqua, "abbiamo deciso di non andare più a rimorchio dei potenti della Terra. A marzo, invece di partecipare al Forum Mondiale dell'Acqua a Kyoto (Giappone), organizzeremo qui in Italia il Forum Alternativo, che sarà presentato a Porto Alegre". I lavori di Firenze si sono concentrati sul ruolo, le proposte e le politiche idriche dell'Unione Europea: a livello interno le direttive comunitarie puntano allo smantellamento dei servizi pubblici, mentre a livello internazionale Bruxelles spinge per l'inserimento dell'acqua tra i servizi che sarebbero oggetto del Gats (Accordo Generale sul commercio dei servizi, le cui negoziazioni si concluderanno nel settembre 2003), consegnando di fatto la regolamentazione delle politiche idriche al Wto (Organizzazione Mondiale de Commercio). Per contrastare queste tendenze proposta la creazione di una Rete di parlamentari europei che porti avanti le posizioni del Manifesto dell'acqua: riforma della politica agricola comune europea, con l'eliminazione dei sussidi all'attuale modello agricolo - che spreca acqua, contamina, inquina -, tutela del bene comune acqua, organizzazione di un sistema di fiscalità europea a finalità redistributiva, gestito da un Servizio Pubblico Europeo che finanzi l'allocazione di risorse idriche per garantirne l'accesso a tutti.
In Italia, il Comitato italiano per il Contratto Mondiale dell'Acqua e il Forum dei parlamentari dell'acqua hanno già presentato un pacchetto di emendamenti alla legge Finanziaria "Il primo obiettivo politico - ha dichiarato l'on. Pietro Folena - è quello di contrastare l'accelerazione del processo di privatizzazione della gestione dell'acqua, attivato dal Governo Berlusconi con l'introduzione dell'art. 35 nella legge finanziaria del 2002 che ha espropriato l'autonomia degli Enti locali". Emendamenti presentati; abrogazione dell'art.35, introduzione di una serie di nuove norme che dilazionano i termini di trasformazione delle aziende municipalizzate in Spa, clausola di salvaguardia per i servizi pubblici gestiti da consorzi pubblici, ripristino di competenze delle Regioni sul piano della legislazione in materia di risorse idriche. Rosario Lembo, segretario del Comitato italiano aggiunge "Un secondo obiettivo è reperire i fondi per garantire l'accesso all'acqua potabile a 1,3 miliardi di persone sul pianeta, introducendo la proposta di una Watertax sulle acque minerali". Gli italiani sono tra i primi consumatori di acque minerali nel mondo, mentre i Comuni e gli Enti locali, che hanno la proprietà di molte fonti sorgive, le cedono in gestione ai privati a prezzi di concessione "irrisori". E intanto la quasi totalità delle grandi marche italiane sono diventate di proprietà di imprese straniere (Nestlè e Danone).

Multinazionali - Un codice di condotta per l'industria diamantifera

Diamanti "puliti"

"Il 20% dei diamanti venduti nel mondo sono commercializzati illegalmente. Venduti per armare gruppi ribelli africani o finanziare conflitti" così sostiene Alex Yearsley di Global Witness, ong internazionale tra i promotori della campagna per una regolamentazione del mercato dei diamanti. Esempi? Angola, Liberia e Sierra Leone. Un giro d'affari stimato dall'Onu in 23 milioni di dollari. E nella Repubblica Democratica del Congo, secondo un recente rapporto di Amnesty International presentato al Forum, la Miba, la più importante compagnia mineraria statale, si rende responsabile ogni giorno dell'uccisione di decine di presunti minatori abusivi, bambini compresi, colpiti a morte o feriti gravemente dagli uomini della vigilanza. Una situazione insostenibile, riconosciuta già dai 45 paesi (inclusa l'Unione europea) che producono e commercializzano diamanti, e che hanno sottoscritto nel marzo 2002 il Kimberley Process, un codice di autoregolamentazione in vigore dal 1° gennaio 2003. Unico problema: il sistema di verifica è completamente volontario e l'industria dei diamanti si è finora rifiutata di rendere pubblici i dettagli dell'autoregolamentazione. Al Forum si è dunque rilanciata, grazie a una coalizione di ong, la richiesta all'industria dei diamanti di "rendere pulita" la sua azione, fornendo una certificazione sicura al consumatore, sul fatto che i diamanti non siano stati lavorati da bambini o macchiati dal sangue delle guerre locali. In particolare chiede di: rendere subito pubblico il sistema di autoregolamentazione, attuare un metodo di verifica indipendente, sviluppare un sistema di sanzioni per chi viola gli accordi, creare programmi di formazione all'interno dell'industria dei diamanti per promuovere la consapevolezza su questi temi. Le quattro richieste sono raccolte in una cartolina prodotta da Amnesty International e indirizzata a Eli Izhakoff, presidente del World Diamond Council. Per scaricarla e firmare: www.amnesty.it

Media - Monitoraggio popolare dell'informazione

Difendersi dalla propaganda di guerra

Televisione, radio, giornali, la rete. Siamo immersi in un flusso comunicativo costante, che ci bombarda senza sosta, producendo una mole smisurata di informazioni, in cui è difficile districarsi. "Ci raccontano il mondo che non c'è - sostiene Giulietto Chiesa, ex corrispondente da Mosca di La Stampa - nascondendoci il mondo vero. Siamo già in guerra. Il sistema mondiale della comunicazione è dominato da un incessante rumore di fondo, cominciato con la guerra in Kosovo. Un rumore che non fa che ripetere che la guerra è necessaria, giusta". Per difenderci da questo pericolo ha fondato insieme ad altre persone l'associazione Megachip, con l'obiettivo di monitorare il mondo dell'informazione. E lancia un appello: partecipare all'osservatorio su guerra e pace Mediawatch, per monitorare come i mezzi di informazione ci preparano al conflitto contro l'Iraq. Cosa fare? Seguire ogni giorno una singola testata, di cui analizzare gli articoli dedicati al tema: se ne parlano, in che termini lo descrivono? Quanto spazio gli viene concesso? Con quali toni è presentato? Per rispondere a queste domande è stata preparata un'apposita griglia (scaricabile da www.megachip.info), semplice da compilare; sono i benvenuti tutti coloro che volessero partecipare, occorrono forze per estendere il monitoraggio a tutti i grandi media.
Per contattare il gruppo già attivo: maxloche@tiscali.it

Volontari per lo sviluppo - Dicembre 2002
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