di Federico Silva
Il Forum sociale europeo di Firenze è una buona occasione per fare il punto sui movimenti. Molti, dopo Genova, hanno additato alla crisi del movimento, portando a testimonianza i dissidi interni alle vecchie culture politiche italiane; dimenticando però che stiamo parlando di movimenti globali ben più vasti delle tattiche di casa nostra. E il movimento, in realtà, non è solo sopravvissuto a quella sospensione di democrazia che fu Genova, ma anche alla tragedia dell'11 settembre e alla "guerra permanente contro il terrorismo" che ne è seguita. Una serie d'appuntamenti di vaste dimensioni si sono susseguiti scandendo la sua presenza. E dopo Monterrey, il summit europeo di Barcellona, la conferenza di Johannesburg, il movimento si è ritrovato a Firenze. Appuntamento deciso a Porto Alegre, nel corso del World Social Forum di gennaio 2002, dove l'idea era di contestualizzare i temi trattati in Brasile adattandoli alle realtà locali. Ad esempio, rileggere il processo di costituzione dell'Europa; a fronte dell'affermazione di un'Europa dei governi, i movimenti si sono richiamati all'idea di un'Europa sociale e democratica, capace di garantire i diritti fondamentali alle persone.
Il problema sempre più vivo, rimbombato ancora nei giorni toscani del movimento, è:
chi li ascolta? Le richieste di cambiamento nelle direzioni della pace, giustizia sociale
e democrazia, si sono scontrate con una crescente chiusura delle istituzioni. Alla
conferenza "Finanza per lo sviluppo" di Monterrey, in Messico, un modesto
coinvolgimento della società civile nelle fasi preparatorie non ha portato alcun
risultato: l'agenda ufficiale non ha avuto posto per Tobin tax, riduzione del debito,
nuove risorse per la cooperazione. Alla stretta finale, le pressioni degli Stati Uniti,
cui è accodata l'Unione europea, hanno trasformato la conferenza in un'innocua passerella
di governi. Ugualmente deludente si è rivelata anche la conferenza di Johannesburg. Già
a Porto Alegre l'assenza delle Nazioni Unite era clamorosa. A parte un debole messaggio di
Kofi Annan, la presenza maggiore era quella di Juan Somavia, capo dell'Organizzazione
internazionale del lavoro, cui si aggiungevano alcuni seminari organizzati da Unesco e
Unrisd.
Eppure buona parte delle richieste avanzate dal movimento sono puntuali, ragionevoli e
realizzabili. Tuttavia l'incapacità delle Nazioni Unite a recuperare una leadership
nell'affrontare i problemi globali, i fallimenti di negoziati come quelli dell'Aja sui
cambiamenti del clima a fine 2000, hanno radicalizzato lo scontro tra il progetto di
globalizzazione neoliberista e la società civile.
A Porto Alegre una parte della società civile, seppur minoritaria, era sempre meno
illusa sulle possibilità di convergenza tra movimenti e politica istituzionale. C'erano
seminari su "Fare a pezzi le istituzioni internazionali", si parlava di
sostituire il Fondo monetario con Fondi regionali, di trasformare la Banca mondiale in un
centro studi, di "shrink or sink" (ridimensionare o affondare) l'Omc.
Nonostante queste tendenze, Porto Alegre si è segnalata per un importante equilibrio tra protesta
contro l'ordine esistente e proposta per nuove regole globali. La protesta non
era l'unica alternativa a disposizione di un movimento ridotto ormai alle corde delle
radicalizzazione. Piuttosto, il movimento si dimostrava capace di dar forma a due
strategie, riprese con forza anche a Firenze. La prima è quella di definire richieste
semplici, largamente condivise, su cui costruire ampie convergenze tra movimenti, forze
sociali e politiche, e governi di alcuni paesi "illuminati", come quelle che
hanno permesso di fermare a Seattle il Millenium Round sul commercio e prima ancora il
Mai, l'accordo multilaterale sugli investimenti. In tutta la storia (per nulla breve) dei
movimenti globali, esempi di questa strategia sono le campagne per la Tobin tax, per la
cancellazione del debito del Sud, per la riforma di Fondo monetario e Banca mondiale, per
l'accesso ai farmaci nei paesi poveri. Campagne che presentano un'alta politicità e
un'alta partecipazione.
Il secondo percorso avviato a Porto Alegre e ripreso a Firenze è il rafforzamento
dell'organizzazione dei movimenti globali. Le occasioni d'incontro della società civile
globale si moltiplicano. Per il 2004 si prepara a Barcellona il Forum mondiale delle reti
di società civile, ma non prima di una terza edizione di Porto Alegre. In questo verso va
la nuova dimensione regionale dei forum sociali, con l'elaborazione di campagne di più
facile coordinamento e con fini più raggiungibili.
Ciò che è sovente mancato - la politica istituzionale - è proprio quello
che a Porto Alegre trasmetteva più ottimismo: sentire il forte legame (anche se
tutt'altro che pacifico) tra movimenti, un sindacato come la Cut, il Partito dei
lavoratori (Pt) e il resto della sinistra brasiliana, i governi dello Stato e della città
amministrati dal Pt.
Forse anche il Forum sociale europeo ha trovato quella sponda istituzionale credibile e
legittima? Il pessimismo parrebbe d'obbligo. Il Social forum non sembra aver rivestito (al
giorno in cui scrivo) alcun ruolo nel dibattito politico nazionale. Anzi, l'erronea
illusione che il movimento sia morto a Genova pare averlo reso ancor più trasparente ai
partiti politici nazionali e all'opinione pubblica.
Ciò che serve al movimento, di fronte all'assenza della politica, è sempre più la
strategia della proposta e sempre meno quella della protesta. Qual è il valore aggiunto
dell'ennesima manifestazione nazionale o del corteo al Forum sociale europeo di Firenze?
Limitarsi alla logica della protesta rischia di abbreviare prematuramente il ciclo di vita
dei nuovi movimenti e di restringerne l'area di consenso; sul terreno della pura
resistenza lo spazio politico è limitato, su quello delle manifestazioni di piazza lo è
ancora di più.
Per questo con Porto Alegre e Firenze, i movimenti globali sono entrati in una fase
costituente non per trasformarsi in partiti, ma per trasformare la politica a partire da
un serie di campagne sistematiche di alto consenso. Da Washington si annuncia il rifiuto
sistematico di accettare e rispettare accordi e trattati internazionali: da quello di
Kyoto sulle emissioni inquinanti ai trattati di disarmo, dal tribunale penale
internazionale ai paradisi fiscali. L'Unione europea si è dimostrata ancora una volta
incapace di una politica estera unitaria. Sarà il movimento a dare un positivo scossone
dal basso?
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Forum sociale a FirenzeNasce l'Europa dei popolidi Tiziana Montaldo Un'esplosione di conferenze, musica e teatro: questo il Forum sociale europeo, in corso dal 6 al 10 novembre a Firenze, con 18 mila delegati, 150 seminari, un centinaio di workshop. Fili conduttori: lo sviluppo sostenibile, il liberismo, la guerra e la democrazia, affrontati attraverso conferenze e seminari. Il 6 novembre, all'inaugurazione serale, un concerto di 100 bande popolari europee si snoda fino a piazza Santa Croce dove suonano tutte insieme, mentre il premio Nobel Dario Fo lancia le sue provocazioni dal palco, e alcune postazioni cinematografiche proiettano non stop. Seminari a pioggiaIl programma di dibattito vero e proprio si svolge nei giorni dal 7 al 9 ottobre a
Fortezza da Basso. Ogni giorno, sei plenarie tenute da tre o quattro relatori, due per
area tematica (liberismo - globalizzazione; guerra - pace; democrazia - cittadinanza -
diritti). I seminari ruotano intorno a tre assi: approfondimento delle tematiche delle
conferenze, costruzione di reti europee, campagne. Infine, ogni giorno dalle 18 alle 20,30
due spazi di "finestre sul mondo" con testimonianze di particolare rilievo e uno
spazio "dialoghi" con momenti di confronto. Insieme, perchéOltre 500 sono i movimenti e le organizzazioni europee che si sono impegnate come
promotori, provenienti dai settori più diversi: dall'area cattolica a quella ecologista
fino a quella più antagonista e di "sinistra". Partiti all'ascoltoUn po' di rigidità degli organizzatori sulla presenza di Rifondazione Comunista e di eventuali altri partiti, è stata oggetto di ampi dibattiti. Regola stabilita: nessun movimento politico potrà organizzare plenarie o seminari, ma solo workshop, e non a fini propagandistici. La paura più comune: essere strumentalizzati o subire le metodologie partitiche. Sergio Marelli, presidente dell'Associazione ong italiane, dice: "Sono e resto del parere che non ci debba essere nessuna preclusione, anzi sollecitiamo la presenza di numerosi parlamentari, a patto che vengano ad ascoltare le nostre proposte e non a tenere comizi". Più duro Flavio Lotti, presidente della Tavola della Pace: "Rivendico la separazione dei ruoli: l'associazionismo indipendente è insostituibile. Al di là delle buone intenzioni la presenza dei partiti indebolisce la società civile". Ma aggiunge: "È importante confrontarsi tutti insieme, anche se provenienti da percorsi diversi; a patto però che le forze politiche non tentino di mettere il loro cappello sul movimento. Altrimenti, se l'aria dovesse divenire irrespirabile, affronteremo la sfida a cuore aperto". |
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Novembre 2002
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