di Luca Boarino
Fisico dell'Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris di Torino. È primo
tecnologo presso il settore Nanotecnologie e Microsistemi dello stesso Istituto.
Immaginate che tra 10-20 anni tutte le fonti di combustibile fossile del pianeta non
siano più in grado di soddisfare il fabbisogno mondiale (e non tra 50 o 70 anni come si
è sempre prospettato negli ultimi tempi). Provate a pensare che i rapporti con i paesi
arabi produttori di petrolio degenerino irrimediabilmente in seguito alla guerra al
terrorismo che gli Usa hanno dichiarato dopo l'11 settembre 2001.
Un panorama analogo a quello che forse ricordano i lettori sopra i quaranta, l'austerity
del 1973 (che ha dato il primo disastroso colpo al debito dei paesi poveri): code
interminabili ai distributori di benzina, week-end a piedi, targhe alterne anche al di
fuori dei centri urbani, prezzi che si impennano e libertà di movimento limitata a un
raggio di pochi chilometri.
E se capitasse davvero? L'ultimo libro di Jeremy Rifkin, Economia all'idrogeno
(Mondadori, 17,50 euro), prospetta tutto questo ma anche molto di più: la possibilità
cioè di rifondare la nostra società a partire dai presupposti di democraticità che
un'economia non più basata sul petrolio, ma sull'idrogeno, potrà fornirci tra non molto.
Ripercorrendo il cammino dell'umanità e il modo in cui le fonti di energia hanno favorito
la nascita e la caduta delle civiltà, Rifkin identifica nell'economia del petrolio (la
cupidigia degli uomini resta sottintesa) la maggiore fonte dei problemi globali, dalla
povertà all'effetto serra causato dalle emissioni di CO2, che non sono altro che il
residuo della combustione degli idrocarburi.
La sua analisi storica ed economica si spinge fino alla valutazione dell'attacco dell'11
settembre 2001, considerando l'incognita islamica, le prospettive di un futuro basato
sulle fonti di energia tradizionali, idrocarburi e gas naturale, e le conseguenze
dell'annunciato disastro globale, causa effetto serra. Effettivamente, alla luce di ciò
che sperimentiamo quotidianamente nelle nostre città, non è difficile trovarsi d'accordo
con Rifkin. L'unico dubbio è sui tempi richiesti ad arrivare al collasso globale.
In concreto, la rivoluzione energetica prospettata dall'economista americano si basa
sulla diffusione capillare di celle a combustibile alimentate a idrogeno. Le celle a
combustibile sono simili a batterie e possono utilizzare vari tipi di carburante per
generare energia elettrica. Ma, a differenza delle batterie convenzionali che impiegano
prodotti chimici i quali, una volta esaurita la propria capacità di produrre
elettricità, non possono essere sostituiti, le celle a combustibile convertono invece
l'energia chimica dei combustibili a base di carbonio o di idrogeno in energia elettrica,
e funzionano finché viene fornito tale combustibile. Per chi ha qualche simpatia per la
chimica, si può dire che le celle funzionano sull'esatto principio inverso
dell'elettrolisi, generando elettroni (e quindi corrente elettrica) se si forniscono
idrogeno e ossigeno ai due elettrodi.
In ogni caso, il principio di funzionamento, basato su una reazione chimica, e non su una
combustione, fornisce rendimenti decisamente superiori a quelli delle macchine termiche e
dei motori a scoppio. Altro vantaggio è che i prodotti di reazione sono corrente
elettrica e acqua: un aspetto di notevole interesse per le comunità del Sud del mondo,
che con questa tecnologia potrebbero ottenere energia elettrica e acqua anche lontano da
qualunque rete idrica o elettrica.
Nel libro l'autore propone varie soluzioni che potrebbero essere (e stanno
effettivamente diventando) convenienti per passare ad un'economia completamente basata
sull'idrogeno. La strada è costituita da un'infinità di sentieri e biforcazioni che
portano comunque a una completa e necessaria indipendenza dai combustibili fossili. Un
esempio? Una massiccia riconversione dell'industria automobilistica verso motori elettrici
alimentati da celle a combustibile (di questi giorni l'annuncio al salone di Parigi di
un'automobile con celle a combustibile alimentate a idrogeno della General Motors). In
questo caso le automobili potrebbero servire da piccole centrali di energia casalinghe
distribuite sul territorio.
Inoltre, l'accoppiamento delle fonti di energia alternative - che stanno raggiungendo
rendimenti validi anche dal punto di vista economico - quali il solare, l'eolico, le
biomasse e i gas naturali per la produzione di idrogeno mediante elettrolisi potrebbero,
in un futuro a medio termine, svincolare piccole comunità ma anche intere nazioni dal
petrolio e derivati (l'Islanda, ad esempio, ha addirittura iniziato un programma decennale
per esportare energia a idrogeno verso i paesi Cee).
Restano da risolvere problemi apparentemente insormontabili, quali la sicurezza degli
impianti, la distribuzione e l'immagazzinamento su larga scala dell'idrogeno, e i costi
ancora non competitivi delle celle a combustibile e di tutti i prodotti che le utilizzano,
ma anche per questi problemi Rifkin non manca di indicare le soluzioni.
E qui si arriva al punto cruciale del momento tecnologico che stiamo vivendo: la
possibilità di cambiare profondamente il modo di gestire l'energia, mediante il principio
della cosiddetta "Generazione Distribuita". Quest'ultima stravolge la logica
convenzionale di distribuzione energetica, e i primi segnali verso una transizione a tale
rivoluzionario sistema vengono proprio dagli Usa, dove la deregulation in campo
energetico è già stata avviata da parecchi anni, ed è regolamentata dall'Energy
Policy Act che ha consentito ai piccoli produttori indipendenti di energia di sfidare
i colossi del settore mediante tecnologie su scala ridotta e sfruttando le nicchie di
mercato. Il futuro prospettato da Rifkin è quello di poter generare energia mediante
celle a combustibile e vendere il surplus del fabbisogno con l'aiuto di Internet o di
tecnologie digitali integrate nella rete di distribuzione elettrica stessa, acquisendo in
tempo reale le quotazioni del gas naturale e dell'elettricità al momento della vendita.
Persino gli analisti più cauti del settore prevedono che in futuro la Generazione
Distribuita coprirà il 30% dell'intero fabbisogno energetico degli Stati Uniti.
In realtà i problemi non mancano. Oggi una centralina di generazione basata su celle a
combustibile costa circa 3000 euro al Kilowatt. Si prevede che effetti di economia di
scala ne ridurranno il costo fino a 500 euro al Kw nei prossimi anni, ma il fatto che
queste tecnologie possano diventare competitive con le fonti tradizionali dipende dai
singoli e dalle collettività, dato che i governi lungimiranti sono rari.
Secondo la visione di Rifkin tutti questi fattori di innovazione porteranno alla creazione di quella che l'autore chiama l'Hydrogen Energy Web, in stretta analogia e connessione al World Wide Web dell'attuale rete dell'informazione, offrendo così l'allettante occasione di rifondare completamente la democrazia energetica del globo, ma ad una condizione. Che fin da ora le comunità locali, le cooperative e le associazioni no profit acquisiscano competenze e posizioni a favore di un tale drastico cambiamento.
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Celle a combustibile
In concreto, la cella a combustibile è un generatore elettrochimico alimentato da un
combustibile (tipicamente idrogeno, alcool o metano) e un ossidante (ossigeno o aria), e
da cui si ricavano corrente elettrica continua, acqua e calore. Componenti di una cella a combustibile
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Novembre 2002
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