di Gianluca Iazzolino
Non te l'aspetteresti certo, arrivato quaggiù a Porretta Terme dopo mezz'ora di treno da Bologna, che siano proprio quelli dell'ente per il turismo a metterti sulle tracce di certi fantomatici elfi di cui ti hanno detto. Per giunta, senza neanche quella punta di stupore che coglierebbe chiunque si sentisse rivolgere la domanda "Mi scusi, per la valle degli elfi?".
Fino a una ventina di anni fa almeno, i forestieri di passaggio quassù se mai domandavano di pensioni Miramonti e acque sulfuree, ed erano coppie attempate in cerca di quiete, lontano da figli e nipoti invadenti. A un certo punto, però, una sottospecie di nipoti, a cui ci si era fatta la rassegnata abitudine nello scenario cittadino, quelli con capelli colorati e dredd in testa, e poi ancora piercing infilati da tutte le parti in faccia - dove si andrà a finire? - hanno cominciato a popolare, a cadenze stagionali, queste stesse contrade, riversandosi dal locale da Bologna con i loro zaini gonfi, salvo poi sparire dalla scena, perdersi nella boscaglia. E tutti con quella domanda: "Mi scusi, per la valle degli elfi?". Così ci si sono abituati pure quelli della Pro Loco che, siccome questi elfi erano una realtà e non una farneticazione, bisognava pure farsene una ragione e considerarli come un'attrattiva del posto. Addirittura la locandina pubblicitaria di un centro di equitazione locale, per rendere più appetibile la sua offerta di trekking a cavallo lungo la valle, recita: "...Di particolare importanza il passaggio da Casa Sarti e Pianizzi, dove da circa vent'anni si è insediato il pittoresco popolo degli Elfi con lo scopo di ricreare una civiltà dall'economia di un tempo ormai perduta...". Tanto più che i vecchi, quelli che sull'Appennino ci vivono, estate e inverno, li hanno adottati con benevolenza, questi elfi che in alto, ma proprio in alto sui monti, hanno rimesso in sesto le case di pietra dove un tempo ci vivevano, con tanto di stalle annesse.
Il che, naturalmente, non significa che questi elfi siano lì a due passi: mica basta
il pullman, c'è da scendere lì, e poi girare dietro quella certa casa e poi ancora
inoltrarsi nella boscaglia e inerpicarsi su per pendii di radici aggrovigliate e muschi
insidiosi, finché finalmente respiri a pieni polmoni e, come un'illuminazione, ti coglie
la consapevolezza del rumore bianco urbano che, d'improvviso, non c'è più. Camminando
per i boschi ci si può imbattere in un elfo seduto su un tronco e completamente nudo, con
un cappello di feltro alla Peter Pan in testa che mestamente saluta. Può capitare ancora
di sentir arrivare un cavallo al galoppo, cavalcato a pelo da una figura muscolosa simile
a un bronzo di Riace con i capelli al vento e un costumino alla Tarzan.
Ritornati a casa si racconterà di essere stati in una comune sull'Appennino
tosco-emiliano, una delle tante che si affastellano lungo i declivi di queste montagne; e
si racconterà che per tutti quella è la "Valle degli Elfi", anche per questi
strani tizi che hanno fatto una scelta tanto radicale e se ne sono venuti a stare quassù,
dove d'estate va bene, ma d'inverno si gela; e in che condizioni poi, che - ecco il
nocciolo della questione - il posto è assolutamente fuori dal tempo e dallo spazio e,
insomma, è tutta un'altra cosa rispetto non solo alle città fagocitanti ma anche ai
tranquilli paeselli da resort estivo. E, alla fine, chiunque se ne torni a casa ha
l'impressione di essere diventato un po' elfo pure lui.
Alcune case hanno nomi usciti direttamente dalla mitologia di Tolkien, il grande affabulatore del Signore degli Anelli: ecco Gran Burrone e Piccolo Burrone. Altre invece hanno riesumato l'originario nome, quasi per la volontà di tracciare una linea di continuità fra la tradizione contadina del posto e questo modo di vivere che (all'apparenza) ha così poco di tradizionale. Casa Sarti è una di queste. È una delle più grandi, perché dispone di maggiore terreno, avuto in concessione direttamente dall'Ente Montano. Le altre si sono limitate ad appezzamenti più ridotti, chiesti in prestito (mai strappati) direttamente alla natura. A Casa Sarti d'estate si può arrivare a una ventina di persone, ma è difficile stabilire quanti effettivamente siano quelli in pianta stabile. Chiunque può arrivare e chiedere ospitalità, e con la bella stagione c'è sicuramente più possibilità perché i posti a disposizione vanno dalla stalla al terreno adiacente la casa, da cui spunta qualche canadese. La casa ha solo una tenda a dividerla dall'esterno, e la sua struttura in pietra si armonizza fin quasi a confondersi con il paesaggio, un'invasione di verde che si allarga tutt'intorno maculata dal terreno bruno che si apre in certi punti. Dentro ci dormono quelli che sono rimasti del gruppo storico, e tutti i bambini. Casa Sarti è infatti "quella per famiglie", come ti dicono nelle altre comuni: e subito rimani colpito dalle frotte di bambini che scorrazzano dappertutto, e corrono per i campi, e ti fa pensare che certo dev'essere un bel posto per un bambino. Il primo nato in valle, rigorosamente in casa e senza l'aiuto di ostetriche, ha oggi 18 anni, e ancora vive a Gran Burrone. Fino alla terza elementare la scuola la fanno sopra la stalla, in un casolare di pietra adiacente a Casa Sarti nel quale, insieme ai loro genitori, ogni tanto arrivano due maestre volontarie. Ed è in costruzione una "vera" scuola elementare, dalla prima alla quinta, un vecchio casolare con vista sulla valle. E dopo le elementari? "Andranno alle scuole medie e poi alle superiori con tutti gli altri - spiega Alessandra, madre di due piccoli elfi e futura "direttrice" della scuola - si sveglieranno alle 6 e scenderanno a valle per prendere il pullman". Modelli cui ispirarsi non ce ne sono, la comunità vive alla giornata affrontando i problemi man mano che le si presentano, e i genitori non nascondono una certa apprensione per il futuro.
Lucio è stato uno dei primi a salire fin quassù: ha circa cinquant'anni e all'inizio degli anni Ottanta, quando l'esuberanza del decennio precedente si andava ormai intiepidendo, insieme ad altri ha sentito il bisogno di cercare uno spazio per vivere una vita che in città non si poteva, a contatto con la natura, alla larga da quella fiumana di prodotti di consumo che stavano sommergendo le esistenze individuali. Così, siccome lo spopolamento di queste montagne aveva lasciato vuote parecchie case - le stesse che durante la guerra avevano accolto gli sfollati - ha pensato che proprio da qui si potesse iniziare una nuova vita. "Eppoi c'erano quelli dell'autonomia", dice lui. "Molti a un certo punto hanno capito che non potevano cambiare il mondo, o forse non ne valeva la pena. Quelli che non si sono adattati sono finiti nell'eroina, o nelle carceri speciali o sono diventati patetici nostalgici. Oppure sono venuti qui, a crearsi il proprio mondo". A Casa Sarti si coltivano i campi, e ci sono le bestie. Non c'è però né elettricità né acqua corrente. La giornata finisce quando si esauriscono gli ultimi tizzoni del fuoco che, almeno d'estate, risplende davanti alla casa. D'inverno è un'altra cosa: quei pochi che rimangono si stringono attorno al camino per ripararsi dal freddo pungente. L'acqua è quella che sgorga dalla fonte, usata per bere e lavarsi. Ma sono quei piccoli particolari, più ancora che queste assenze, a dare l'idea di un'altra realtà, che non ha niente a che fare con l'ostinato rifiuto del "progresso" da cui, a un'occhiata superficiale, sembrerebbe connotata: la cenere mista a succo di limone usata per lavare le stoviglie, ad esempio, che solo i vecchi ricordano ancora. Oppure l'assenza assoluta di carta igienica, sostituita adeguatamente da una vanga per scavare una buca nel bosco e una bottiglia d'acqua per lavarsi, come dicono gli arabi, "con la sinistra perché la destra serve per mangiare". Qui si fa a meno di ciò di cui, ti rendi conto, non si ha davvero bisogno, e se pure all'inizio non c'è nessuno a rimproverarti la tua scatoletta di tonno, ti basta qualche giorno per sentirla superflua: e poi qui il pane è più pane, e il formaggio è più formaggio e quelle zuppe hanno un sapore che proprio non conosci, anestetizzato come sei da una vita di gusti confezionati.
I visitatori vengono invitati a dare una mano: chi vuol venire a battere il grano?
Qualcuno vuol spulare la segale? C'è qualcuno a raccogliere le more? Ma quello che si
chiede è rispetto, per gli altri e per la natura che ospita tutti: quando qualcuno suona
la campana del pranzo ci si siede assieme sotto il pergolato, ci si serve del pasto e,
ognuno da sé, si lava il piatto usato. I rifiuti organici vengono usati per produrre
concime, quelli inorganici (pochi) li si consegna ai primi che scenderanno a valle. Si
aspetta il plenilunio per far festa: allora gli abitanti di tutte le comuni della valle si
ritrovano, e la festa della luna diventa l'occasione per scambiarsi prodotti, novità, o
semplicemente ballare e fare due chiacchiere. A volte il corno risuona per chiamare
l'adunata: chi detiene il "bastone della parola" espone le proprie idee
sull'andamento della comunità, dopodiché lo passa al vicino e si discute fino a che non
vengono prese le decisioni del caso.
Francesca ha vissuto un paio d'anni in un'altra comune, con il suo ragazzo. Poi la storia
è finita e lei se n'è venuta via. I suoi ogni tanto vengono a trovarla da Bologna. Lei
sta bene qui, nella valle, e per il momento anche a Casa Sarti: potrebbe cambiar posto,
trovare un'altra casa da ravvivare. "Vai via se non ti trovi più bene con gli altri,
o se hai voglia di cambiare e hai trovato qualcuno che ami come te queste montagne. Tanto
le case non mancano mica, e anche lo spazio per coltivare. E per iniziare c'è bisogno di
così poco".
C'è molto movimento all'interno della valle degli elfi, ma anche con il resto del mondo. Pure se subito dà l'idea di un'arcadia fuori dalla storia, in realtà ci sono presenti e passati e futuri, comuni che nascono e che muoiono e gente che parte e dopo mesi o magari anni ritorna e trova facce nuove. Gli elfi ogni tanto lasciano la valle incantata, vanno a lavorare "in nero" per qualche mese e poi volano in Sud America, India o altri paesi lontani per mesi. Anche Luisa una volta viveva qui, ed è qui che è nata sua figlia, che adesso ha dodici anni. Poi sua madre si è ammalata e lei è andata ad assisterla, ad Aosta. "Ma appena posso torno qui", dice lei. Anche sua figlia adora questi luoghi. C'è gente che passa qui qualche mese l'anno e poi torna in città, alla vita quella "normale". Vengono a purificarsi, e qui nessuno li accusa di essere solo una specie appena più elaborata di turisti: del resto vengono ad aiutare, si coprono della stessa polvere e non si lamentano, e quindi va bene. Si viene a riacquistare un senso del tempo e dello spazio che giù in città non esiste più. Quelli che sui monti ci passano tutto l'anno anche quando scendono a valle conservano un'eccezionalità che stupisce chiunque li incontri: chi li ha visti a Genova per la manifestazione contro il G8, dove vendevano a offerta libera la pizza che cuocevano nel forno d'argilla, sa cosa voglio dire. E ultimamente poi, sempre con il loro forno d'argilla caricato su un vecchio furgone colorato, sono stati invitati a fare il cattering al Rototom Sunsplash festival di Osoppo, in provincia di Udine, una rassegna musicale organizzata da alcuni amici. I proventi serviranno a caricare una furgonata di farina integrale e organizzare una spedizione nel vercellese, dove procurarsi il riso biologico per passare l'inverno.
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Agosto 2002
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