di Stefania Garini
Chi non conosce la storia della cicala e la formica? La prima, canterina impenitente,
passa l'estate a trastullarsi, e all'arrivo dell'inverno muore di stenti. L'altra, più
avveduta, si dà da fare e ammassa provviste per la brutta stagione.
Istruiti da questo racconto, anche noi ci comportiamo come operose formiche, e accumuliamo
denaro per garantirci un futuro tranquillo. Poi, messe al sicuro le nostre
"briciole" nei caveau delle banche, possiamo dormire, crediamo, sonni
tranquilli.
Ma che fine fanno i nostri risparmi - ben 58,9 miliardi di euro ogni anno - una volta in
mano alle banche?
Se lo sono domandati al Centro nuovo modello di sviluppo, nato a Vecchiano (Pi) nell'85
con l'obiettivo, tra gli altri, di indagare i meccanismi alla base di squilibri e
ingiustizie sociali, e che di recente ha pubblicato la Guida al risparmio responsabile
(Emi, 2002). Frutto di un'inchiesta condotta su 44 gruppi creditizi, per un totale di 212
banche (il 90% dell'attività creditizia italiana), la Guida, scritta a più
mani, fa luce sul modo in cui le banche utilizzano il nostro denaro. E il quadro che ne
emerge è sconcertante.
Le attività finanziate dagli istituti di credito sono infatti le più diverse, non
esclusi il commercio internazionale di armi e il finanziamento di regimi politici
oppressivi, nonché gli investimenti nel Sud del mondo che strangolano le economie locali
aumentando l'indebitamento con l'estero. L'Argentina - si legge ad esempio nella Guida
- nel 2000 ha emesso titoli di Stato su cui ha dovuto garantire un interesse del 40%, e
"le banche e ogni altro genere di investitori si sono precipitati ad acquistarli
invece di denunciare l'insostenibilità dell'operazione".
Gli istituti di credito, poi, sono spesso coinvolti nel riciclaggio di denaro
"sporco", nei traffici illeciti di capitali, e nella creazione di paradisi
fiscali.
Inoltre, le opere realizzate nel Sud con il finanziamento delle banche servono gli
interessi delle imprese del Nord o, al più, delle élite locali, e hanno "un impatto
sociale e ambientale devastante".
Non sorprende che le banche abbiano snobbato, fin dall'inizio, l'inchiesta del Centro
nuovo modello di sviluppo. "Nei primi mesi del 2001 - ci racconta Massimo Ronchieri,
economista 32enne che ha collaborato alla realizzazione della Guida - abbiamo
inviato alle banche un questionario per ottenere informazioni sulle loro attività in base
a 10 criteri: assetto proprietario, politiche generali, ambiente, Sud del mondo, armi,
problematiche sociali, diritti dei lavoratori, illeciti, rispetto della clientela e
paradisi fiscali". Risultato? "Su 874 banche interpellate, solo 13 hanno
risposto". I ricercatori non si sono arresi e hanno organizzato la campagna
"Banche Trasparenti", distribuendo in tutta Italia 80.000 pieghevoli di
denuncia, con la collaborazione anche della Fiba (il sindacato dei bancari aderenti alla
Cisl). Alla fine, altre 12 banche hanno inviato della documentazione, senza però
rispondere in modo puntuale alle domande del questionario. "Insomma - osserva
Ronchieri - le banche sono vere e proprie casseforti, da lì l'informazione non
esce". A questo punto, il lavoro del gruppo è continuato in sordina, passando al
setaccio le pubblicazioni specializzate, i giornali finanziari, la grande stampa e,
naturalmente, i bilanci delle banche. Scoprendo, ad esempio, che molte banche dei
prestigiosi gruppi Sanpaolo Imi, Banca Roma, IntesaBci e Banca Sella, sono
"negative" su quasi tutta la linea, per la poca trasparenza, il trattamento dei
dipendenti e della clientela, la connivenza con regimi oppressivi ecc. Non mancano, però,
banche in inversione di rotta, almeno su alcuni punti come la trasparenza e il
coinvolgimento nell'esportazione di armi: è il caso del Monte dei Paschi di Siena o di
Unicredito Italiano.
I gruppi con condotte "lineari", anche se "senza particolari slanci",
sono in genere quelli di dimensioni più ridotte, come il Banco di Desio, la Banca di
Imola, la Banca Popolare di Bari, ecc., corrette - oltre che sul piano della trasparenza e
della questione armi - anche rispetto a paradisi fiscali e Sud del mondo. Casi del resto
ancora sporadici.
Questi e altri risultati, racchiusi appunto nella Guida al risparmio responsabile,
sono stati inviati a Maurizio Sella, presidente dell'Abi (Associazione banche italiane), e
ad Antonio Fazio, presidente della Banca d'Italia. "Ma anche qui - osserva Ronchieri
- almeno per ora, l'unica reazione è stata il silenzio".
Ma se le banche non sembrano intenzionate a cambiare rotta, e a monitorare la tipologia
degli investimenti, forse qualcosa possono farlo le "formiche", cioè i
risparmiatori sensibili alle esigenze dell'etica - o, come dice Francesco Gesualdi,
fondatore del Centro, del semplice buon senso. Quel buon senso che giudica invivibile un
mondo dove la maggior parte della gente muore per la guerra, le malattie, la fame. E che
in tutto ciò riconosce la corresponsabilità del sistema creditizio.
Ma cosa può fare la formica di fronte ai colossi di economia e finanza? Molto, se
consideriamo che "la prosperità delle banche (i cui utili sono aumentati dal 1996 al
2000 del 336%) dipende dal numero dei loro clienti". E, continua la Guida,
"se i clienti le abbandonano perché non condividono le loro scelte, per le banche
sono guai seri".
Perciò la Guida non si limita a proporre le pagelle, spesso disastrose, delle
banche, ma suggerisce azioni concrete di pressione nei loro confronti, dalle campagne
d'opinione alle lettere di protesta dei clienti. Senza tralasciare una panoramica completa
dei sistemi creditizi "alternativi": dalle Mag (mutue autogestioni), alle forme
di risparmio sociale legato ai circuiti dell'equo e solidale, alla Banca Etica. Insomma,
lo scopo non è fare catastrofismo a buon mercato: "noi del Centro non siamo né
estremisti né rivoluzionari" spiega Ronchieri. "Semplicemente, cerchiamo una
strada pacifica che, a poco a poco, cambi davvero le cose". Le formiche sono
avvisate.
Volontari per lo sviluppo -
Agosto 2002
© Volontari per lo sviluppo