Precedente Successiva

Caro diario - Scrivono i volontari

Diritti umani e formaggino giallo

La prima volta che ho afferrato un'idea di diritti umani non avevo ancora dieci anni e ricordo che stavamo mangiando in cucina nell'appartamento nuovo di edilizia popolare dove la mia famiglia si era da poco trasferita: papa e mamma, cinque fratelli e nonno, in tutto otto persone che da una vecchia casa di tre stanze era approdata ad un appartamento di sei, all'ultimo piano di un condominio in un quartiere nuovo alla immediata periferia della città. Mentre cenavamo il papà ci zittiva perché alla radio stavano trasmettendo un appello dall'Ungheria, una specie di Sos a paesi vicini che non avevano alcuna intenzione di intervenire, mentre i carri armati russi schiacciavano la resistenza locale.
Questa idea dei diritti umani come un "appello a cui nessuno risponde" efficacemente, o proprio per niente, è la prima immagine che mi porto.

Di lì a poco, credo non più di due o tre anni dopo, ricordo che stavo ad una colonia estiva (casa di vacanza per i figli di lavoratori, dove dopo il minestrone di riso e fagioli ci davano da mangiare un formaggino giallo che non piaceva a nessuno e che facevamo in modo di far sparire facendo finta di mangiarlo. Ci dicevano che era il "formaggino degli americani", dono degli Stati Uniti all'Italia che stava ricostruendosi.
Quando dall'India arrivò nelle nostre scuole l'invito a mandare qualcosa a quel popolo che usciva da ben altra "colonia" per entrare in una grande crisi alimentare, in una grande carestia, dentro di me egoisticamente mi dicevo: "non sarà che si potrebbe dirottare là i formaggini gialli? Alla fin fine anche loro, come noi, ringrazieranno, magari storcendo la bocca!".
Anche questa idea dei diritti umani come una catena di sopravvivenza e di indelicatezze, che dal buon animo arrivano fino alla sopraffazione, mi è sempre apparsa come qualcosa di tanto realistico quanto contraddittorio, come un qualcosa che minasse nel profondo il concetto stesso di diritto umano.

Ricordo ancora che tutta la prima metà degli anni '60 la mia adolescenza di militante cattolico fu segnata dal Concilio Vaticano II: un Concilio che non finiva mai, che apriva sempre nuovi temi e nuove discussioni e che non si chiuse se non dopo aver approvato un piccolo documento di importanza storica, che va sotto il nome di Dignitatis Humanae. Quel documento mi colpì perché in definitiva affermava che le ragioni della vita valgono più della vita stessa e che nessuna autorità costituita ha il diritto di oltrepassare il confine della libertà della coscienza umana, che è il confine della stessa libertà religiosa.

Una quarta tappa della mia esperienza la colloco alla fine degli anni '60, quando dopo un breve "disgelo", nel bel mezzo di recrudescenze autoritarie in varie parti del mondo e della stessa Europa, decido di obiettare al servizio militare obbligatorio e per tre anni sono periodicamente ospite delle prigioni della repubblica italiana, fino a quando non viene approvata una legge che permette la sostituzione del servizio militare con un servizio civile. Questa esperienza mi lascia due immagini chiare.
La prima riguarda il fatto che i diritti umani non sono cose che riguardano solo i regimi totalitari, il terzo mondo, le aree della società che sfuggono al controllo, ma sono anche semplicemente un tema di civilizzazione, di capacità delle società e delle culture di darsi abiti e regole di convivenza.
La seconda riguarda l'incontro in carcere con persone le più diverse: dal cosiddetto delinquente incallito a colui che subisce la "giustizia" per ragioni futili e per fatti altrettanto futili rimane vittima del circuito dell'illegalità. Questo "confino" nell'illegalità in cui vengono spinti persone singole, spezzoni di società o interi paesi e aree geopolitiche e geoculturali è una caratteristica dell'habitat contemporaneo dei diritti umani.

Enzo Melegari

È scomparso Enzo Melegari, anima e presidente Mlal

Favorire il protagonismo degli "esclusi" contro ingiustizie sociali e guerre. Questa l'ultima sfida lanciata dal presidente del Mlal, Enzo Melegari, scomparso il 10 luglio scorso a 54 anni per una malattia fulminante. Lascia la moglie Liliana e i figli Marzio e Valeria.
Laureato in sociologia, negli anni '60 Melegari è tra i primi obiettori di coscienza di Verona. Scelta che per 3 anni gli costa più periodi di carcere nei penitenziari militari italiani. Un'esperienza che, (vedi lettera sopra), gli aprì una finestra sul tema dei "diritti umani" come di qualcosa che non riguardava solo il Terzo mondo o i regimi totalitari ma anche le più basilari regole di convivenza. In quegli anni Melegari incontra il Movimento laici America Latina., fondato nel 1966 per offrire una rete d'appoggio ai volontari laici impegnati in America Latina. Nel '74 è a Caracas con un progetto Mlal: ricercatore all'università, arricchisce il suo pensiero su solidarietà e cooperazione internazionale, e al rientro a Verona diviene punto di forza intellettuale dell'organizzazione.
Gira tutti i paesi del Sud sperimentando nuove proposte per lo sviluppo e la partecipazione; in Italia promuove molte iniziative di solidarietà internazionale: la campagna per l'Amazzonia e i popoli indigeni, la sensibilizzazione a favore del Nicaragua ("Mi dai una penna"), la riflessione pubblica su lavoro minorile e "bambini di strada", il progetto su infanzia a vecchiaia ("E poi"); anima il Centro Studi Mlal curando per la collana "Scambi" pubblicazioni e inchieste sui temi caldi dell'America Latina (tra i titoli, "La solidarietà al bivio" di E. Melegari, Gabrielli editori). A lui, per il Mlal, consegnano nel '92 il Premio della Pace della Regione Veneto.
Si impegna anche in politica con il neonato Ppi a nome del mondo dell'associazionismo. Ma, uomo pacifico per natura, dai toni fermi ma pacati, Melegari non è fatto per la competizione e torna presto al mondo del volontariato.
Nel 2000 è presidente eletto del Mlal, riconfermato lo scorso aprile. Già immaginava di aprire il Mlal a una rete di nuovi protagonisti da chiamare dalle più diverse aree e rendere strategici per le varie iniziative. Perché - spiegava nell'ultima intervista sull'Arena di Verona il 22 aprile - "la salvezza, oggi, non può prescindere dagli esclusi, dalla pietra scartata che diventa angolare, e siamo più che mai convinti che il tema della giustizia sociale e della sicurezza non abbia bisogno di task force ma di molti, e sempre nuovi, protagonisti":

La parigina che aiutava l'Africa

La storia racconta che, nel corso di un vernissage di un'esposizione parigina sull'arte del Terzo mondo, a Madame Dano, attrice teatrale francese, l'occhio cade su una carta geografica dell'Africa dell'Ovest, e in particolare su un villaggio in Burkina Faso che porta il suo stesso cognome.
Quale fulgida illuminazione abbia attraversato in quel momento la scatola cranica di Madame Dano a nessuno è dato saperlo. Resta il fatto che da allora la sua vita è cambiata riempiendosi della volontà che le due parti in questione, ovvero Madame e villaggio, si incontrassero per celebrare insieme questo straordinario ritrovamento, questa incredibile coincidenza che la vita aveva loro riservato.
Da allora Madame Dano si reca a Dano (cioè chez elle) tutti gli anni per una mezza giornata, coprendo la distanza che separa il villaggio dalla capitale in mezz'ora su un elicottero militare (si sa, l'Africa è piena di insidie).
In suo onore viene organizzato uno straordinario banchetto a cui presenziano tutte le autorità provinciali più qualche deputato e altri nomi che contano nel paese. Ora, tutto lascerebbe supporre che Madame Dano apporti al villaggio un contributo tale da far impallidire un budget ministeriale. Ad avvalorare l'ipotesi va poi detto che l'africano, per quanto sottosviluppato possa essere, nel corso degli anni ha coltivato con successo una capacità straordinaria di capire in un battere di ciglio da dove e come i soldi possano arrivare.
Ma in realtà ad accogliere l'ufficializzazione del fondamentale contributo di Madame Dano alla città di Dano sono applausi freddi e delusi. Madame Dano non se ne accorge e, con una luce negli occhi che le illumina il bel visino, comunica ai presenti di aver fatto un consistente dono di 100.000 franchi cfa all'ospedale (lo stipendio mensile di un infermiere) più 18 dizionari francesi per il liceo e 20.000 franchi cfa (il costo di un sacco di mais) per un'associazione di allevatori.
E così, rinfrancata dal calore africano e orgogliosa della sua buona azione che aiuterà la città di Dano a risollevarsi dalla povertà in cui versa, Madame Dano riparte sul suo elicottero alla volta della capitale, da dove sarà più facile riconquistare la civiltà.
Soprattutto così stiamo aiutando l'Africa. Che le faccia bene?

Marco Cordero
volontario Cisv a Dano
Burkina Faso

Un mese a Calcutta

Quando sono arrivata in India non ho avuto lo choc culturale del quale tutti mi hanno parlato. Probabilmente perché sono stata sopraffatta da un mondo completamente diverso da quello che conoscevo. Qui le cose non vanno come in Europa: non avrei mai pensato che potesse essere un problema trovare un posto dove comprare della carta igienica.
Calcutta è gigantesca, affollatissima e molto inquietante. Basta uscire di casa per due minuti e ci si ritrova coperti da uno strato di fuliggine: dicono che un giorno a Calcutta sia come fumare un pacchetto di sigarette!
I mezzi pubblici meritano un discorso a parte. C'è la metropolitana (l'unica in India) che funziona come da noi, se si aggiungono posti riservati per le donne in ogni carrozza. E ci sono i pullman che non hanno numero e non prevedono fermate. Per arrivare dove vuoi devi fermare un pullman che ti sembra andare all'incirca nella direzione giusta.
Facendo volontariato in un "Institute of Indian mother and child" a Calcutta, sono rimasta scandalizzata dal vedere le condizioni in cui si lavora e dalla mancanza di igiene. Per le ferite si usano disinfettanti diluiti con l'acqua del rubinetto, gli stessi strumenti per tutti i pazienti, spesso anche le stesse siringhe.
C'era un bambino di circa dieci anni (la madre non si ricordava precisamente l'età) che sotto una specie di fasciatura aveva una ferita profondissima, infettata e piena di pus, tessuto necrotico e sporco. Il bambino piangeva e non si sentiva più il piede. Ho cercato di portarlo in ospedale. Un'ora di pullman per arrivare in un pronto soccorso dove un dottore mi ha detto che non si trattava di un'emergenza (un buco nella gamba grande come un'arancia!) ma di un caso da operare. Come tomorrow morning (ritorna domani mattina). Un dottore della clinica in cui faccio volontariato mi ha spiegato che qui un'emergenza è una persona che sta praticamente morendo. Anche lui non sembrava molto toccato dal caso del bambino: "Non possiamo curare tutto".
Il giorno dopo all'ospedale: ore e ore da un "reparto" all'altro. Nessuno si interessa di un bambino che ha già insetti nella gamba. È frustrante e deprimente, fa venire voglia di urlare!
Loro in mezzo a queste cose ci vivono e mi sembra che a volte non lottino abbastanza. Mi chiedo se il fatto di accettare tante cose non sia una delle cause di questa incredibile povertà, o se, al contrario, non sia la povertà a far vedere loro le cose in questo modo. Non lo so. Non sono qui per giudicare e per comprendere la mentalità, il paese e la sua cultura, ci vorrebbe più tempo. Ma penso che comunque un'esperienza come questa a Calcutta può aiutare a guardare al proprio paese e alla propria cultura con occhi diversi.

Nicola Zatschkwitsch
volontaria a Calcutta
India

Arrivi & partenze

Alla conclusione del progetto di sicurezza alimentare del Celim Mi in Costa d'Avorio, sono rientrati a metà luglio: il coordinatore e veterinario Giovanni Guido, dopo un servizio durato oltre due anni e mezzo; l'agronomo Pino Lacetera, con la moglie Né, e la piccola Luisa; e Massimo Marghinotti, volontario incaricato della logistica e dell'amministrazione.

Soltanto due mesi è durata, purtroppo, la missione in Liberia di Marco Piccolo, veterinario, costretto a rientrare all'inizio di luglio a causa della ripresa delle lotte civili e della conseguente sospensione delle prospettive di progetti di sviluppo della Commissione Europea.

L'antropologa Manuela Cencetti è partita a giugno per il Guatemala, dove lavorerà un anno al progetto Cisv di promozione delle comunità Maya, portato avanti finora dalla volontaria Sabrina Marchi.

I volontari Marco e Carla Bello sono da luglio in Burkina Faso con la piccola Margherita, per seguire i progetti Cisv nel paese. Volontari per lo Sviluppo ringrazia Marco, giornalista professionista che ha lavorato in redazione per quasi due anni, e continuerà a collaborare dall'Africa. In Burkina, Marco sostituisce l'agronomo Riccardo Capocchini, che è partito in Senegal, sempre per conto del Cisv.

Scrivono i lettori

Wto: le regole da riformare

Si potrebbe concentrare in una sola proposta i suggerimenti al nostro governo: modificare lo statuto del Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio, ndr) ritornando alle votazioni a maggioranza dei paesi membri, mentre attualmente le vertenze vengono esaminate da un comitato ristretto, con riunioni e documenti riservati e con applicazione diretta delle decisioni, senza alcuna votazione collettiva degli oltre 150 paesi che fanno parte del Wto. Concentrando la proposta in questi termini diventa anche più facile affrontare una campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica.
La partecipazione dei paesi in via di sviluppo alla definizione delle regole del commercio internazionale permetterebbe l'instaurazione di protezioni doganali di cui oggi godono in pratica solo i paesi ricchi e il decollo delle economie del Terzo mondo che potrebbero affrontare la concorrenza del mercato. Così, con una graduale applicazione delle nuove regole si avrebbe anche un lento assestamento dei prezzi senza contraccolpi per le deboli economie.
In un secondo tempo si potrà affrontare il problema economico dei paesi poveri di avere una rappresentanza permanente nel Wto e in altri organismi internazionali, con periti capaci di contrastare gli esperti dei paesi ricchi.

Mario Filpa
Roma

Il risveglio della gente comune

Spett.le VpS,
certo è che il mondo della politica internazionale si basa essenzialmente sulla menzogna. Tutti mentono: i politici dei paesi che presuntuosamente si definiscono civili senza averne ormai più alcun diritto (andatelo a chiedere ai poveri degli Stati Uniti o ai condannati a morte del Giappone), come quelli dei paesi retti da governi oscurantisti, oppressivi e criminali, supportati da popoli altrettanto ignoranti e autolesionisti.
In fatto di pena capitale, poi, la menzogna arriva a livelli "sublimi". Occorrerebbe rompere ogni rapporto politico, diplomatico e commerciale con Usa, Cina, Giappone, paesi islamici mantenitori della pena capitale e/o svicolatori cronici dei diritti umani; espellerli dall'Onu, o meglio, creare una nuova associazione similare composta da Nazioni abolizioniste e veramente garanti dei diritti umani, a cui deve essere severamente vietato l'accesso a chi se ne infischia delle istanze umanitarie portate avanti dall'Unione Europea e da pochi altri.
Considerare ancora validi i rapporti ufficiali attuali tra i vari paesi del mondo, nella fattispecie tra quelli abolizionisti e quelli fanatici del boia, è veramente assurdo e idiota. Questo schema non regge più; occorre una brusca rottura, rivedere il sistema di relazioni internazionali, mettere in secondo o in terzo piano i vantaggi economici che derivano da queste relazioni: se la dignità umana viene calpestata, se il valore uomo viene soppresso insieme ad essa, a che cosa servono questi vantaggi? Chi ne deve godere? Siamo stufi di vivere in un mondo siffatto. Siamo stufi di vedere il mondo dominato dall'arroganza senza freni dell'America e dei suoi leccaculo (il famigerato G8, club di buffoni presuntuosi che si riuniscono puntualmente al solo scopo di umiliare tutti questi paesi e tutti quei popoli che ancora non sono arrivati al loro livello di benessere e ricchezza). Ma siamo stufi anche delle patetiche accozzaglie di giovani vocianti e urlanti (e spesso anche violente) che tentano ogni volta di contrapporsi a questi inutili summit nulla concludendo e tutto rovinando con i soliti atti delinquenziali. Accozzaglie giovanili composte in gran parte da anarchici e comunisti, gente cioè che tutto sommato fa preferire di gran lunga i potenti del G8, il che è tutto dire. Il ripristino della giustizia nel mondo non passa, non può passare né per l'attuale classe dirigente mondiale, troppo corrotta, inefficace e sensibile solo ai propri interessi, né per le orde dei no global. Deve essere la gente comune, quella che di solito dorme i sonni profondi del mediocre e squallido conformismo e dell'altrettanto squallido e vigliacco quieto vivere, a mandare all'inferno questo sistema di vita: il guaio è, la gente comune, ci si ritrova a proprio agio, o quasi. Una volta che hai il benessere garantito, perché rivoltarsi? Perché battersi per poveri disgraziati sconosciuti che, quasi sempre, meritano la fine che fanno (i condannati a morte), o per altri poveri sventurati sottoposti alle torture e alle sevizie da parte di governi infami (i dissidenti politici cinesi ecc.)? È proprio questo egoistico (o pessimistico) atteggiamento il miglior complice di chi viola i diritti umani! Se qualcuno muore in una camera a gas o sotto le torture in un paese lontano, anche noi, gente comune, ne portiamo la responsabilità.
Tutto il sacrosanto chiasso fatto per la donna nigeriana condannata alla lapidazione, coronato infine dal successo, dovrebbe farci riflettere, non solo su questo caso in sé, non solo sul fatto che la solidarietà internazionale è l'unico modo che abbiamo per frenare la criminale arroganza di troppi governi e relativi sgherri, ma anche sulle assurdità disumane insite in varie ideologie e in alcune religioni che portano poi ad aberrazioni come quella per cui Safiya stava per metterci la vita.
Nel giorno del Giudizio Universale, credo che per il Nostro Signore ci sarà parecchio lavoro da svolgere.
Distinti saluti.

Giovanni Pirrera
Agrigento

Volontari per lo sviluppo - Agosto 2002
© Volontari per lo sviluppo