Precedente Successiva

Vertici - Il Forum per la sovranità alimentare

Coltivatori di fame

Haiti potrebbe produrre tutto il riso di cui ha bisogno, invece ne importa due terzi dagli Usa. Mentre il Kenya, con un settore agricolo che rappresenta più della metà delle sue esportazioni, ha oltre il 40% della popolazione sottoalimentata. Sono i paradossi del mercato, denunciati dalle ong al Vertice Fao di Roma.

di Antonio Onorati
del Centro Internazionale Crocevia e focal point per il Forum per la sovranità alimentare

"La fame non è un problema di mezzi, ma di diritti". È questo il messaggio che ha accompagnato il Forum per la sovranità alimentare, svoltosi a Roma dal 9 al 13 giugno, in concomitanza con il vertice mondiale sull'alimentazione della Fao. Per l'occasione sono giunti nella capitale diverse centinaia di rappresentanti delle organizzazioni non governative e della società civile internazionale, che hanno partecipato a una fitta serie di sessioni plenarie e di riunioni ristrette di lavoro, destinate a individuare le strade da percorrere per raggiungere un duplice obiettivo: sconfiggere la fame nel mondo e garantire la sicurezza alimentare, attraverso l'affermazione di un fondamentale diritto: quello alla sovranità alimentare. Il Forum è il risultato di oltre due anni di preparazione in tutto il pianeta, e individua nello sviluppo agricolo lo strumento concreto di lotta alla povertà. Garantire oggi ai popoli l'effettiva possibilità di scegliere autonomamente come e cosa produrre per alimentarsi responsabilmente è una misura di salvaguardia per il destino delle generazioni future.
Così si esprime Paul Nicholson, dirigente di Via Campesina, piattaforma mondiale di associazioni contadine: "Noi diciamo che la sovranità alimentare è un prerequisito per la sicurezza alimentare, perché senza sovranità, che è il diritto alla produzione di alimenti, non avremo accesso alla sicurezza".

Protezione al Nord

La "liberalizzazione" dei mercati agricoli e della produzione agroalimentare nei paesi poveri comincia all'inizio degli anni Novanta - sotto forma di misure vincolanti gli aiuti allo sviluppo - e si rafforza dopo la conclusione dell'Uruguay Round (accordi multilaterali sul commercio internazionale, atto finale dei negoziati svoltisi tra l'86 al '94 in sede Wto - Organizzazione mondiale del commercio, ndr.). Si impone ai paesi poveri di aprire le proprie barriere doganali per facilitare l'importazione di prodotti agricoli di consumo quotidiano e si sostengono, d'altra parte, le loro esportazioni agroalimentari a coltura estensiva (caffè, tè, cotone). In pratica i paesi del Sud sono costretti a comperare dall'estero quello che mangiano e a produrre - a basso costo - prodotti agroalimentari per i mercati occidentali. Haiti, ad esempio, potrebbe produrre tutto il riso di cui ha bisogno (e un surplus per l'esportazione), invece oggi ne importa più di due terzi dagli Usa.
Il fatto è che i paesi ricchi hanno continuato a promuovere le proprie esportazioni attraverso politiche aggressive di dumping (vendita di prodotti agricoli al di sotto del costo di produzione) grazie ai sostegni pubblici diretti e indiretti ai produttori agricoli occidentali.

Due casi emblematici

Secondo i dati relativi al biennio '95-'97, il Kenya, con oltre il 77% di popolazione dedita all'agricoltura, con il settore agroalimentare che rappresenta più della metà del totale delle esportazioni del paese e un settore agricolo che produce un terzo del prodotto interno lordo (Pil), ha oltre il 40% della popolazione sottoalimentata. Tendenza in crescita anche secondo dati e valutazioni recenti. Il Kenya esporta caffè, tè, prodotti ortofrutticoli e fiori: non è difficile vedere come questi prodotti siano direttamente concorrenti a produzioni per il consumo alimentare interno.
Altro esempio: l'India. Malgrado il paese abbia dichiarato una politica di sviluppo rivolta all'interno, le misure liberiste approntate già agli inizi degli anni Novanta hanno consentito un raddoppio delle esportazioni agricole nel periodo 1996-98, con prevalenza di cereali (quasi il 45% del totale). Mentre nello stesso periodo le importazioni alimentari aumentavano del 168%. L'impatto di queste cifre sulla povertà è evidente: mentre negli anni'80 c'era stata una tendenza alla diminuzione, negli anni '90 - che hanno visto l'applicazione di vigorose politiche di liberalizzazione - si è verificata, al contrario, una nuova, forte crescita della povertà. La Fao riporta: "I prezzi delle derrate alimentari sono aumentati in modo più rapido degli altri prezzi al consumo", ma con l'aumento delle importazioni agroalimentari lo spazio di mercato viene occupato dalle produzioni estere, comunque concorrenziali rispetto a quelle interne. I poveri urbani hanno difficoltà ad acquistare alimenti, i prodotti locali vanno per primi fuori mercato, i contadini dispongono di minori risorse finanziarie, con un evidente impoverimento nelle campagne che si trasforma in insicurezza alimentare e malnutrizione. Insomma, per esportare frutta in Europa a prezzi competitivi con Spagna e Italia bisogna non produrre per il proprio consumo ed essere "concorrenziali".
Non dobbiamo dimenticare che la maggior parte di quel miliardo e duecento milioni di affamati del pianeta si concentra proprio tra i produttori agricoli. Un controsenso che non può essere affrontato né con la carità né con le buone intenzioni. Ma con forti strumenti di protezione e di sostegno a quell'agricoltura che, basata sul lavoro, è la meglio attrezzata a produrre stabilmente cibo per ogni paese: l'agricoltura familiare e contadina.

Cosa chiede il Forum ...

Tante le richieste che la società civile mondiale ha portato al Forum di Roma. In particolare la necessità di avviare riforme agrarie su larga scala in tutto il pianeta, perché la ridistribuzione della terra resta uno degli interventi più efficaci per favorire lo sviluppo rurale; il blocco delle biopiraterie e di ogni tentativo di imporre diritti di monopolio, ma anche della manipolazione genetica che può arrecare danni irreparabili; il rispetto del diritto di tutti i salariati agricoli di lavorare in condizioni di sicurezza, secondo gli standard fissati dalle convenzioni internazionali. Ma anche l'orientamento dei sistemi di produzione alimentare, moderni o tradizionali che siano, verso modelli basati sui principi dell'agricoltura ecologica (uso sostenibile delle risorse per diminuire l'impatto di siccità e desertificazione, riduzione dei pesticidi, ecc.).
E ribadisce, la società civile, che va impedita qualsiasi forma di dumping, modificando le regole del mercato in modo da favorire i piccoli e medi produttori agricoli. "Il cibo non è una merce e va seriamente presa in considerazione la possibilità di sottrarre l'agricoltura alla giurisdizione dell'Organizzazione mondiale del commercio".

... e i contadini africani

In linea con questa posizione, la Rete delle organizzazioni contadine dell'Africa saheliana (Roppa) sostiene in un documento del 15 aprile scorso: "Per risolvere la dipendenza alimentare dell'Africa occorre una politica che favorisca la sovranità alimentare. Occorre una remunerazione più giusta delle nostre produzioni e una riconquista dei mercati nazionali e regionali".
"L'emarginazione dell'Africa nella globalizzazione è certamente dannosa. In effetti, dopo quindici anni di "liberalizzazione" forzata l'agricoltura contadina dell'Africa dell'ovest rivela un bilancio economico, sociale ed ecologico negativo".

Intervista a Sergio Marelli, presidente delle ong italiane

La parola alla lobby

di Tiziana Montaldo

Si chiama lobbying, ed è una forma di pressione e sensibilizzazione con cui gruppi organizzati di persone fanno conoscere la propria posizione rispetto a specifiche questioni. Lo scopo è interferire nei processi decisionali influenzando i soggetti istituzionali e l'opinione pubblica. Da un po' di anni anche le ong hanno adottato questa strategia di azione. Come nel caso del vertice Fao.
Ne parliamo con Sergio Marelli, presidente dell'Associazione delle ong italiane e direttore generale Focsiv.

Quando è iniziata questa "operazione"?
Dagli anni '90 le organizzazioni non governative sono divenute sempre più consapevoli della necessità di intervenire sulle cause della disparità e delle ineguaglianze del mondo modificando le logiche che ne stanno alla base. I progetti di cooperazione internazionale allo sviluppo hanno inciso sugli effetti del modello attuale di sviluppo iniquo, migliorando le condizioni di vita dei popoli del Sud del mondo, ma da soli non bastano.

Qual è il vostro approccio?
Il nostro approccio è di tipo costruttivo: crediamo nel dialogo e dunque teniamo sempre aperto questo canale con le istituzioni, l'unico interlocutore che può consentirci praticamente di costruire un mondo in cui tutti gli uomini abbiano il diritto di sentire ascoltata e accolta la loro voce.

Dove si svolge la vostra azione?
L'azione di lobbying è condotta generalmente in occasione dei vertici promossi dalle Nazioni Unite e durante le Conferenze Internazionali o delle principali organizzazioni internazionali economico-finanziarie, senza dimenticare le disposizioni legislative promosse nel nostro paese o nella Comunità europea. Ma non solo. Siamo sempre impegnati in un lavoro di educazione e informazione sull'"Altro" per provocare scelte e stili di vita diversi.

Chi sono i vostri partner?
Collaboriamo con realtà analoghe alla nostra sia a livello nazionale sia internazionale. In particolare siamo impegnati con il Cidse, la rete europea e nordamericana delle maggiori agenzie di sviluppo di ispirazione cattolica, di cui Focsiv è membro italiano. All'interno del Cidse si sono costituiti gruppi tematici nei quali i volontari rientrati esperti della materia, in collaborazione con i partner del Sud, affrontano le principali questioni su cui si gioca la costruzione di un mondo migliore.

Quali sono le maggiori difficoltà?
Quelle di tutti i giorni. Le situazioni che ci troviamo ad affrontare sono molto complesse e gli interessi che le determinano cospicui. Noi cerchiamo di essere la voce di quei tre quarti dell'umanità che non possiede nulla, contro la restante parte che controlla l'economia, la finanza e la politica mondiale.
Sembra un'utopia, ma non lo è. In Italia abbiamo ottenuto un importante risultato con la legge I.209 sulla cancellazione del debito estero approvata nel 2000. Inoltre in Parlamento sono stati presentati ben quattro disegni di legge a favore dell'adozione di una tassa sulle speculazioni finanziarie (Tobin Tax, ndr). La grande sfida oggi è quella di capire che bisogna essere dei professionisti per poter dimostrare scientificamente alle istituzioni, attraverso studi e documenti, che le nostre posizioni non sono utopie, ma soluzioni fattibili ai problemi mondiali.

Qual è il vostro obiettivo futuro?
Che la Dichiarazione del Millennio, stilata da tutti i governi del pianeta in occasione del Millennium Summit del settembre 2000, non rimanga lettera morta. L'obiettivo è dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015. La Focsiv ha realizzato un logo con 5 frecce per riassumere i 5 obiettivi intermedi per raggiungere questo scopo: la cancellazione del debito, l'innalzamento dell'aiuto pubblico allo 0,7% del Pil, la tassa contro le speculazioni finanziarie, la ristrutturazione dell'architettura politica e finanziaria globale (Global governance) e la sicurezza alimentare.

Volontari per lo sviluppo - Giugno 2002
© Volontari per lo sviluppo