di Antonio Onorati
del Centro Internazionale Crocevia e focal point per il Forum per la sovranità
alimentare
"La fame non è un problema di mezzi, ma di diritti". È questo il messaggio
che ha accompagnato il Forum per la sovranità alimentare, svoltosi a Roma dal 9 al 13
giugno, in concomitanza con il vertice mondiale sull'alimentazione della Fao. Per
l'occasione sono giunti nella capitale diverse centinaia di rappresentanti delle
organizzazioni non governative e della società civile internazionale, che hanno
partecipato a una fitta serie di sessioni plenarie e di riunioni ristrette di lavoro,
destinate a individuare le strade da percorrere per raggiungere un duplice obiettivo:
sconfiggere la fame nel mondo e garantire la sicurezza alimentare, attraverso
l'affermazione di un fondamentale diritto: quello alla sovranità alimentare. Il Forum è
il risultato di oltre due anni di preparazione in tutto il pianeta, e individua nello
sviluppo agricolo lo strumento concreto di lotta alla povertà. Garantire oggi ai popoli
l'effettiva possibilità di scegliere autonomamente come e cosa produrre per alimentarsi
responsabilmente è una misura di salvaguardia per il destino delle generazioni future.
Così si esprime Paul Nicholson, dirigente di Via Campesina, piattaforma mondiale di
associazioni contadine: "Noi diciamo che la sovranità alimentare è un prerequisito
per la sicurezza alimentare, perché senza sovranità, che è il diritto alla produzione
di alimenti, non avremo accesso alla sicurezza".
La "liberalizzazione" dei mercati agricoli e della produzione agroalimentare
nei paesi poveri comincia all'inizio degli anni Novanta - sotto forma di misure vincolanti
gli aiuti allo sviluppo - e si rafforza dopo la conclusione dell'Uruguay Round (accordi
multilaterali sul commercio internazionale, atto finale dei negoziati svoltisi tra l'86 al
'94 in sede Wto - Organizzazione mondiale del commercio, ndr.). Si impone ai paesi
poveri di aprire le proprie barriere doganali per facilitare l'importazione di prodotti
agricoli di consumo quotidiano e si sostengono, d'altra parte, le loro esportazioni
agroalimentari a coltura estensiva (caffè, tè, cotone). In pratica i paesi del Sud sono
costretti a comperare dall'estero quello che mangiano e a produrre - a basso costo -
prodotti agroalimentari per i mercati occidentali. Haiti, ad esempio, potrebbe produrre
tutto il riso di cui ha bisogno (e un surplus per l'esportazione), invece oggi ne importa
più di due terzi dagli Usa.
Il fatto è che i paesi ricchi hanno continuato a promuovere le proprie esportazioni
attraverso politiche aggressive di dumping (vendita di prodotti agricoli al di
sotto del costo di produzione) grazie ai sostegni pubblici diretti e indiretti ai
produttori agricoli occidentali.
Secondo i dati relativi al biennio '95-'97, il Kenya, con oltre il 77% di popolazione
dedita all'agricoltura, con il settore agroalimentare che rappresenta più della metà del
totale delle esportazioni del paese e un settore agricolo che produce un terzo del
prodotto interno lordo (Pil), ha oltre il 40% della popolazione sottoalimentata. Tendenza
in crescita anche secondo dati e valutazioni recenti. Il Kenya esporta caffè, tè,
prodotti ortofrutticoli e fiori: non è difficile vedere come questi prodotti siano
direttamente concorrenti a produzioni per il consumo alimentare interno.
Altro esempio: l'India. Malgrado il paese abbia dichiarato una politica di sviluppo
rivolta all'interno, le misure liberiste approntate già agli inizi degli anni Novanta
hanno consentito un raddoppio delle esportazioni agricole nel periodo 1996-98, con
prevalenza di cereali (quasi il 45% del totale). Mentre nello stesso periodo le
importazioni alimentari aumentavano del 168%. L'impatto di queste cifre sulla povertà è
evidente: mentre negli anni'80 c'era stata una tendenza alla diminuzione, negli anni '90 -
che hanno visto l'applicazione di vigorose politiche di liberalizzazione - si è
verificata, al contrario, una nuova, forte crescita della povertà. La Fao riporta:
"I prezzi delle derrate alimentari sono aumentati in modo più rapido degli altri
prezzi al consumo", ma con l'aumento delle importazioni agroalimentari lo spazio di
mercato viene occupato dalle produzioni estere, comunque concorrenziali rispetto a quelle
interne. I poveri urbani hanno difficoltà ad acquistare alimenti, i prodotti locali vanno
per primi fuori mercato, i contadini dispongono di minori risorse finanziarie, con un
evidente impoverimento nelle campagne che si trasforma in insicurezza alimentare e
malnutrizione. Insomma, per esportare frutta in Europa a prezzi competitivi con Spagna e
Italia bisogna non produrre per il proprio consumo ed essere "concorrenziali".
Non dobbiamo dimenticare che la maggior parte di quel miliardo e duecento milioni di
affamati del pianeta si concentra proprio tra i produttori agricoli. Un controsenso che
non può essere affrontato né con la carità né con le buone intenzioni. Ma con forti
strumenti di protezione e di sostegno a quell'agricoltura che, basata sul lavoro, è la
meglio attrezzata a produrre stabilmente cibo per ogni paese: l'agricoltura familiare e
contadina.
Tante le richieste che la società civile mondiale ha portato al Forum di Roma. In
particolare la necessità di avviare riforme agrarie su larga scala in tutto il pianeta,
perché la ridistribuzione della terra resta uno degli interventi più efficaci per
favorire lo sviluppo rurale; il blocco delle biopiraterie e di ogni tentativo di imporre
diritti di monopolio, ma anche della manipolazione genetica che può arrecare danni
irreparabili; il rispetto del diritto di tutti i salariati agricoli di lavorare in
condizioni di sicurezza, secondo gli standard fissati dalle convenzioni internazionali. Ma
anche l'orientamento dei sistemi di produzione alimentare, moderni o tradizionali che
siano, verso modelli basati sui principi dell'agricoltura ecologica (uso sostenibile delle
risorse per diminuire l'impatto di siccità e desertificazione, riduzione dei pesticidi,
ecc.).
E ribadisce, la società civile, che va impedita qualsiasi forma di dumping,
modificando le regole del mercato in modo da favorire i piccoli e medi produttori
agricoli. "Il cibo non è una merce e va seriamente presa in considerazione la
possibilità di sottrarre l'agricoltura alla giurisdizione dell'Organizzazione mondiale
del commercio".
In linea con questa posizione, la Rete delle organizzazioni contadine dell'Africa
saheliana (Roppa) sostiene in un documento del 15 aprile scorso: "Per risolvere la
dipendenza alimentare dell'Africa occorre una politica che favorisca la sovranità
alimentare. Occorre una remunerazione più giusta delle nostre produzioni e una
riconquista dei mercati nazionali e regionali".
"L'emarginazione dell'Africa nella globalizzazione è certamente dannosa. In effetti,
dopo quindici anni di "liberalizzazione" forzata l'agricoltura contadina
dell'Africa dell'ovest rivela un bilancio economico, sociale ed ecologico negativo".
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Intervista a Sergio Marelli, presidente delle ong italianeLa parola alla lobbydi Tiziana Montaldo Si chiama lobbying, ed è una forma di pressione e sensibilizzazione con cui
gruppi organizzati di persone fanno conoscere la propria posizione rispetto a specifiche
questioni. Lo scopo è interferire nei processi decisionali influenzando i soggetti
istituzionali e l'opinione pubblica. Da un po' di anni anche le ong hanno adottato questa
strategia di azione. Come nel caso del vertice Fao. Quando è iniziata questa "operazione"? Qual è il vostro approccio? Dove si svolge la vostra azione? Chi sono i vostri partner? Quali sono le maggiori difficoltà? Qual è il vostro obiettivo futuro? |
Volontari per lo sviluppo -
Giugno 2002
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