Campo profughi di Jenin, Nord della Cisgiordania. Un chilometro quadrato in cui
vivevano 13 mila persone. Dal 3 al 12 aprile è stato teatro di un violento assedio da
parte di Tshal, l'esercito israeliano. Elicotteri, carri armati, cecchini, bulldozer da un
lato e trappole all'esplosivo dall'altro. Tagliati luce, acqua, telefono. Muoiono 23
soldati israeliani, oltre cento - ma non si saprà mai con esattezza - palestinesi
abitanti del campo. Quasi 700 gli arresti. L'obiettivo di Sharon, primo ministro
israeliano, è stanare i militanti di Hamas che vivono nel campo. Ma i palestinesi parlano
di massacro: l'esercito impedisce alle ambulanze di raggiungere il campo per evacuare i
feriti durante 12 giorni.
Solo il 14 aprile l'Alta corte d'Israele concede il permesso di entrare al Comitato
internazionale della croce rossa e della mezzaluna rossa, che vi riesce solo il giorno
seguente.
L'Autorità nazionale palestinese chiede alle Nazioni Unite di aprire un'inchiesta. Kofi
Annan prepara la missione che dovrebbe stabilire quanto è successo. Vi farebbero parte
una ventina di persone tra cui l'ex presidente finlandese Marti Ahtisaari, l'ex Alto
commissario per i rifugiati Sadako Ogata e l'ex presidente esecutivo della Croce Rossa. Ma
secondo Israele la commissione non è equilibrata e ne chiede il rinvio, finché il 28
aprile il governo israeliano vota contro la missione. L'inchiesta non avrà mai luogo e la
verità di Jenin resterà forse sepolta tra le sue macerie.
Volontari per lo sviluppo -
Giugno 2002
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