Precedente Successiva

Immagini dal sud

Questo è Jenin

In queste pagine il servizio esclusivo del nostro collaboratore, il fotoreporter Davide Casali, uno dei primi a entrare nel campo profughi di Jenin, quando ancora era zona militare chiusa alla stampa. Immagini che parlano da sole.

Campo profughi di Jenin, Nord della Cisgiordania. Un chilometro quadrato in cui vivevano 13 mila persone. Dal 3 al 12 aprile è stato teatro di un violento assedio da parte di Tshal, l'esercito israeliano. Elicotteri, carri armati, cecchini, bulldozer da un lato e trappole all'esplosivo dall'altro. Tagliati luce, acqua, telefono. Muoiono 23 soldati israeliani, oltre cento - ma non si saprà mai con esattezza - palestinesi abitanti del campo. Quasi 700 gli arresti. L'obiettivo di Sharon, primo ministro israeliano, è stanare i militanti di Hamas che vivono nel campo. Ma i palestinesi parlano di massacro: l'esercito impedisce alle ambulanze di raggiungere il campo per evacuare i feriti durante 12 giorni.
Solo il 14 aprile l'Alta corte d'Israele concede il permesso di entrare al Comitato internazionale della croce rossa e della mezzaluna rossa, che vi riesce solo il giorno seguente.
L'Autorità nazionale palestinese chiede alle Nazioni Unite di aprire un'inchiesta. Kofi Annan prepara la missione che dovrebbe stabilire quanto è successo. Vi farebbero parte una ventina di persone tra cui l'ex presidente finlandese Marti Ahtisaari, l'ex Alto commissario per i rifugiati Sadako Ogata e l'ex presidente esecutivo della Croce Rossa. Ma secondo Israele la commissione non è equilibrata e ne chiede il rinvio, finché il 28 aprile il governo israeliano vota contro la missione. L'inchiesta non avrà mai luogo e la verità di Jenin resterà forse sepolta tra le sue macerie.

Clicca per ingrandire Clicca per ingrandire Clicca per ingrandire Clicca per ingrandire Clicca per ingrandire

Volontari per lo sviluppo - Giugno 2002
© Volontari per lo sviluppo