di Fernando Luis Tinnirello
da San Vicente
San Vicente del Caguan, Caquetà. Eravamo tutti a casa dopo una lunga giornata di lavoro. Io ero in camera mia a guardare la televisione. Alle 21 il presidente della Repubblica interrompe la programmazione abituale, per informare della sua decisione di farla finita con la "zona di distensione" (area di 42.000 kmq nella quale, secondo accordi stipulati durante il processo di pace, il controllo militare e amministrativo era della guerriglia, vedi VpS agosto-settembre 2001). È il risultato delle azioni terroristiche della guerriglia, che quel giorno avevano sequestrato, ancora una volta, un aereo di linea commerciale. Non è stata una decisione affrettata. In due mesi di tentativi inutili per cercare di riattivare il dialogo fra il governo e le Farc (Forze armate rivoluzionarie colombiane), i ribelli hanno fatto di tutto: distruzione di tralicci dell'energia elettrica, acquedotti, ponti, sequestri di politici e uccisioni di civili inermi. Si sono dichiarati in tutti i sensi veri terroristi a livello internazionale, facendo, di fatto, un favore agli Stati Uniti, che non aspettano altro per intervenire militarmente - come peraltro già fanno - in Colombia.
Dal momento in cui il presidente ha fatto il suo annuncio, i telefoni non hanno smesso
di squillare: da tutte le città del paese chiamano gli amici che vivono qui, per sapere
cosa sta succedendo, cosa potrà succedere. I pochi guerriglieri che si trovano a San
Vicente corrono a cercare un posto dove nascondersi, salutano amici e parenti, lasciano
macchine e moto, magari anche rubate, e portano con sé solo le armi di cui hanno bisogno.
Nessuno si aspettava questa notizia: a mezzanotte sarebbe finita la zona di distensione
dopo circa quattro anni in cui il governo aveva lasciato quest'area alle Farc. Da quel
momento l'esercito avrebbe avuto il permesso presidenziale di riprendere il controllo
dell'area.
Ma non solo la guerriglia scappa. Molte persone che in un modo o nell'altro hanno qualche
vincolo con i guerriglieri abbandonano case, fattorie e locali temendo l'arrivo dei
paramilitari, nemici spietati delle Farc, e protetti dallo Stato. Sono le Auc (Autodifesa
unita colombiana), la vera forza d'assalto, non riconosciuta come esercito regolare,
incaricata delle mansioni di "pulizia civile".
All'una di notte di quel 20 febbraio, il rumore delle mitragliatrici e i motori degli
aerei fanno tremare tutti di paura. Oltre 30 mila uomini dell'esercito erano pronti fin da
gennaio a riprendere possesso della zona, aspettavano solo il via per entrare.
Due giorni dopo, nonostante le dichiarazioni del governo, che dice di garantire il
rispetto dei diritti umani, cominciano i bombardamenti alla periferia di San Vicente.
Morti e feriti portati da tutte le parti, da tutte le veredas, i piccoli villaggi
dei dintorni, e la popolazione teme uno scontro diretto nel centro abitato. I governativi
entrano a San Vicente. Si dice che prima o poi la guerriglia riprenderà "casa
sua" ma, in questo caso, il macello sarà ancora peggiore.
Sentire quello che dichiarano i generali e i politici alla tv, riguardo la protezione
dei civili e dei contadini, sembra un film comico: bugie accompagnate da disgrazie
all'ordine del giorno. E proprio mentre fanno queste dichiarazioni, ricominciano i
sequestri e si ripetono le storie dei desaparecidos. La tecnica è sempre la
stessa: l'esercito entra nelle case, perquisisce le persone, e quelle, secondo i militari,
implicate con la guerriglia, le porta via. Nessuno sa dove. Alcuni tornano poi a prendere
le valigie per andarsene per sempre. Ad altri meno fortunati, fanno fare un bel tuffo nel
fiume.
Tre giorni dopo, manca la luce elettrica: un altro traliccio distrutto. Tutta la regione
Caquetà è isolata dal resto della Colombia, perché la guerriglia ha fatto saltare anche
tutte le antenne e gli apparati per telecomunicazioni. Con la luce, è mancata anche
l'acqua, perché l'acquedotto comunale funziona con motopompe elettriche. Hanno
ripristinato il vecchio acquedotto che prende direttamente l'acqua dal fiume. Sporca e
torbida, il più delle volte. In quei giorni non c'è comunicazione, né per via aerea né
per via terrestre, annullato anche il trasporto fluviale.
Alle sette di sera, San Vicente sembra un immenso cimitero. Sono ormai finiti i giorni di
gioia e di festa. Le provviste cominciano a scarseggiare.
Il 23 febbraio il presidente Pastrana prende in mano ufficialmente la zona, con una
visita lampo di due ore a San Vicente. Quanta gente ingenua e innocente! Vittime di un
gioco sporco di potere politico e economico. Pensano che la situazione dopo l'intervento
del presidente possa migliorare, e non sanno che la sua visita in realtà ha significato
solo la sottomissione alla politica di un governo straniero (degli Stati Uniti, ndr)
che ha come primo obiettivo il petrolio colombiano. Il governo ha autorizzato i
bombardamenti ancora per nove settimane, e si parla di un minimo di sei mesi per prendere
il controllo totale della zona.
Ho vissuto dieci giorni in mezzo a una guerra calma e rilassata, quindi molto ipocrita e
crudele. Dove nessuno può far niente, ma fanno di te cosa vogliono. Tutti sanno cosa
succede ma nessuno sa a chi rivolgersi. Alcune grandi organizzazioni che finanziano i
programmi d'emergenza a livello mondiale e che parlano di diritti umani chiudono un occhio
di fronte a questa realtà. Fanno una dichiarazione politica sulla situazione, ma non
prendono nessuna posizione concreta. Anche i comandanti della guerriglia sono andati via
senza capire cosa stava succedendo: alcuni stavano giocando a domino quella sera, mentre
bevevano una birra e si lamentavano del proceso de paz del giorno prima. La
verità è che entrambi i belligeranti si giocano in una specie di partita a scacchi il
futuro di una popolazione e di un paese "poveramente ricco", mentre le risorse
vengono sfruttate da altri. Ed è questa la più grande sciocchezza: i governi e le
istituzioni che promuovono la guerra per scopi diversi, sono gli stessi che finanziano le
ong nell'ingenuo tentativo di salvare la popolazione dalle stragi, che loro stessi
alimentano. Sarà questo il famoso "sviluppo sostenibile"?
Adesso sono a Bogotà, ma non mi conforta vedere quello che vedo alla tv, perché so che
la realtà che si vive nella zona non corrisponde a quella che i media ci presentano. Ho
visto da vicino le sofferenze di una popolazione condannata ingiustamente a vivere in
mezzo a una guerra che non merita. In una realtà che non cambierà nonostante il governo
abbia preso momentaneamente il pallone in questa partita. Intanto, io mi domando ancora
quando finirà questa lunga puntata di "una storia senza fine".
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Giugno 2002
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