di Maurizio Dematteis e Silvia Pochettino
Ognuna ha una storia da raccontare. "Quattro giorni fa è sparita una ragazza, la
conoscevamo bene. Era già stata rapita una volta, qualche anno fa, poi è tornata, ma non
ha mai ripreso la scuola". "La mia vicina di casa è partita tre anni fa, mi
hanno detto che ha perso un occhio perché lì da voi in Italia la picchiano tanto".
Siamo tra le studentesse di quarta ginnasio del liceo di Gramsh, cittadina nel cuore
dell'Albania, uno dei centri di massimo reclutamento di donne per il mercato
internazionale del sesso. Le ragazze che ci parlano sono tutte di buona famiglia, fanno il
liceo, sono privilegiate, ma, dopo l'imbarazzo iniziale, si sciolgono in storie sempre
più personali: "Una nostra compagna di scuola è tornata da poco, è stata via due
anni. Ma non parla più con nessuno, non esce di casa e non mangia". "Mia
cugina, che sta in un villaggio qui vicino, ha trovato un fidanzato che la voleva portare
in Italia, ma a Valona è stata bloccata dalla polizia. Abbiamo denunciato l'uomo, ormai
lo sappiamo tutti che le portano via per farle prostituire. Ma mia cugina ha ritirato la
denuncia. È terrorizzata". Il fenomeno, in città, sembra ormai ben conosciuto:
"I trafficanti arrivano con grandi macchine, sono giovani, e belli. Fanno colpo sulle
ragazze più povere, soprattutto nei villaggi di montagna". E non mancano staffilate
sulle forze dell'ordine: "La polizia spesso è d'accordo, lascia fare". Ma
anche: "A volte è impotente, perché le ragazze non denunciano per paura di
ritorsioni sulla famiglia".
L'Albania è il paese dell'Europa dell'Est più colpito dal traffico di esseri umani, un mercato mondiale che, secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), riguarda ogni anno oltre quattro milioni di migranti irregolari (e frutta alle organizzazioni criminali tra i cinque e i sette miliardi di dollari l'anno). Di quei quattro milioni almeno due sono ragazze, destinate al mercato del sesso soprattutto di Italia, Grecia, Belgio e Inghilterra. In tutto questo l'Albania è uno dei "paesi leader", anche se sulle cifre c'è battaglia. Secondo la ricerca Child trafficking in Albania, presentata dall'organizzazione internazionale Save the children nel 2001, le albanesi costrette a prostituirsi in paesi stranieri sarebbero almeno 30.000, molte minorenni. E l'Italia avrebbe il triste primato del maggior numero di prostitute albanesi, circa 15.000. Cifre, però, contestate dal ministero dell'Interno albanese, nella persona del maggiore Tare Bequiri, responsabile dell'Ufficio per la lotta al traffico di esseri umani, che sostiene: "le cifre sono assolutamente gonfiate, lontanissime dalla realtà". Per il momento, però, dati ufficiali non ce ne sono. Comunque sia, il fenomeno esiste. Tanto che il governo albanese, nel dicembre 2001, ha stilato un'apposita Strategia nazionale per la lotta al traffico, presentata anche al Consiglio d'Europa. "Siamo il primo paese dei Balcani a fare questo" spiega Beqiri. La strategia, ancora in fase iniziale, ha portato alla creazione di 12 uffici decentrati nei vari distretti e una stretta collaborazione tra Interpol, Europol, polizia italiana e albanese (il giorno prima il vice capo della polizia italiana era a Tirana per inaugurare un database comune italo-albanese per la lotta al traffico). Previste anche campagne d'informazione e prevenzione alla tratta, e strutture per il recupero delle vittime. Ma, per ora, a occuparsi davvero delle donne ci sono solo ong e organismi internazionali.
Seduti nel dehor di un bar in strada Ardyl Frasheri, nel quartiere più elegante di Tirana, che ospita ambasciate e ministeri, Silvana Mjeda dell'Oim ci parla del problema gravissimo del reinserimento delle donne trafficate: "hanno subito violenze inimmaginabili, tornano con problemi psicologici gravissimi, e sono rifiutate dalle famiglie". La mafia albanese è famosa per la ferocia con cui tratta le sue vittime. Delle 168 prostitute assassinate in Italia l'anno scorso la maggior parte era albanese. Silvana sbotta: "ma cosa succede in Italia? Negli ultimi mesi sono aumentate in maniera esponenziale le espulsioni delle ragazze, una vera emergenza". È amareggiata, la politica dei "rimpatri facili" crea grossi problemi a chi si occupa di accogliere le vittime nel paese d'origine. L'Oim ha ricevuto il mandato dal ministero dell'Interno italiano di prendersi cura di minori e donne rimpatriati e di seguirne il reinserimento. A Tirana collabora con polizia, autorità locali e, in parte, con le ong. Ha anche creato una "casa di fuga", una comunità protetta segreta in città, per accogliere le ragazze che cercano di uscire dal giro. In genere la polizia italiana consegna le ragazze a quella albanese dietro "presunto riconoscimento di nazionalità", grazie a una normativa del '99, che permette di espellerle in 48 ore, anche senza accertarne l'identità (a volte arrivano anche moldave o montenegrine scambiate per albanesi, ci raccontano alla polizia). Giunte in Albania le ragazze, senza documenti, sono fermate in questura e "a volte restano lì, su una sedia, anche giorni interi" sostiene Mjeda, "devono dare il nome di un parente per l'identificazione, ma spesso sono terrorizzate o si vergognano a tornare a casa e fanno il nome degli pseudo-cugini, i trafficanti, che se le riprendono. In pochi giorni sono di nuovo sulla strada, in Italia". Lo conferma l'ispettore Leonard Lame, capo dell'ufficio di lotta al traffico del distretto di Elbasan: "abbiamo avuto casi di ragazze rimpatriate più volte. Noi le consegniamo alle famiglie, ma poi non è più nostra competenza occuparcene, e scompaiono".
Qui sta il punto. L'Oim può, ma solo su richiesta della polizia, andare a parlare con
le ragazze in commissariato e offrire loro ospitalità nella casa di fuga. Ma sono piccoli
numeri, anche perché non esiste un servizio di protezione per chi denuncia i protettori.
Tuttavia i casi stanno aumentando. "Da gennaio abbiamo accolto 24 ragazze rimpatriate
dall'Italia. Abbiamo addirittura assistito una giovane, fidanzata con un italiano, che
durante le pratiche per il permesso di soggiorno è stata rimpatriata per sbaglio"
racconta Silvana.
Più drastica Diana Ciuli, responsabile dell'associazione Forum delle donne di Tirana e
personaggio noto negli ambienti istituzionali: "Sono decisamente contraria al
rimpatrio delle donne trafficate - sostiene - sarebbe meglio aiutarle a inserirsi dove
vengono fermate. In Albania siamo tre milioni di persone, nelle cittadine e nei paesi si
conoscono tutti. La società è molto conservatrice e le ragazze sono discriminate a
vita". Di tutte le donne seguite dal Forum in questi anni non si è reinserita
nessuna: "ci provano, ma dopo pochi mesi scappano perché non reggono la
situazione".
In tutta l'Albania sono in funzione solo tre centri d'accoglienza per le ex prostitute:
quello dell'Oim di Tirana, uno a Valona e uno a Fier. Quest'ultimo, a detta
dell'avvocatessa Mecaj, responsabile del Centro di advocatura delle donne di Tirana (ong
locale impegnata gratuitamente nella tutela delle donne in difficoltà) "è una
vergogna; è gestito dalla polizia, ma non c'è nessun programma di recupero psicologico o
sociale. Le ragazze sono "parcheggiate" senza poter ricevere le visite dei
parenti, quando escono la loro situazione è peggio di prima". Niente peli sulla
lingua Vjollca, anche sui rimpatri: "voi state provando a 'ripulire le vostre
strade', e vi capisco. Il governo italiano ha offerto a quello albanese quaranta milioni
di dollari in crediti di energia elettrica (in Albania fino a quattro mesi fa si aveva
luce 5 ore al giorno, ndr) per garantire i rimpatri facili con il benestare del
governo albanese. Ma quello che non si tiene in nessun conto, è la vita di queste
donne".
Intanto l'incubo della tratta continua.
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Una vittima del racket si raccontaSolo una donna...Elvira: solo una prostituta, una delle tante che popolano le nostre strade. È tornata
al suo paese. Il problema è risolto. Forse. Mentre racconta, cambia continuamente discorso, e trema. Ha accettato di parlarmi solo
perché sono italiana e pensa che possa trovarle un lavoro nel mio paese, "un lavoro
vero". Lui le ha trovato un appartamento a Milano. "Non conoscevo nessuno, non sapevo la
lingua. Non avevo documenti. Avevo paura, sì, molta paura. Così l'ho fatto, qualche
giorno. Solo qualche giorno, davvero" (Elvira è stata nelle mani dei trafficanti
cinque anni, ndr). "I clienti venivano in albergo, qualcuno pagava, altri no.
C'erano tanti poliziotti tra i miei clienti, sì, ma erano gentili, non mi facevano del
male". Ogni mattina i soldi finivano nelle mani di lui, che le lasciava solo la quota
per pagare la stanza. Non usciva mai, neanche a mangiare. |
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Giugno 2002
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