Precedente Successiva

Caro diario - Scrivono i volontari

Il senso del mio essere qui

Sono una volontaria inserita dal Cvm in un progetto di approvvigionamento idrico rivolto alle comunità rurali del sud Etiopia.
Generalmente, le comunità vivono di attività pastorale in condizioni al di sotto della soglia minima di povertà e sono costantemente afflitte da situazioni di prolungata siccità e impossibilità di procurarsi sorgenti di acqua protetta e potabile.
L'Acqua, per gli abitanti delle terre spaccate dal sole e battute dal vento non rappresenta soltanto un bisogno costante da soddisfare, ma assume i contorni di uno strano personaggio, definito spesso come la "Signora Acqua", o "Madre Acqua": apparentemente innocua, trasparente eppure così potente da decidere tra la possibilità di Vita o di Faticosa Sopravvivenza di milioni di persone. Così, mentre nel nostro spicchio viziato di mondo noi pesiamo l'Acqua con la misura dell'abbondanza e dell'abitudine, questi uomini invocano la Madre Acqua con la voce del rispetto e con il canto della speranza. Migliorare l'accessibilità alle fonti di acqua e la qualità dell'acqua potabile, garantire la disponibilità di Madre Acqua per tutti, diffondere informazioni di sanità di base, ridurre il carico di lavoro dei segmenti più vulnerabili della comunità, formare la comunità all'autogestione e alla manutenzione di base degli impianti sono gli obiettivi del nostro essere qui.
I beneficiari, questi uomini e queste donne dallo sguardo fiero e profondo, sono i veri protagonisti delle attività di sviluppo.
Tutti gli interventi di approvvigionamento idropotabile sono studiati per rispondere ai bisogni comunitari, utilizzando la soluzione tecnica più efficiente.
L'utilizzo di tecnologie semplici, a basso costo, adattabili all'ambiente e ai mezzi di manutenzione disponibili in loco è una componente di base per la sostenibilità a lungo termine del programma. Le comunità sono consultate e coinvolte nel corso di tutte le fasi operative: dalla decisione concernente la soluzione tecnica alla realizzazione vera e propria delle strutture funzionali all'impianto, dalla formazione di un comitato responsabile per l'impianto alle attività di manutenzione e gestione.
Essere qui, quindi, non significa aiutare, assistere, tendere la mano, o non solo: significa prima di tutto lavorare fianco a fianco, giorno dopo giorno, come compagni di viaggio.
Il messaggio che voglio dare in nome del lavoro che facciamo è di speranza, forse di utopia. Un mio caro amico sostiene che l'utopia di oggi è la realtà del nostro domani: in fondo, basta crederci.

Sara Cravero
volontaria Cvm
Etiopia

Mosaici dal Guatemala

Il sole faceva l'occhiolino dietro alla montagna e faceva un caldo terribile: la colonnina di mercurio segnava 30 gradi, la mia testa era pesante come se ci fosse qualcosa che mi impedisse di osservare la strada, al limite del praticabile, che ci stava conducendo nel cuore della montagna.
Portavo uno stetoscopio al collo ma senza dubbio non era quello che pesava; forse ero solo stanca, stanca di osservare persone, uomini, donne e bambini scalzi e seminudi percorrere quelle impossibili strade per raggiungere i paesi vicini anche solo per comperare alcuni sacchetti di acqua pura.
Ma quel giorno si erano riuniti come in una processione, come il giorno di paga; quasi ogni donna riuniva attorno a sé una decina di bambini. E quasi ogni donna era incinta di nuovo.
Qualcuno aveva detto loro che una infermiera straniera avrebbe visitato i bambini distribuendo loro antibiotici e alimenti in base alle loro caratteristiche e al loro stato di nutrizione.
La notizia aveva avuto lo stesso effetto della cometa sui Re Magi e tutti si erano messi a seguirla.
Passavo di bambino in bambino dando consigli e scrivendo ricette sopra foglietti anneriti dalla terra, sapendo perfettamente che non avrebbero mai eseguito quelle prescrizioni.
Che fare? Piangere o sorridere? Sorridere, certo, guardando quegli occhi così vivaci con tenerezza, senza alcuna forma di pietà o compassione, ma con nel cuore la rabbia di chi, sola, al centro della montagna, con uno stetoscopio e dieci sacchi di farina e zucchero ha la certezza di quello che accadrà: aumento del numero dei bambini ,e non sarebbe bastata tutta la farina che in Italia sprechiamo per carnevale a sfamarli.
Sono consapevole che tutto questo non è facile da accettare: la montagna è invalicabile e questo non è l'unico mistero che nasconde, i campi di mais, di caffè e di limoni sorridono al sole che continua a sorgere e tramontare senza limiti né confini.
Il Guatemala è un mosaico molto grande di situazioni; mi ha fatto piangere, arrabbiare, ridere e pure sognare. In alcuni momenti mi ha fatto del male. Oggi sento questa terra così solare come parte totale della mia vita italiana.

Claudia
volontaria Ains
Pavia

Il caso

Continuano i commenti alla lettera sugli immigrati a scuola pubblicata a gennaio

Integrazione: No!

Nel mondo del Volontariato, l'integrazione tra le diverse culture continua ad essere vista, per motivi di solidarietà ma anche per sentimentalismo, come un processo meritevole oltreché inevitabile.
Se analizziamo la realtà senza condizionamenti, scopriamo che l'integrazione non la vuole nessuno; non la vogliono gli abitanti dei paesi ospitanti poiché temono che siano messi in pericolo la propria cultura ed il proprio benessere e nel segreto dell'urna si sfogano votando per chi promette di proteggerli (Haider, Le Pen ecc.); non la vogliono gli immigrati che sono gelosi della loro cultura, non condividono il modo di vita occidentale e sperano di poter tornare nel proprio paese appena vi sia la possibilità di viverci.
Se prendiamo atto di ciò, diventa chiara la strategia per aiutare il Terzo Mondo;

dobbiamo concentrare i nostri aiuti per lo sviluppo nei loro paesi, facendo cessare il continuo sfruttamento delle loro risorse; il pratico fallimento della Conferenza di Monterrey chiarisce quanto forti siano le resistenze dell'occidente;
dobbiamo separare geograficamente le etnie che da decenni sono in conflitto, favorendo le istintive migrazioni e non forzando la situazione con le eterne forze di interposizione.

A questa strategia di base si può anche associare un'accoglienza di immigrati che non può che essere limitata (in Europa non c'entrano le centinaia di milioni di persone nel bisogno), temporanea (qualche decina d'anni), incompleta (non possiamo riprodurre il loro ambiente religioso e sociale) ed instabile (la coesistenza richiede un elevato livello culturale della popolazione, nella quale le barocche idee della Fallaci non attecchiscano).

Mario Filpa
volontario Labor Mundi
Roma

Arrivi & partenze

A metà marzo Mary Ugolini, agronoma di Senigallia (An), è rientrata da Menaka, Mali, dove per due anni ha collaborato a un progetto dell'Lvia in qualità di tecnico agronomo.

Giorgio Guidi, ingegnere di Vigevano (Pv), è partito a fine maggio con l'Lvia per un servizio di due anni a Moyale, in Etiopia, dove si occuperà di un progetto di sviluppo rurale in zona pastorale.

Il 16 marzo è rientrata in Italia la volontaria Sara Cravero, per portare a termine la gravidanza. Sara è impegnata in un progetto di approvvigionamento idrico promosso in Etiopia dal Cvm.

L'antropologa Manuela Cencetti è partita i primi di giugno alla volta del Guatemala, dove lavorerà per un anno con il Cisv a sostegno dei progetti agricoli e di promozione dei diritti civili delle comunità maya.

Lettera dalla Palestina

Ho visto agonizzare la pace

A distanza di due anni dalle iniziative per Betlemme 2000, durante le quali mille italiani si erano recati in Israele e Palestina per sostenere la pace con eventi culturali, gastronomici, feste e animazione nelle piazze delle città, sono tornato, con una delegazione di Enti italiani per la Pace, in quelle terre.
E ho visto agonizzare la Pace.
L'ho visto negli occhi e nelle parole dei cittadini israeliani che hanno paura di svolgere una vita normale: prendere l'autobus, mangiare fuori, camminare per la strada; lo abbiamo visto visitando un ospedale di Gerusalemme dove sono ricoverate le vittime degli attentati assistite dai loro parenti.
L'ho visto nella maggior parte di coloro che si sono affidati a un governo israeliano che, giustificando le proprie azioni con il dovere di garantire la sicurezza ai cittadini, sta paradossalmente minando la loro sicurezza umiliando, uccidendo, devastando il popolo palestinese, azzerando tutte le infrastrutture delle principali città, tentando di provocare una reazione che porta e porterà un'inarrestabile escalation di violenza.
L'ho visto anche incontrando responsabili dell'Autorità Nazionale Palestinese che condannano gli attacchi suicidi contro la popolazione civile, ma insistono sul diritto del popolo palestinese a lottare per uno Stato libero con ogni mezzo, che rifiutano di nominare la parte avversaria, che sono pronti a scendere in campo per "difendere i propri figli". L'ho visto nella sete di vendetta, come ci ha detto Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme, che pare essere la vera ragione dell'azione militare israeliana, e nella miopia di coloro che non si chiedono come mai centinaia di persone (circa 500) siano oggi disposti a mettere fine alla propria esistenza per ottenere i propri diritti fondamentali. Molti non comprendono ciò che a noi è sembrato chiarissimo: il terrorismo non è la causa della violenza, ma l'effetto dell'occupazione dell'esercito per tutti gli anni che hanno seguito gli accordi del 1994 (anni senza intifada che hanno visto la situazione dei palestinesi aggravarsi sempre di più nel silenzio della comunità internazionale).
Anche il terrorismo, come le azioni militari, non porta a nulla se non all'inasprimento del conflitto, ad alimentare l'odio e la sfiducia nell'altro: non si può costruire la pace usando mezzi violenti.
L'ho visto nella frammentazione delle associazioni per la Pace in Israele, che non riescono più ad avere una posizione unitaria: pare quasi vi siano più movimenti che persone che sono disposti a cercare una pace giusta.
L'ho visto agli improvvisati posti di blocco dove a un centinaio di palestinesi, cittadini di Gerusalemme, veniva impedito di ritornare alla propria casa, mentre nel loro villaggio i soldati stavano rastrellando e saccheggiando casa per casa, obbligando le donne a spogliarsi dinanzi ai propri figli, devastando gli uffici delle municipalità (anagrafe, catasto...), le scuole e gli asili, azzerando di fatto il futuro Stato palestinese e impedendo loro qualsiasi possibilità di controllare gli estremismi.
L'ho visto negli occhi della poliziotta di 18 anni, con un mitra quasi più alto di lei, che con soddisfazione e scherno teneva a bada da 12 ore, in mezzo alla strada, padri di famiglia e vecchi che desideravano tornare a casa.
L'ho visto nelle grida di una madre anziana che vive tra i vicoli del campo profughi di Gaza (70.000 persone in 3 kmq, il luogo più densamente popolato al mondo) che ci chiedeva di fare qualcosa, di mandare parlamentari che dormissero con loro, che contrapponeva al silenzio dell'Europa e all'inutilità della missione di Powell la paura di un bombardamento imminente della sua baracca, la sua disperazione per aver visto morire i parenti dopo le fatiche immense per farli crescere in una situazione già di norma così difficile.
L'ho visto incontrando a Ramallah il vicepresidente del parlamento palestinese (che non riesce a riunirsi da 18 mesi), che è anche il direttore del pronto soccorso di Ramallah e al quale abbiamo consegnato, violando il coprifuoco, insulina e altri farmaci per curare i feriti che stanno morendo nelle abitazioni isolate della città. Ci ha raccontato che nonostante il tempo di guerra il loro ospedale lavora a un quarto della massima capacità, dal momento che i feriti non possono raggiungerlo durante il coprifuoco e le ambulanze che cercano di portare medicinali sono oggetto del fuoco dei cecchini israeliani.
L'ho visto negli occhi fieri e saggi del capo villaggio dei beduini del deserto che stiamo aiutando da un paio di anni e al quale è stata tagliata l'acqua (per 120 persone e gli animali ora necessitano di 2.500 dollari al mese per l'acquisto di acqua). La vita è negata in ogni modo.
La pace è colpita anche a Betlemme, uno dei luoghi tristemente divenuti il simbolo della guerra in atto. La nostra delegazione ha voluto entrarvi, nonostante il coprifuoco, per incontrare il suo sindaco Hanna Nasser. Avanzando a piedi, lentamente sino agli sbarramenti dei carri armati, di fronte ai cecchini e ai giornalisti increduli per la nostra presenza, disarmati e senza alcuna protezione se non quella delle fasce tricolori in rappresentanza delle nostre città (e probabilmente di Qualcun altro a cui quel luogo è particolarmente caro...), siamo giunti sino al centro dei salesiani e alla casa del Sindaco. Un carico della cooperazione italiana con 40 tonnellate di cibo è giunto in quel momento, così abbiamo potuto iniziare a scaricarlo. Non abbiamo visto i cittadini, barricati nelle case da 18 giorni e che hanno avuto la possibilità di uscirne per sole 7 ore: a nessuno è stato consentito aiutarci.
I frati della Natività danno il senso della presenza cristiana in quel luogo, non più a difesa dei "luoghi santi" ma della gente, nella condivisone della sorte toccata a chi si è rifugiato nella basilica (violandola come non era mai accaduto in 2000 anni di storia), rifiutando di ricevere il cibo destinato solo a loro perché non sufficiente per le 240 persone sotto assedio, dividendo le 8 (otto!) bottiglie di acqua portate dall'esercito.
Avrei voluto poter scrivere qualche cosa di più positivo, poter intravedere e comunicarvi una speranza di pace, una luce in fondo al tunnel, avendo incontrato anche rappresentanti politici delle diverse componenti delle due parti, ma tradirei uno degli obiettivi della nostra missione: conoscere per riportare ciò che abbiamo visto. L'azione militare, non solo con il "massacro" (il termine è di un soldato israeliano) di Jenin, ma in tutte le città della West Bank, ha lasciato un segno profondo nel cuore del popolo palestinese, così come enormi ferite sono nell'animo degli israeliani a causa di attacchi suicidi (organizzati o spontanei che siano). Tutto questo allontana di molto il tempo di una pace possibile.
La parola pace è stata sostituita da un lato con "sicurezza" e dall'altra con "resistenza": intorno a queste due parole i vecchi leader hanno riunito la maggior parte dei loro popoli. Certo tutti sanno che prima o poi ci si dovrà sedere intorno a un tavolo e ragionare su prospettive politiche che ora appaiono lontane e poco definite.
Oggi si tratta di riaffermare e, al di là di ogni ostacolo, di dimostrare concretamente la nostra speranza di giustizia e di pace. Ce lo hanno chiesto tutti coloro che abbiamo incontrato: in Israele e Palestina, ringraziandoci per aver osato raggiungere quei luoghi adesso. È necessario essere consapevoli che non possiamo fare molto, ma nel silenzio dei "grandi della terra" ci muoveremo come potremo "dal basso". Ci è stato richiesto da tutti di essere presenti, con continuità, nei territori occupati, non solo per testimoniare, ma per condividere, lavorare insieme e "proteggere" la popolazione civile.
In Italia, a fine giugno, ci sarà un'iniziativa promossa da "Time for Peace" a Gerusalemme con una catena umana che cingerà le mura della Città Santa e un'altra lungo i confini del 1967 (se ci saranno abbastanza persone).
Un'altra occasione (oltre alla marcia per la pace Perugia-Assisi del 12 maggio scorso) per l'Europa dei popoli di manifestare la sete di giustizia e di pace, per sollecitare i propri governi e l'Ue a essere coraggiosi, per manifestare la solidarietà con il popolo di Israele e di Palestina, per chiedere con forza l'applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite e l'invio di osservatori internazionali.

Edoardo Daneo
Coordinamento Comuni per la Pace della provincia di Torino

Volontari per lo sviluppo - Giugno 2002
© Volontari per lo sviluppo