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Dossier: Le culture non sono pietre

Coppie miste - Incontro possibile

Finché fede non vi separi

Suprema fusione di culture e religioni è la famiglia mista. Che è sempre più diffusa in Italia, non senza difficoltà. I protagonisti raccontano...

di Marcella Rodino

Un grazioso bambino, biondo con grossi occhi azzurri, si avvicina e pronuncia timidamente il suo nome, Anis. La sua mamma italiana, più di una volta, ha dovuto assistere agli sguardi allibiti di amici e conoscenti di fronte al nome del bimbo e, ancor prima, alla costernazione al momento dell'annuncio del suo matrimonio con Farid, giovane tunisino conosciuto durante una vacanza.

La diffidenza dei parenti

"Ho dovuto rispondere a ogni sorta di domande sul mio rapporto sentimentale - sostiene la mamma di Anis - atteggiamento che collego a una forte ignoranza e pregiudizio verso il mondo islamico". Nicoletta, oggi presidente della rete europea coppie miste, è una donna italiana che si dice cattolica, credente e praticante; si riconosce però in un'ala religiosa di confine, così come i suoi amici, che seppur tendenzialmente aperti, hanno avuto reazioni inaspettate una volta appresa la notizia. Nonostante tutto, però, il loro rapporto con questi amici, o perlomeno con una parte di essi, è oggi sereno e tranquillo perché chi ha vissuto loro accanto ha potuto constatare nel tempo la solidità della coppia e i valori comuni riposti sulla famiglia.
Del resto le oltre 160 mila famiglie miste presenti sul territorio italiano (di cui circa 15 mila islamo-cristiane) indicano l'esistenza di un fenomeno di mescolanza tra culture che da decenni ha interessato il resto dell'Europa, come la Francia o la Germania, e che oggi si sta consolidando anche in Italia. Nicoletta ci racconta le difficoltà che con Farid ha dovuto affrontare per sposarsi. Fissata la data del matrimonio a Tunisi, partiti con famiglia e amici su un volo charter, scoprono solo all'arrivo che l'Ambasciata italiana ha fornito informazioni sbagliate e che manca il nulla osta per celebrare uno dei tre momenti del matrimonio tunisino: quello burocratico.

Vivere da afghana

Non sono mancati i problemi neanche per Gabriella e Abdul, lei italiana e lui afghano, che hanno deciso di sposarsi nel 1967, quando la legge italiana toglieva la cittadinanza alla donna che si fosse sposata con un uomo di un altro continente. Gabriella si trovò allora esiliata dall'Italia e cittadina di un paese che non conosceva. I suoi figli, nati dopo il matrimonio, avevano un'unica cittadinanza, quella afghana, ma la permanenza disobbediente di Gabriella in Italia le ha permesso di portare avanti la sua battaglia con il Comitato bolognese di mogli e madri di cittadini stranieri. Solo nell'84 lo Stato riconoscerà a Gabriella i suoi diritti e concederà la doppia cittadinanza ai figli. "I diritti femminili nel nostro paese - tiene a sottolineare Gabriella - sono stati conquistati veramente da poco", e quando sente criticare la condizione della donna afghana vorrebbe denunciare la sua storia da italiana e ricordare che i diritti di oggi sono frutto di lotte e conquiste di un passato ancora troppo recente.

Rapporti a rischio

Il rapporto interpersonale, nonostante le differenze culturali forti, non è stato un ostacolo così grande come quello burocratico e legale, dicono le coppie, che non si sono fatte scoraggiare dalle difficoltà, comunque normali in una convivenza. "Gabriella ed io - spiega Abdul - abbiamo vissuto la nostra relazione in sintonia, tollerando e accettando le nostre differenze". Ma non è così per tutte le coppie miste, in particolare proprio per quelle islamo-cristiane in cui, stando ai dati del rapporto annuale della Caritas, le percentuali di fallimento sono doppie rispetto a quelle tra italiani. Aumentano, tra l'altro, i casi di donne musulmane che sposano cattolici, un grande segnale di cambiamento, considerando che nel diritto islamico è vietato. L'Islam è solo un aspetto della dimensione multireligiosa che oggi si riscontra nella società italiana, ma forse il più problematico, sia per quel che riguarda gli effetti del matrimonio sulla donna secondo il diritto islamico (il marito, ad esempio, può sempre procedere al ripudio), sia per gli aspetti propriamente religiosi (i figli appartengono esclusivamente al padre per quel che riguarda l'educazione religiosa, la moglie è soggetta all'autorità del marito). Impostazione lontana dalla mentalità occidentale di parità tra i coniugi. L'immigrazione, però, può costituire un significativo fattore di cambiamento.

E i figli?

Così è stato per Abdul e Gabriella, che hanno deciso di dare un'educazione pluralistica ai tre figli, lasciandoli liberi di scegliere il loro credo una volta raggiunta la maturità. Al contrario, Nicoletta e Farid si sono confrontati con enorme sforzo prima del matrimonio riguardo l'educazione della prole e la scelta religiosa, e solo dopo un lungo percorso hanno trovato un punto di incontro. Avrebbero continuato a vivere in Italia e i loro figli avrebbero avuto il nome arabo e un'educazione religiosa islamica. Tra i due, Nicoletta era la più disponibile a confrontarsi con figli di credo diverso: "Ogni sera - racconta - con i miei figli recitiamo una preghiera rivolta a Dio, perché per noi esiste un solo Dio che è uguale per tutti". Anis e Hanen avranno poi l'ultima parola, una volta cresciuti abbastanza per leggere i due testi sacri e per saper decidere con la propria testa.
A differenza di Nicoletta e Farid, la coppia italo-afghana ha vissuto la relazione in Italia senza pressioni esterne e Abdul sostiene di essere stato accolto bene quando, nel 1960, si è trasferito dall'Afghanistan per motivi di studio.
Oggi però "vedo un atteggiamento rispetto agli stranieri del Terzo mondo molto diverso e più diffidente rispetto 40 anni fa", constata Abdul, anche se dopo l'attentato di New York "mi aspettavo reazioni e intolleranze maggiori nei confronti dei musulmani, soprattutto leggendo i giornali italiani che contribuiscono in modo forte alla demonizzazione di una parte del mondo, quella islamica".

Donne - Vita da esuli

Non tutte casa e mercato

Delle oltre 100 mila donne musulmane presenti in Italia, la maggioranza è marocchina. Si tratta, per lo più, di mogli e madri, che hanno potuto ricongiungersi ai mariti e ai figli precedentemente emigrati. E se è vero che molte si adattano bene alla nuova realtà, ricreando un proprio habitat all'interno della società italiana, altre si riappropriano di tradizioni e stili di vita che avevano abbandonato da tempo.
Il viso di Khadija, giovane donna marocchina, è incorniciato da un hijab bianco e blu. Ha la licenza media e un corso professionale, ma fa la casalinga. Il suo desiderio sarebbe trovare qualche lavoretto - pulizie, assistenza anziani - per aiutare il marito che fa l'operaio metalmeccanico. "Il mio pensiero costante è di tornare in Marocco. Qui mi sento sola - racconta - Ho poche amiche, sto quasi sempre a casa a pulire, cucinare o guardare la televisione. La parabolica mi consente di seguire anche tanti programmi arabi, e aiuta i miei figli a non dimenticare la loro lingua madre". Tanti sono stati i problemi di adattamento e una sensazione di abbandono l'ha accompagnata per anni. "La mancanza della mia famiglia, dei parenti, dei vicini di casa, così importanti durante lo svolgersi della giornata, per la compagnia, i consigli e il sostegno nell'educazione dei bimbi". In Italia si trova bene, aggiunge, rispetta le nostre abitudini pur condividendole solo in parte; considera le donne italiane sincere e in gamba, ma non riuscirebbe a godere di tutte le loro libertà. Per uscire di casa, infatti, deve chiedere prima il permesso al marito, tranne se deve recarsi al mercato, in quartiere o alla scuola dei figli. Anche per le nuove amicizie è obbligata a consultarlo: potrebbero essere persone dalla dubbia moralità.
Fatima invece lavora come assistente di un'anziana donna in una grande villa. Alta ed esile, un viso ovale, leggermente ambrato, occhi neri seri e pensierosi, sembra più matura dei suoi 32 anni. Nata e cresciuta in Marocco, è arrivata in Italia a novembre del 2000, di ritorno dalla Francia, dove si era recata per tentare un master in diritto. Laureata in giurisprudenza a Rabat, ha sostenuto vari esami di specializzazione. Ora è qui per guadagnare quanto basta per pagare una costosa operazione chirurgica alla madre. "Alla morte di nostro padre - racconta - mia madre si è fatta carico di cinque figli: abbiamo studiato tutti all'università, e ora tocca a me, come primogenita, offrirle la possibilità di guarire. Oltre al lavoro, qui desidero rimettermi a studiare. Nel mio paese non ci sono possibilità lavorative e di carriera. Sono migliaia i laureati nei più svariati settori che non riescono a trovare un'occupazione".
Giovane donna battagliera e sola, ha girato il mondo, ha militato in partiti politici e sindacati; ha partecipato, come relatrice, a convegni e seminari; ha scelto di non sposarsi, almeno per ora, perché non è disposta a starsene a casa.

Angela Lano

Volontari per lo sviluppo - Dicembre 2001
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