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Dossier: Le culture non sono pietre

Chiacchierando con gli immigrati arabi, dopo l'11 settembre

Ma che pensi, Mohammed?

All'uscita dalla moschea di Torino, un nostro collaboratore raccoglie le opinioni della gente comune. Sul modo di vita occidentale, le donne, ma anche la crisi internazionale e Bin Laden. E i giudizi non sono teneri...

di Fawzi Al Haq

"Bin Laden è un grande uomo, dopo quello che è successo a New York si è tolto il velo di ipocrisia che copriva le nostre reciproche intolleranze. C'è poco da fare, siamo due mondi che non si amano". A parlare non è un militante di Al Qaeda, ma un muratore egiziano di 32 anni, arrivato a Torino tre anni fa da Valona, in Albania, su un gommone carico di esseri umani. Uno dei tanti venuti in Italia con grandi speranze e che si ritrova ancora clandestino. Laureato in economia e commercio all'università del Cairo, ha tre bambini, che vivono in Egitto. Eppure, se ha lasciato il suo paese per venire in Italia, qualcosa gli deve pur piacere dell'Occidente: "La ricchezza - risponde deciso - sono ammagliato dall'opulenza, dalla gente stravaccata nel lusso".
A Torino, nelle quattro moschee cittadine c'è una sintesi significativa del mondo arabo. Un mondo estremamente più variegato di quel che si crede. Ventiquattro paesi diversi, dei quali la stragrande maggioranza della popolazione è di religione musulmana (il 20% dei musulmani nel mondo) ma non mancano i copti in Egitto, i cristiani armeni e siriani in Siria, Giordania e Palestina, i cristiani caldei in Iraq, i maroniti in Libano.
Comunque a Torino si trova un po' di tutto; all'uscita dalla preghiera in moschea chiacchiero con persone di varie nazionalità (ovviamente tutti musulmani), che si lasciano andare a dire quello che ufficialmente non direbbero mai. Su Bin Laden, sulla crisi internazionale, sulle abitudini e il modo di vita in occidente. Considerazioni tutt'altro che tenere. A testimoniare una sorprendente distanza tra la gente della strada e le dichiarazioni dei leader delle comunità immigrate o, ancor più, dei governi dei paesi arabi.

Anni di umiliazioni

Said è un marocchino di Casablanca. Di scuola ha fatto fino alla seconda media, da sette anni è in Italia e ha tutti i documenti in regola, lavora in una ditta di imballaggi nella provincia di Torino. "Di Bin Laden penso tutto il bene possibile, è una piccola risposta ad anni di attacchi e di umiliazioni" dice senza esitazioni. E come lui Abdul, nato in Marocco 40 anni fa e mai andato a scuola "È un vero musulmano che combatte un mondo corrotto e ingiusto". E il ritornello continua. Anche Sulaiman, ragazzo siriano che vive in Italia dal 1998 esulta per l'attacco a New York: "È un'azione di difesa sacrosanta, non è un attacco contro la gente comune ma contro la politica estera degli americani. E se la sono cercata. Sono stati nemici implacabili dei siriani; ogni anno venivano con le loro portaerei a mostrare i muscoli davanti alle spiagge di Latakia e Tartus". Nonostante l'anti-americanismo Sulaiman, però, ha un'alta opinione della cultura occidentale, lui che in Siria aveva preso la maturità classica e oggi si trova a lavorare come facchino in una ditta di trasporti: "sono affascinato da molte loro conquiste civili, come la libertà di parola, il voto, il sistema giudiziario, i diritti delle persone, il benessere diffuso".

Religiosità di facciata

Simili tra loro e impietose anche le opinioni sulla religiosità occidentale: "Mi colpisce la superficialità del loro (gli occidentali, ndr.) approccio alla fede, vanno la domenica in chiesa, e dimenticano di Dio per il resto della settimana" dice Said. E rincara la dose Hassan: "Si incontrano in chiesa per chiacchierare e sentire le raccomandazioni di un uomo che si frappone tra loro e Iddio. Finita la mezz'ora di predica le coscienze tornano pulite fino alla domenica successiva". Conferma anche Sulaiman: "A me sembra che un vero rapporto con Dio non esista, esiste un'abitudine domenicale, che qualsiasi ostacolo può far saltare, e ad agosto anche questo rito va in ferie, come se la fede avesse bisogno di riposo".
Per non parlare delle donne, altro argomento scottante. Il più netto è Said: "La situazione della donna la trovo intollerabile. Si conciano in modo incredibile, l'importante è solo stupire. Fare la casalinga in questo paese è diventata una vergogna". E conclude, senza esitazioni "meglio una donna del Marocco". Anche Abdul, suo connazionale (nove figli in Marocco) è radicale nel giudizio, fino al limite dell'offensivo: "Le loro donne non mi piacciono affatto, si accoppiano senza matrimonio e baciano gli uomini perfino in mezzo alla strada. E nonostante la loro ricchezza hanno un rifiuto ostinato al fare figli". Più morigerati gli altri due: "So poco sulle donne italiane - dice Hassan - ma mi sembra che vivano come gli uomini, sono pochi i lavori da cui sono escluse". Anche Sulaiman conosce poco le italiane: "non ho mai avuto amicizie dirette con le donne, ma l'impressione è che siano arrivate in tutti i campi dei maschi. Però non amo il loro esibizionismo, d'estate sembra una corsa a chi si scopre di più".

Diritti, ma non per tutti

Infine il lavoro. E qui le opinioni sono diverse, a seconda dell'esperienza personale di ognuno. Positivo il giudizio di Said e Sulaiman: "Apprezzo il loro rapporto con il lavoro, salari alti, orari ragionevoli, diritti e doveri riconosciuti". "Il rapporto con il lavoro è pieno di conquiste e quella che mi piace di più è la difficoltà di licenziare una persona senza una motivazione valida". Ma subito Hassan fa crollare anche quest'ultimo baluardo della cultura occidentale: "Io non ne so molto, so solo che sono sfruttato fino al midollo. Non ho né orari né paga precisa, lavoro con delle persone che mi pagano quando vogliono e mi fanno lavorare quanto vogliono".
E il cerchio si chiude: le grandi conquiste dell'Occidente ci sono, ma non sono per tutti. Tra ignoranza e delusioni personali, la rabbia tra la gente di strada cresce. E non va ignorata.

Un cooperante-antropologo in Palestina

Il bello di restare diversi

È passato circa un anno e mezzo da quando, con un minibus della Tiph, la Temporary International Presence in Hebron, lasciavo la missione di pace internazionale e il mio lavoro di osservatore in Palestina. Allora non si immaginava ancora come sarebbero precipitate le cose, di lì a poco.
Personalmente ho vissuto la mia esperienza in modo molto positivo: ho imparato soprattutto a rivedere i miei piccoli problemi quotidiani. Anche se alcune difficoltà a relazionarmi con la cultura locale non sono mancate. I tabù sociali a Hebron al-Khali (la città più conservatrice della Palestina) riguardano soprattutto il corpo, la sessualità e ogni contatto fisico con le donne: abbracci, baci e addirittura in alcuni casi porgere la mano in pubblico arrecano un danno incredibile alla donna conosciuta. Essendo poi uno straniero e non musulmano "l'offesa" era ancora più grande. Il contatto tra uomini invece poteva risultare fin troppo intimo. Mi è capitato per esempio di essere preso per mano, baciato, abbracciato in pubblico. Questi gesti sono da loro interpretati come una forte amicizia o rispetto (appartenenza alla famiglia o al clan) e non come "atti omosessuali". Ma mi mettevano estremamente a disagio. I miei "sbagli culturali" per fortuna, però, venivano visti come goffi e divertenti, e subito perdonati.

Mi rendo conto che l'errore principale che molti cooperanti o personale di organizzazioni governative (o non) fanno - compreso il sottoscritto - è pensare che tutto quello che "a casa" è corretto, è giusto anche nel luogo dove si lavora. Molte volte si resta delusi e frustrati nell'accorgersi che certi messaggi non passano, che ci sono altre priorità.
La scoperta dell'altro fa sorgere specularmene la domanda del sé. Aiuta a definire con maggiore chiarezza i propri riferimenti d'identità. Ma capita anche che si crei un nuovo spontaneo etnocentrismo: si ricorre a stereotipi, storielle, barzellette, blasoni e soprannomi. Il ritratto dell'altro viene tracciato proiettando su di lui le nostre debolezze; egli ci è ad un tempo simile e inferiore. Ciò che gli è rifiutato anzitutto è di essere diverso.

Fabrizio Poretti

Volontari per lo sviluppo - Dicembre 2001
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