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di Fawzi Al Haq
"Bin Laden è un grande uomo, dopo quello che è successo a New York si è tolto
il velo di ipocrisia che copriva le nostre reciproche intolleranze. C'è poco da fare,
siamo due mondi che non si amano". A parlare non è un militante di Al Qaeda, ma un
muratore egiziano di 32 anni, arrivato a Torino tre anni fa da Valona, in Albania, su un
gommone carico di esseri umani. Uno dei tanti venuti in Italia con grandi speranze e che
si ritrova ancora clandestino. Laureato in economia e commercio all'università del Cairo,
ha tre bambini, che vivono in Egitto. Eppure, se ha lasciato il suo paese per venire in
Italia, qualcosa gli deve pur piacere dell'Occidente: "La ricchezza - risponde deciso
- sono ammagliato dall'opulenza, dalla gente stravaccata nel lusso".
A Torino, nelle quattro moschee cittadine c'è una sintesi significativa del mondo arabo.
Un mondo estremamente più variegato di quel che si crede. Ventiquattro paesi diversi, dei
quali la stragrande maggioranza della popolazione è di religione musulmana (il 20% dei
musulmani nel mondo) ma non mancano i copti in Egitto, i cristiani armeni e siriani in
Siria, Giordania e Palestina, i cristiani caldei in Iraq, i maroniti in Libano.
Comunque a Torino si trova un po' di tutto; all'uscita dalla preghiera in moschea
chiacchiero con persone di varie nazionalità (ovviamente tutti musulmani), che si
lasciano andare a dire quello che ufficialmente non direbbero mai. Su Bin Laden, sulla
crisi internazionale, sulle abitudini e il modo di vita in occidente. Considerazioni
tutt'altro che tenere. A testimoniare una sorprendente distanza tra la gente della strada
e le dichiarazioni dei leader delle comunità immigrate o, ancor più, dei governi dei
paesi arabi.
Said è un marocchino di Casablanca. Di scuola ha fatto fino alla seconda media, da sette anni è in Italia e ha tutti i documenti in regola, lavora in una ditta di imballaggi nella provincia di Torino. "Di Bin Laden penso tutto il bene possibile, è una piccola risposta ad anni di attacchi e di umiliazioni" dice senza esitazioni. E come lui Abdul, nato in Marocco 40 anni fa e mai andato a scuola "È un vero musulmano che combatte un mondo corrotto e ingiusto". E il ritornello continua. Anche Sulaiman, ragazzo siriano che vive in Italia dal 1998 esulta per l'attacco a New York: "È un'azione di difesa sacrosanta, non è un attacco contro la gente comune ma contro la politica estera degli americani. E se la sono cercata. Sono stati nemici implacabili dei siriani; ogni anno venivano con le loro portaerei a mostrare i muscoli davanti alle spiagge di Latakia e Tartus". Nonostante l'anti-americanismo Sulaiman, però, ha un'alta opinione della cultura occidentale, lui che in Siria aveva preso la maturità classica e oggi si trova a lavorare come facchino in una ditta di trasporti: "sono affascinato da molte loro conquiste civili, come la libertà di parola, il voto, il sistema giudiziario, i diritti delle persone, il benessere diffuso".
Simili tra loro e impietose anche le opinioni sulla religiosità occidentale: "Mi
colpisce la superficialità del loro (gli occidentali, ndr.) approccio alla fede,
vanno la domenica in chiesa, e dimenticano di Dio per il resto della settimana" dice
Said. E rincara la dose Hassan: "Si incontrano in chiesa per chiacchierare e sentire
le raccomandazioni di un uomo che si frappone tra loro e Iddio. Finita la mezz'ora di
predica le coscienze tornano pulite fino alla domenica successiva". Conferma anche
Sulaiman: "A me sembra che un vero rapporto con Dio non esista, esiste un'abitudine
domenicale, che qualsiasi ostacolo può far saltare, e ad agosto anche questo rito va in
ferie, come se la fede avesse bisogno di riposo".
Per non parlare delle donne, altro argomento scottante. Il più netto è Said: "La
situazione della donna la trovo intollerabile. Si conciano in modo incredibile,
l'importante è solo stupire. Fare la casalinga in questo paese è diventata una
vergogna". E conclude, senza esitazioni "meglio una donna del Marocco".
Anche Abdul, suo connazionale (nove figli in Marocco) è radicale nel giudizio, fino al
limite dell'offensivo: "Le loro donne non mi piacciono affatto, si accoppiano senza
matrimonio e baciano gli uomini perfino in mezzo alla strada. E nonostante la loro
ricchezza hanno un rifiuto ostinato al fare figli". Più morigerati gli altri due:
"So poco sulle donne italiane - dice Hassan - ma mi sembra che vivano come gli
uomini, sono pochi i lavori da cui sono escluse". Anche Sulaiman conosce poco le
italiane: "non ho mai avuto amicizie dirette con le donne, ma l'impressione è che
siano arrivate in tutti i campi dei maschi. Però non amo il loro esibizionismo, d'estate
sembra una corsa a chi si scopre di più".
Infine il lavoro. E qui le opinioni sono diverse, a seconda dell'esperienza personale
di ognuno. Positivo il giudizio di Said e Sulaiman: "Apprezzo il loro rapporto con il
lavoro, salari alti, orari ragionevoli, diritti e doveri riconosciuti". "Il
rapporto con il lavoro è pieno di conquiste e quella che mi piace di più è la
difficoltà di licenziare una persona senza una motivazione valida". Ma subito Hassan
fa crollare anche quest'ultimo baluardo della cultura occidentale: "Io non ne so
molto, so solo che sono sfruttato fino al midollo. Non ho né orari né paga precisa,
lavoro con delle persone che mi pagano quando vogliono e mi fanno lavorare quanto
vogliono".
E il cerchio si chiude: le grandi conquiste dell'Occidente ci sono, ma non sono per tutti.
Tra ignoranza e delusioni personali, la rabbia tra la gente di strada cresce. E non va
ignorata.
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Un cooperante-antropologo in PalestinaIl bello di restare diversiÈ passato circa un anno e mezzo da quando, con un minibus della Tiph, la Temporary
International Presence in Hebron, lasciavo la missione di pace internazionale e il mio
lavoro di osservatore in Palestina. Allora non si immaginava ancora come sarebbero
precipitate le cose, di lì a poco. Mi rendo conto che l'errore principale che molti cooperanti o personale di
organizzazioni governative (o non) fanno - compreso il sottoscritto - è pensare che tutto
quello che "a casa" è corretto, è giusto anche nel luogo dove si lavora. Molte
volte si resta delusi e frustrati nell'accorgersi che certi messaggi non passano, che ci
sono altre priorità. Fabrizio Poretti |
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Dicembre 2001
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