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di Marco Aime
Fino al 10 settembre una delle parole chiave che infarciva discorsi e progetti, tanto in ambito politico quanto in quello educativo, era "intercultura". Nata all'ombra del politically correct questa espressione è diventata una sorta di slogan del relativismo culturale. Conoscere le culture diverse dalla nostra e imparare a rispettarne la specificità è diventato un segno di civiltà e un modo per alleviare, almeno un po', un certo senso di colpa che nasce dal nostro sfruttamento nei confronti dei paesi del cosiddetto Sud del mondo. Dopo il tragico attentato alle Twin Towers, molti politici e giornalisti hanno ripescato dagli scaffali delle librerie un testo scritto tre anni fa da Samuel Huntington e hanno fatto del suo titolo The Clash of Civilization (Lo scontro delle civiltà) un nuovo slogan che segna una netta inversione di tendenza. L'islam è diventato allora l'antagonista dell'Occidente in quanto la sua cultura si oppone alla nostra e qualcuno si è anche sbilanciato affermando che noi siamo superiori a loro.
Dall'incontro tra culture si è passati allo scontro. Ma, in tutta sincerità, chi ha
mai visto due culture incontrarsi o scontrarsi? Vediamo donne, uomini e bambini
conoscersi, convivere, lottare, combattere, questo sì. Fa parte della nostra realtà
quotidiana. È questo che vediamo ogni giorno per la strada o alla televisione. Dalle
carrette del mare che più o meno regolarmente attraccano sulle nostre coste sbarcano
disperati, non culture. Una donna o un uomo che hanno fame non sono prima di tutto
islamici o indù, sono affamati. Ciò che suscita diffidenza o mette paura sono i
rapinatori e gli spacciatori, a prescindere dalla loro cultura o religione. È semmai la
loro attività malavitosa da condannare, non la loro appartenenza culturale. I furfanti
sono condannati ovunque. Furto e delinquenza non sono il prodotto di una particolare
cultura o religione, semmai di particolari società, ma ahimè, si tratta di un prodotto
che più o meno accomuna tutte le società del pianeta.
Il problema nasce nel momento in cui si inizia ad attribuire il movente delle azioni di
alcuni alla loro cultura di provenienza.
La sempre crescente attenzione rivolta agli aspetti culturali è uno dei frutti
positivi del lavoro degli antropologi. Da un paradigma evoluzionista che poneva le
società su una scala di valore, il cui gradino più alto era occupato dagli occidentali,
si è passati al riconoscimento delle diverse specificità culturali che attraversano
l'umanità. E questo, va detto, come ha fatto acutamente notare Umberto Eco in un recente
intervento (la Repubblica, 5 ottobre 2001) è una caratteristica ancora
dell'Occidente. Le altre società non hanno mai dimostrato tanto interesse per
"l'altro" quanto la nostra, anche se per fini non sempre nobili, come la
conversione o la colonizzazione. È di qui che è nato quel relativismo culturale che ha
portato molti di noi, non tutti beninteso, a cercare di comprendere, di spiegare e
talvolta di giustificare atteggiamenti diversi dai nostri purché contestualizzati. Ecco
il nocciolo del problema: contestualizzati significa a casa loro.
Siamo tutti relativisti a distanza. Eravamo tutti sinceramente ben disposti nei confronti
del popolo curdo quando era bombardato da Saddam e regolarmente represso dal governo
turco. Quando però quel "popolo curdo" si è materializzato in grumi di persone
malridotte, sbattute sulle spiagge pugliesi, che chiedevano aiuto e asilo, il nostro
relativismo ha iniziato a scricchiolare. Da simbolo dell'oppressione, "buono da
pensare", per dirla alla Lévi-Strauss, sul quale proiettare aspirazioni
terzomondiste, si è trasformato in problema. Il caso Oçalan è stato emblematico al
proposito. Se le persone si trasformano in problema, da individui diventano
"immigrati", non più persone con singole identità, ma membri di una categoria,
costruita da noi, che li condanna a un'identità collettiva uguale per tutti. Le loro
storie diventano Storia, la vita di migliaia di persone un "fenomeno
migratorio". I singoli si trasformano in massa e a questa finiamo per attribuire una
cultura, un'identità, diversa dalla nostra, ma uguale per tutti loro. Le identità
nascono spesso per mano d'altri. Il rabbino capo Elio Toaff ricordava di essersi sentito
ebreo dopo la promulgazione delle leggi razziali. Gli avevano attribuito o meglio imposto
un'identità: fino a quel giorno si sentiva un italiano di cultura ebraica.
Cultura e identità vanno a braccetto e se ad attribuirla sono altri si rischia di condannare coloro a cui la si attribuisce a una condizione di immobilità. Sovrapponendo la "cultura" alle vite delle persone si finisce per attribuire alla prima una forza che rasenta la coercizione. Come se l'individuo più che scegliere fosse succube e schiavo della sua cultura. Non è così, la cultura non è un monolito inattaccabile, è piuttosto una sorta di amalgama malleabile, un cantiere sempre aperto, solo così si può spiegare l'estrema adattabilità dell'uomo, unico animale capace di vivere dal Polo all'Equatore. Il paradosso sta nel fatto che proprio l'antropologia, quella del passato, che ci ha insegnato il rispetto delle culture, ha finito per classificare gli uomini su questa base, congelandoli e condannandoli a rimanere uguali a loro stessi. Chiunque di noi fa parte di una società, ne pratica la cultura, ma non tutte le nostre azioni sono inquadrate in una sorta di griglia predeterminata. Ci è lasciata la possibilità di scegliere, di cambiare, così come per l'identità. Siamo tutti portatori di identità plurime. Se a qualcuno non è data la possibilità di scegliere è un problema politico, basato sui rapporti di forza, non culturale. Se invece di enfatizzare termini come identità, etnicità, cultura, popoli, intendendoli nelle loro accezioni teoriche e mettendo pertanto in luce le differenze, osservassimo la pratica che di tali concetti è messa in atto, ci accorgeremmo dei molti punti in comune tra noi e gli "altri", e soprattutto della capacità degli individui di rimodellarsi. La Gerusalemme e la Roma dell'antichità erano molto più cosmopolite delle nostre metropoli. Perciò invece di calcare la mano sull'intercultura, che presuppone differenze di base tra le culture, spostiamo il discorso sul piano degli individui e delle loro storie, prendendoci ognuno la nostra fetta di responsabilità. La massa degli "stranieri" allora si sgretola e anche l'idea di cultura che attribuiamo loro. Allora, forse, invece che di intercultura potremmo riutilizzare un termine molto più antico e meno burocratico: incontro.
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Lettera al mio amico musulmanoLa vita ci ha unitiMio caro Maman, dell'estremo Est del Niger, Ricordo quel mese di Ramadan con caldo fino a 50°! Per solidarietà con i miei amici
ho voluto fare il digiuno anch'io. Ho smesso (anzi loro mi hanno fatto smettere) dopo 16
giorni: i miei reni non reggevano! In mezzo a voi cercavo il mio posto. In fondo era una
curiosa vita di prete la mia... passavo il mio tempo a fare la "pedicure" alle
capre con le mie pinze trancianti e a togliere anche qualche molare con quelle meno
trancianti, a riparare con gli amici il pozzo e cercare per ore il cammello... e
celebrare, solo, l'Eucarestia al mattino presto, a pregare, solo, la sera. In particolare quel momento molto difficile che abbiamo vissuto ad Arlit, durante i sei anni di ribellione dei tuareg... sono stati anni duri di umiliazioni e di paura e di privazioni per tanta gente. Poi si sono aggiunti i problemi degli scioperi alla miniera di uranio e nessuno capiva più niente. Tutti si aveva paura di tutti. Ricordo Ibrahim (mio carissimo amico dell'équipe del sindacato) cui avevo detto: se c'è anche uno solo degli operai che vuol riprendere il lavoro ma che ha paura di ritorsioni, se credi che la mia presenza di bianco, di prete possa servire a qualche cosa, sono pronto ad accompagnarlo al lavoro, a qualsiasi ora. E avevo aggiunto la preghiera (che ripeto spesso anche in questi giorni): "Signore fa di me uno strumento della tua pace. Dove c'è l'odio che io porti il perdono. Dove c'è la divisione che io porti l'unione...". Quando ci siamo salutati quel giorno, Ibrahim mi ha chiesto questa preghiera per dirla nelle riunioni che aveva col sindacato e da solo, la sera, in casa... Non so se sia stato San Francesco o qualcun altro, ma quattro giorni dopo la situazione si è risolta! Maman, lascio agli esperti fare i grandi discorsi di politica, di strategia e di ogni forma di grandi progetti per l'avvenire dell'umanità. A te e agli amici del Niger permettimi di chiedere di continuare a credere sempre che la vita è più forte della morte. Nella preghiera rivolgiamoci al Signore Onnipotente perché ogni uomo che muore, in qualunque parte del mondo, per l'odio per la guerra e per ogni forma di ingiustizia e di miseria è sempre una sconfitta per tutti. Il tuo amico Michele* * Don Michele Capece, missionario diocesano, ha vissuto vent'anni in Niger, in una comunità di 20 cristiani e 200 mila musulmani |
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Dicembre 2001
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