di Alberto Burzio
"Le carceri del Venezuela? Beh, sono tutt'altra cosa rispetto alle nostre: putride
latrine, in cui una persona per sopravvivere deve dimenticare di essere un uomo, deve
scordarsi di avere una dignità". A parlare, è Giorgio Galvagno, 32 anni, volontario
a Caracas con l'associazione Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi.
Giorgio, i capelli lunghi e l'aria un po' timida, è tornato a casa sua, a Saluzzo, per
qualche settimana: il suo impegno fra i poveri del Sud America merita attenzione.
Negli anni in cui frequentava il liceo nella sua città, nella tranquilla provincia di
Cuneo, Giorgio aveva rifiutato - unico nella sua classe - l'insegnamento dell'ora di
religione: chi l'ha conosciuto allora resta anche un po' sorpreso di fronte al giovane
saluzzese, che oggi si definisce "missionario religioso".
"Da due anni, ho iniziato una nuova vita. Gli anni del liceo sono stati belli e anche
divertenti, anni in cui le preoccupazioni erano ben poche e si riducevano alle
interrogazioni del giorno dopo. Cercavo di essere un contestatore, ma è facile esserlo
con in tasca il portafoglio di tuo padre, gonfio di denaro".
Si iscrive ad Economia e Commercio, con la prospettiva è di andare a lavorare con suo
padre, noto commercialista, ma non conclude l'Università.
"Ero irrequieto, non ero contento della mia vita - racconta lui - e per fortuna ho
incontrato persone ed avuto momenti in cui sono riuscito a fermarmi a pensare. Dopo aver
fatto il servizio civile fra gli anziani della Casa di riposo di Saluzzo, aver iniziato a
frequentare la mensa della Caritas ed i minorenni di una comunità alloggio, ho incontrato
l'associazione Papa Giovanni XXIII. Dopo quattro giorni, mi sono ritrovato con il mio
sacco a pelo in un centro di prima accoglienza a Savigliano e di lì la mia vita è
iniziata a cambiare".
Giorgio sorride: "Mi rendo conto di aver capito che più ci si dedica agli altri e
più si impara a vivere. Più si condivide e più la vita acquista un nuovo valore".
Tre anni fa è stato in Cile, dove ha vissuto per nove mesi con otto ragazzi minorenni
usciti dal carcere: "Un periodo magico. Un regalo della vita che mi ha aiutato a
rispondere ai tanti dubbi che avevo: ho compreso che in me erano racchiusi tutti i loro
difetti, da quei ragazzi ho imparato l'umiltà".
Oggi Giorgio è "una persona convinta e contenta di quello che sta facendo. Bisogna
però avere sempre presente che non si può pensare di cambiare il mondo, altrimenti dopo
un po' di tempo si ricevono grandi delusioni! È importante darsi degli obiettivi vicini,
avanzare con piccoli passi e grandi sacrifici. E cercare di condividere la croce che chi
ti passa vicino sta portando".
Da due anni, vive con alcuni compagni d'avventura nel barrio Union di Caracas, un
concentrato di povertà, violenza ed emarginazione, con 70 mila abitanti. Giorgio ha gli
occhi lucidi nel ricordare "i poveri di laggiù: la gente ha una solidarietà
infinita, un cuore morbido e le braccia sempre aperte. A Caracas ci sono otto mila morti
all'anno e di sera non si esce per la strada, per salvare la pelle: ma sono morti che non
fanno notizia, nessuno fa silenzio per loro in televisione. E non consola il sapere che
l'arma più usata è italiana: la "Beretta". Nel barrio non ci sono
infrastrutture, l'acqua non c'è mai, manca tutto... Laggiù, ho trovato il senso della
mia vita: stando vicino, condividendo le sofferenze di quel popolo".
Lui e i suoi amici hanno iniziato a frequentare le carceri venezuelane:
"Innanzitutto, chi va a trovare i detenuti, è malvisto dalle guardie. Appena arrivi,
ti fanno spogliare completamente (così succede anche alla suora settantenne che viene con
noi) e ti senti umiliato. Poi ti rivesti, una porta si chiude e l'altra si apre. La chiave
ce l'hanno i detenuti, trenta-quaranta persone che vivono in un'unica stanza, come gli
animali. Senza letti e senza servizi igienici. Tutti hanno una pistola, in quel micromondo
dove la legge la fanno loro". "Vedi violenze e soprusi di ogni tipo. Chi è
malato di Aids tace per paura di essere ammazzato. E tace anche chi sa di uscire a giorni,
per non rischiare di fare la stessa fine".
Giorgio e i suoi amici hanno denunciato più volte i soprusi del carcere, senza grossi
risultati per la verità. Anzi, una mattina ha ricevuto la visita di un gruppo di
poliziotti: l'aspettavano davanti alla porta di casa, gli hanno puntato le pistole in
faccia e se ne sono andati, tutto senza dire una parola.
Giorgio però non ha dubbi: "Noi crediamo che sia importante essere presenti, con
molta umiltà avviciniamo i detenuti cercando di trasmettere a loro la forza di credere
ancora nella vita... A qualcuno potremo sembrare dei grossi ingenui, ma io so bene che a
volte bastano poche parole per essere vicini e dare una mano a chi sta soffrendo ed è
umiliato... C'è un'unica siringa disponibile in quel carcere per 800 detenuti, per i
prelievi di sangue, con conseguenze facilmente immaginabili". Accenna anche al
progetto di sostegno alle ragazze madri ("In Venezuela le ragazze partoriscono a 11
anni"). E soffre all'idea che i problemi dei poveri del Sud del mondo non interessino
alle televisioni ed ai giornali delle nazioni ricche.
L'accenno critico è alla protesta contro il G8: "Io sono d'accordo che si scenda in
piazza e si protesti contro la politica del Fondo monetario internazionale, che si
ricordino a tutti i problemi dei poveri del pianeta! Però credo che la sola protesta sia
una scelta perdente se non si ha alla base una scelta di vita: non bastano le parole, ci
vogliono i fatti. Occorre cambiare il nostro stile di vita, altrimenti andare in piazza è
solo tempo perso".
Volontari per lo sviluppo -
Dicembre 2001
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