Precedente Successiva

L'ultimo libro di Gioconda Belli

Nicaragua negli occhi di donna

Non può dimenticare, la pasionaria. Speranze, rischi e amori travolgenti degli anni irripetibili della rivoluzione, perché "cambiare il mondo non è romantico, è possibile". Senza lesinare critiche severe al Nicaragua di oggi.

di Tiziana Montaldo

"Non c'è niente di donchisciottesco né di romantico nel voler cambiare il mondo. È possibile. È il mestiere al quale l'umanità si è dedicata da sempre. Non concepisco una vita migliore di quella vissuta con entusiasmo, dedicata alle utopie, al rifiuto ostinato dell'inevitabilità del caos e dello sconforto". A scrivere queste parole è Gioconda Belli, nel suo ultimo libro Il paese sotto la pelle, memorie di amore e guerra (Editrice E/O). Alta e minuta, con una folta chioma di capelli rossi, quando ci incontriamo a Torino indossa, elegante, una camicetta aperta sul seno e una collana di rame con un grosso ragno dal corpo di pietra rossa. Certo non dimostra i suoi 52 anni. Risponde alle domande in modo secco e conciso, dicendo spesso che sono argomenti trattati nel suo libro. In effetti Il paese sotto la pelle ripercorre tutta la sua vita dall'infanzia alla lotta politica, dai matrimoni agli amori appassionati e travolgenti con i compagni della rivoluzione.

La pasionaria

Nata a Managua, in Nicaragua, nel '48, Gioconda Belli entra a far parte del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (Fsln) negli anni Settanta. A introdurla nel gruppo è un militante, poeta e suo amante, che le presenta Camilo Ortega, fratello di Daniél, l'attuale presidente del Fsln. Figlia di una famiglia dell'alta borghesia nicaraguense, ricorda il giorno in cui decide di divenire una rivoluzionaria: "Dalla mia angoscia emerse improvvisamente una sensazione di sollievo, quasi di gioia. Fu come se improvvisamente il senso di colpa che provavo per i miei privilegi non mi pesasse più sulle spalle. Non ero più una passante che osservava la miseria dal rifugio della sua automobile. Ero diventata complice di chi voleva eliminarla".
Nei capitoli brevi, Belli ricorda le morti violente di tanti suoi compagni barbaramente torturati dalla dittatura di Somoza. Anche lei ha rischiato: è stata spiata e seguita per due mesi dalla polizia in uno dei periodi in cui la repressione della dittatura era più feroce, ha partecipato a numerose azioni trasportando armi e tenendo riunioni clandestine. Fino al '75 quando, arrestato un suo compagno, è stata costretta a fuggire prima in Messico e poi in Costa Rica. Il Tribunale speciale la condannerà, subito dopo il suo esilio, al carcere in contumacia.

Primi attriti con Ortega

Dopo la morte, nel '76, del fondatore dell'Fsln, Carlos Fonseca Amador, iniziano i preparativi per l'insurrezione che avrebbe portato al potere i sandinisti, ma anche i primi attriti fra la scrittrice e i dirigenti del Fronte. Secondo Belli occorreva affiancare alle azioni militari una lunga preparazione del popolo, che doveva unirsi alla lotta armata. Per Humberto Ortega, un altro fratello del defunto Camilo, l'insurrezione doveva essere solo il prodotto di un'operazione militare. "Humberto Ortega sistemava la realtà come più gli conveniva, senza battere ciglio (...) Era capace di giustificare qualunque cosa (...) L'esperienza mi insegnò che non si può costruire un sistema giusto se chi si propone di farlo manca di valori etici o li sacrifica lungo il cammino". La rivolta militare fallisce per una serie di incredibili errori nella programmazione e nella preparazione delle azioni, ma quelle che vanno a segno scuotono comunque le coscienze della gente comune. L'assassinio di Pedro Joaquin Chamorro, direttore del giornale Prensa, e la morte del giornalista della Abc, Bill Stewart, ammazzato un anno più tardi mentre il suo cameraman registrava, provocano l'attenzione della comunità internazionale, segnando la fine della dittatura di Somoza.

Sandinisti al potere

Il 18 e il 19 luglio 1979 il Nicaragua festeggia la salita al potere del Fronte sandinista. I ricordi di Gioconda Belli si fermano a quei giorni di euforia collettiva, in cui migliaia di ragazzi e ragazze si distribuivano per il paese per insegnare al 70% della popolazione analfabeta a leggere e scrivere. I militanti del movimento rivoluzionario regalavano copie di un nuovo giornale, Patria Libre. Ma nello stesso periodo, duro è il commento di questa pasionaria su Daniél Ortega: "Era un essere cupo e ambiguo, il cui mondo interiore era contorto, come avviluppato in una ragnatela".
La pace in Nicaragua dura solo un anno. Il 23 gennaio 1981, dopo soli dieci giorni di presidenza, Ronald Reagan annulla i prestiti al Nicaragua e incomincia la guerra dei contras che si concluderà nel '90. Per la popolazione inizia un lungo periodo di fame, con cibo razionato e scarsità di medicinali. È un momento di critica interna per il Fronte. "A mano a mano che gli Ortega si appropriavano del potere - scrive - s'impose una mentalità priva di scrupoli e di principi, populista e manipolatrice. La Rivoluzione sbandava tra moderazione e radicalismo". Reagan in quel periodo sosteneva, serio nella sua follia, che i sandinisti avrebbero invaso gli Stati Uniti dal Texas. Il 25 febbraio 1990 l'Fsln perse le elezioni e salì al potere, appoggiata dagli americani, Violeta Chamorro, che governerà fino al '96.
Così la scrittrice ricorda quella sconfitta cocente: "Il popolo ci rifiutava (...) Sentii che tutti i morti morivano un'altra volta e che adesso la loro morte era vana, inutile".

L'uscita dal Fronte

Il libro non prosegue oltre, ma nel '94 Gioconda Belli lascia il Fronte sandinista, in aperta rottura con i suoi dirigenti. Una scelta non facile per lei, dato il suo amore per il paese e per la rivoluzione. Il suo terzo figlio si chiama Camilo, in ricordo di Ortega. Intervistata, spiega: "Ho lasciato il Fronte perché non rispondeva più ai motivi e agli ideali per cui avevo combattuto. Secondo me, dopo la sconfitta del '90, non c'è stata sufficiente autocritica. Ciò che più mi aveva preoccupato all'epoca è che nessuno dei dirigenti si rendeva conto che saremmo stati sconfitti. Il popolo era stanco di guerre. Dopo l'uscita di Ernesto Cardenal, un militante importante e stimato nel movimento, ho scritto una poesia dal titolo Rinuncio anch'io e me ne sono andata". A dicembre dell'anno scorso ha commentato la vittoria di Herty Lewis (Fsln) nel comune di Managua con un documento dal titolo emblematico: Fsln, l'ora delle scelte. Nello scritto si parla di "nuovo voto di fiducia del popolo, la volontà di conciliazione dell'impresa privata", ma questa vittoria sandinista è interpretata, al contrario di quello che pensa Daniél Ortega, come "la prova che per tornare a proporsi al popolo come un partito vincente, il Fronte ha bisogno non solo di un discorso unitario, ma di persone che gli diano credibilità, come è stato il caso di Herty Lewis".

Futuro incerto

Nonostante questo riconoscimento, Gioconda non è ottimista sul futuro. Per proclamare tempi nuovi l'Fsln deve prima proporre facce nuove e cambiare gli uomini alla dirigenza. Iniziando da Daniél Ortega, candidato alla presidenza nelle elezioni che si terranno in Nicaragua a novembre di quest'anno.
Ricorda anche come il Nicaragua sia passato nelle stime degli indicatori dello sviluppo delle Nazioni Unite dall'85° posto del 1990 al 140° di oggi: si è ridotta la speranza di vita della popolazione, sono aumentati la mortalità infantile e l'analfabetismo. "In questo momento - dice - la situazione è molto complessa. Nel '96 erano 23 i partiti, ora ne sono rimasti solo tre. Gli spazi democratici si sono ridotti drasticamente e il paese va sempre più verso una situazione autocratica e dittatoriale. È in corso una spartizione del potere tra gli Ortega e il presidente Aleman". Ma precisa: "Non ho scritto queste memorie per un aggiustamento di conti personali, ma per raccontare quanto coraggiosa fosse la rivoluzione e per portare ancora una parola di speranza".

Il nuovo eroismo

Oggi Gioconda Belli vive a Santa Monica con il suo terzo marito, Carlos, un gringo americano di professione giornalista. Ritorna nel suo paese ogni tre, quattro mesi. Riguardo a come è cambiata la sua vita negli Usa scrive: "Dalla mia gabbia, circondata da palme e riscaldata dal sole californiano, cerco di conciliarmi con il paese, che, come un bambino grosso e prepotente, mi ha strappato l'aquilone che facevo volare. Cerco di vederlo attraverso gli occhi dell'uomo che amo". È cambiata anche la sua concezione dell'eroismo, chiarendo che "esiste un eroismo della pace e dell'equilibrio, un eroismo accessibile e quotidiano che, sebbene non sfidi la morte, ci spinge a sfruttare tutte le possibilità della vita e a vivere non una, ma tante vite contemporaneamente". Del Nicaragua le mancano soprattutto gli odori, l'energia, il vento, la densità delle nubi, il profilo dei vulcani. Per lei il soffio poetico rimane legato in mondo indissolubile al paesaggio nicaraguense. "Siamo in un mondo in cui è sempre più difficile sognare. Ho cercato di rompere quel muro di cinismo che pare oggi avvolgere tutte le cose. Ci sono stati eroi e sconfitte, ma è importante non smettere di sognare. Il movimento di Seattle ci ha dimostrato che possiamo globalizzare la compassione, la solidarietà e la resistenza. Molte spinte vanno verso questa direzione, ma tante sono le cose ancora da fare".

Due donne sotto la pelle

La scrittrice nicaraguense non è stata però solo una rivoluzionaria, ma anche una donna appassionata che ha vissuto amori travolgenti e difficili, sempre tesa alla ricerca della sua identità. Oltre ai tre mariti, ha amato compagni della rivoluzione e, parlando di sé, spiega di aver lottato tutta la vita per far convivere sotto la stessa pelle due donne diverse: la prima legata ai canoni della femminilità classica di madre, moglie e figlia docile e compiacente; la seconda, invece, alla ricerca di ruoli maschili di indipendenza e mobilità, di vita pubblica e di amanti.
La sua scrittura, come negli altri suoi tre romanzi - La donna abitata, Sofia dei presagi, Waslala - è densa di erotismo, espresso da parole come sangue, acqua e ventre, che tornano frequenti. Critici, traduttori e lettori hanno parlato per le sue opere di una scrittura tipicamente femminile. Lei, accarezzandosi i capelli, mi spiega che è molto rischioso utilizzare questa espressione perché ciò può essere causa di discriminazione. "Quello che caratterizza la scrittura - dice - è l'esperienza vitale. La scrittura è specchio del mondo: ci sono autori uomini e donne. Si può invece fare un discorso sui temi: le donne danno maggiore importanza alla quotidianità, alle piccole cose e all'amore fisico. Hanno un modo di sentire etico molto più forte. Io credo di aver toccato anche temi degli uomini, ma sempre con una sfumatura diversa; e poi ci sono stati quelli della mia esperienza personale, come il parto, vissuto come alba di una nuova era politica".

Volontari per lo sviluppo - Maggio 2001
© Volontari per lo sviluppo