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Visita al Kinneret kibbutz

Marxismo all'israeliana

Ce ne sono ancora 250 in Israele. In passato tutto era condiviso, anche i figli. Oggi si hanno case e auto private e c'è chi comincia a lamentarsi di dover mettere in comune gli stipendi. Eppure il kibbutz resta un mondo protetto dove la guerra sembra lontana.

di Marco Bello
da Nazareth

La strada asfaltata corre tra piccoli edifici a due piani immersi nel verde. Più in là casette da fiaba, con il tetto rosso e il giardino intorno. Prato all'inglese e giochi per bambini. Non c'è nessun recinto e non si distingue una proprietà dall'altra. Piante esotiche e alberi rari crescono un po' ovunque e tranquillità e pace sembrano regnare. Ogni tanto arriva un'auto a passo d'uomo o un trattore sosta nel vicino giardino.
Siamo nel Kinneret kibbutz, Galilea, nel nord d'Israele. Situato nello splendido scenario del lago di Tiberiade, dove il fiume Giordano defluisce per iniziare la sua discesa verso il Mar Morto e si scorgono all'orizzonte le alture del Golan.
Simbolo di una scelta radicale di convivenza comune, i kibbutz divennero, a partire della fine degli anni Sessanta, ideale di vita e meta di giovani da tutto il mondo. Dati ufficiali parlano di 100 mila volontari stranieri dal '67 a oggi. Da un decennio, però, questa istituzione sembra caduta nel dimenticatoio. E anche in Israele sono insistenti le voci di crisi.
Arriviamo in uno slargo dove un edificio più grande e diverso dagli altri pare molto frequentato. È il luogo dove ogni mattina gli abitanti del kibbutz si trovano insieme per mangiare, come anche a pranzo. Assomiglia molto a una mensa aziendale, ma è abbellita da stoffe colorate con scritte in ebraico e gigantografie d'epoca con scene di vita dei primi anni del kibbutz.

Avamposti di Israele

Il termine kibbutz deriva dalla radice qbts che significa "unire", non tanto il luogo, ma l'atto del mettere insieme la gente, di fatto una grande comunità.
"Questo è il secondo kibbutz d'Israele - ci racconta Husnat, giovane madre di famiglia che vive qui da tre anni - fu fondato nel 1913 da un gruppo di russi e oggi siamo circa 400". (Il primo è il Degania, creato nel 1910 poco lontano dal Kinneret). In quel tempo giovani dalla Russia e dai paesi dell'Est, seguendo l'ideologia sionista, che predicava la creazione di uno Stato ebraico, si trasferivano in Palestina, dove sperimentavano forme di vita in comune ispirate al marxismo. Si era alla vigilia del protettorato britannico (1919 - 1947) e gli inglesi cercavano alleanze con arabi ed ebrei per mandare via i turchi, padroni della regione con l'impero Ottomano dal XVI secolo. Per gli ebrei era il modo di costruire i primi insediamenti autosufficienti e protetti, molto utilizzato con le successive ondate migratorie. Negli anni Trenta, quando i sionisti preparavano la fondazione di uno Stato ebraico, i kibbutz divennero centri d'integrazione dei profughi che fuggivano dall'Europa e strumento di occupazione del territorio. Il deserto del Negev, nel sud del paese, ad esempio, è stato colonizzato così.

Stipendio "politico"

"Nei primi anni lo stile di vita era molto radicale. Tutto era collettivo e tutti abitavano nella stessa casa. Non c'era alcuna forma di proprietà privata, anche i vestiti erano della collettività" racconta Husnat. Oggi ogni famiglia ha la sua casa e le sue attività. Gli stipendi, però sono messi in comune, e ognuno riceve una quota di denaro che non dipende dal lavoro svolto. "Le donne ricevono un po' di più, perché hanno più spese" dice ridendo. I mezzi produttivi sono della comunità. "Fino a una trentina d'anni fa, i bambini di tutte le famiglie erano allevati insieme e i genitori facevano i turni per accudirli" racconta con tono critico. Lei, madre di una bimba di un anno, preferisce allevarla in famiglia. "Io sono nata e cresciuta in una città. La realtà del kibbutz la conosco solo da tre anni, da quando mi sono sposata e sono venuta a vivere qui". Suo marito invece è figlio di kibbutznik (membri della comunità) di origine russa, e per questo è molto convinto dello stile di vita. "All'inizio è stato un po' difficile abituarmi. A volte mi sembra ancora di essere in un grande gioco - continua Husnat - è un ambiente protetto, con una qualità della vita molto elevata. Però è meglio lavorare fuori. In questo modo non sono obbligata a vedere sempre le stesse persone".

In origine i kibbutz erano insediamenti agricoli, i loro membri bonificarono vaste zone della Palestina, arrivando a colture ad alta efficienza con una produzione importante a livello del paese. Nel '48, anno della creazione dello Stato di Israele, fornivano il 40% della produzione agricola nazionale. Oggi in molti ci sono anche industrie interne e i membri possono avere lavori in città. Come Husnat, dietista in un ospedale di Nazareth.
Al Kinneret la produzione principale è quella dei datteri, con la seconda piantagione per importanza nella valle del Giordano. Si coltivano poi banane, manghi, anacardi, uva. C'è anche un allevamento di vacche e un caseificio a uso interno. A livello industriale c'è una fabbrica di materiale plastico.
Il Kinneret è gestito da un consiglio elettivo, che prende alcuni tipi di decisioni (più comuni o urgenti), mentre la massima carica è il segretario, eletto per due anni. Per molte questioni si indicono delle votazioni: "È un esempio di palestra di democrazia - dice Husnat - quasi ogni settimana votiamo per qualche decisione di interesse comune". Un esempio è l'ingresso di un nuovo membro. Quando si vuole entrare si deve far domanda. Si fa un anno di prova, poi è indetta una votazione per approvare l'accesso del nuovo candidato.

Indizi di crisi

In Israele ci sono ancora più di 250 kibbutz, che "riuniscono" circa il 3% della popolazione del paese. Perché, allora, si parla di crisi? "Il motivo è soprattutto economico - spiega un responsabile del Kinneret - a molti non va più bene il fatto di non usufruire direttamente del proprio stipendio. Alla fine c'è chi lavora molto e chi quasi niente, ma tutti ricevono la stessa quantità di denaro". La comunità fornisce poi molti servizi a prezzi politici, come la mensa, un negozio di prodotti locali, un medico e altri ancora. Ma di fronte a un paese ultra moderno, dove tutto (o quasi) è reso accessibile dal denaro, i giovani non sono più tentati dalla vita comunitaria. Si tratta quindi, in fondo, di una crisi ideologica. Ancora la vittoria del consumismo sui concetti di collettività e condivisione.
Passeggiando lungo i vialetti asfaltati tra le case ci chiediamo in che modo si possano ottenere le belle villette di recente costruzione. "L'ampliamento del kibbutz avviene ogni quattro o cinque anni. Le famiglie accedono alle case nuove con un sistema di crediti, a seconda del numero di figli, degli anni di appartenenza e di altri parametri". Passiamo davanti a una scuola. All'interno della comunità ci sono la materna e le elementari, per tutti i figli dei membri. Ci sono anche strutture sportive, come piscine e palestre. Per la sua storia il Kinneret è in prevalenza laico. "All'interno della palestra c'è una zona per pregare - racconta Husnat - ma non abbiamo una vera e propria sinagoga".
La crisi attraversa anche l'afflusso di volontari internazionali. Sempre meno giovani sono disposti a lavorare otto ore al giorno, senza stipendio, nelle occupazioni più dure, disertate dai membri. Eppure Margaret, massiccia ed energica neozelandese, è ottimista: "Vengono ancora da tutto il mondo a passare alcuni mesi da noi. Qui lavorano, condividono la vita dei membri, alcuni di loro si fermano per sempre". Lei è arrivata qui 15 anni fa, dopo il matrimonio con un membro del Kinneret. Lavora nel piccolo caseificio dove si producono svariati tipi di formaggi, alcuni ottime "copie" di quelli francesi. "Sto bene qui, è il modo di vivere che fa per me. Certo ci sono anche delle difficoltà", non vuole specificare quali. Insistiamo. "Come quella di vivere sempre con le stesse persone - ma minimizza - sono i problemi tipici del vivere in comunità". Lei non torna quasi mai a casa, la sua vita è qui.

Comunità e politica

I kibbutz sono sempre stati culla di attivisti politici e quadri dell'esercito. Molti membri della Knesset (il parlamento) e del governo provengono dalle comunità. Perché, prima della creazione d'Israele, queste rappresentavano un embrione di Stato ebraico e l'impegno politico e militare era forte. Ancor oggi sono organizzati in movimenti, che seguono linee politiche. Il più grosso è lo United Kibbutz Movement, vicino al partito laburista, che raggruppa 168 comunità. Segue il Kibbutz Haartzi, più rigido nell'ideologia marxista, con 85 kibbutz. Ci sono gruppi religiosi come il Kibbutz Dati e gli ultra ortodossi del Poel Agudat Israel.
Negli ultimi anni si è sviluppata anche l'industria turistica e le comunità, soprattutto quelle in buona posizione (sul lago o nei pressi di siti storici), propongono giri in battello, sport nautici e periodi di distensione. Attività presentate con dovizia di particolari sugli innumerevoli siti Internet gestiti dalle varie collettività.
Finiamo il nostro giro al Kinneret. Oggi è una giornata di sole e il verde brillante dà ancor più un senso di tranquillità e pace. Anche le persone incontrate ci sono sembrate felici e rilassate. Eppure, a poche decine di chilometri da qui, nelle città israeliane della costa, la tensione è altissima per gli ultimi attentati suicidi degli estremisti islamici. E più vicino, in Cisgiordania, si bombarda, mentre i palestinesi sono prigionieri in città per il blocco dei Territori occupati. Da settembre sono morti 400 arabi e 65 ebrei. Ma al Kinneret tutto questo sembra lontano anni luce. È strano, l'isolamento del kibbutz fa pensare di essere in un mondo protetto. Ma forse questa è proprio - come è stata in passato - la grande forza del movimento.

Volontari per lo sviluppo - Maggio 2001
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