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di Rinaldo Ghersi
"Non si venderanno prodotti del lavoro minorile": lo statuto della bottega di Equomercato, a Cantù, era chiaro. La situazione si complicò quando arrivarono oggetti di artigianato e cancelleria con il marchio "prodotto dai bambini del Perù". Che fare? Equomercato affrontò il problema nel modo forse meno convenzionale: non ignorandolo né eludendolo con slogan massimalisti o rassegnati. Si informò, studiò, discusse, fece le dovute distinzioni e decise di cambiare lo statuto, nell'interesse dei bambini. Succederà lo stesso con la proposta di legge sul marchio di qualità sociale "non prodotto da bambini" che circola nel nostro paese? Avremo un dibattito serio e responsabile sulle ripercussioni positive e negative anche per i bambini produttori, o seguiremo slogan, pensando di risolvere quel problema con quella legge?
La Convenzione 182 dell'Organizzazione internazionale del lavoro prevede "la proibizione e l'immediata azione per l'eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile". Ma altri pensano diversamente: pur non mettendo in discussione il diritto per ogni persona di imparare a leggere, a scrivere, a relazionarsi con gli altri e a integrarsi in un ambiente formativo che non la sfrutti, ritengono che l'abolizione del lavoro dei minori sia non solo una misura difficilmente applicabile, ma anche ingiusta.
Da dove provengono queste voci discordanti? Dai movimenti di bambini e adolescenti lavoratori nel mondo, che affermano di lottare non soltanto per la sopravvivenza, ma per uno sviluppo dignitoso e per il "protagonismo infantile". Il movimento è presente soprattutto, ma non esclusivamente, nei "sud" del mondo: in America Latina i Nats (niños y adolescentes trabajadores, bambini e adolescenti lavoratori), in Africa i movimenti in espansione originariamente promossi da Enda (ong francofona), in India alcuni sindacati.
Anche nel nostro paese qualcosa si muove. L'associazione Nats italiana nasce nel 1995 in occasione della visita di educatori e bambini lavoratori peruviani. Il presidente è Manuel Finelli, sociologo bolognese esperto in materia, in partenza per la Thailandia, dove si occuperà della lotta alla prostituzione infantile.
"Devo precisare che i Nats fanno una chiara distinzione tra lavoro dignitoso da una parte e sfruttamento, schiavitù, prostituzione, spaccio, arruolamento militare di bambini dall'altra. Non siamo d'accordo con chi mescola tutto questo sotto l'etichetta comune di "lavoro e sfruttamento minorile"". Per Manuel il lavoro dignitoso resta un diritto anche per i bambini, mentre è da ostacolare lo sfruttamento, che non porta ad alcuna valorizzazione o crescita. Il diritto al lavoro minorile è posizione difficile, minoritaria tra chi ha potuto studiare senza lavorare fino alla maggiore età, abbastanza comprensibile tuttavia per chi ricorda il nostro passato, non chiude gli occhi sulla realtà mondiale e su situazioni anche nostre, e per gli stessi bambini lavoratori.
Quando confessiamo a Manuel che sentir parlare un bambino latinoamericano di 13 anni sul protagonismo infantile suscita in noi qualche sospetto di indottrinamento, la risposta è molto franca: "L'interazione tra adulti e minori è sempre delicata, c'è il rischio di imposizioni. Gli educatori vicini a Nats lo sanno bene, ma non studiano la teoria sul protagonismo infantile a tavolino, la vivono nella strada, il che significa decidere insieme ai bambini e aiutarli a prender coscienza della loro situazione e delle loro responsabilità. Il rischio di condizionamento è forse maggiore tra ragazzi: come in ogni gruppo, alcuni possono seguire passivamente i leader naturali. Il movimento dei bambini lavoratori porta in genere a maggiori livelli di consapevolezza, proprio perché risponde a bisogni reali e non indotti".
Continua con un esempio pratico: "In Perù ho percepito forti preoccupazioni: veramente il bambino che aiuta la mamma a vendere verdure sulla strada teme che un poliziotto venga a far chiudere bottega per leggi superficiali scritte e imposte dal Nord". Per Manuel la posizione delle grandi istituzioni internazionali non è sempre all'altezza dei problemi: "L'Organizzazione internazionale del lavoro è dichiaratamente abolizionista, anche se nei fatti interviene oggi soprattutto contro le forme di sfruttamento a cui abbiamo accennato: non sarebbe coerente ufficializzare questa distinzione e concentrare l'impegno di tutti contro questi abusi?".
Nats italiana nei suoi cinque anni di vita ha fatto sensibilizzazione e controinformazione sul tema con una rivista, con seminari e incontri. "La voce dei bambini lavoratori è ancora troppo debole e poco ascoltata, il mondo sindacale condivide la loro lotta soltanto nei paesi africani e asiatici, da noi si privilegia la tutela del lavoro adulto. Il cittadino italiano è portato dai mass media a identificare lavoro e sfruttamento minorile. Anche realtà importanti e bene intenzionate come Mani Tese o Transfair difendono in sostanza la linea abolizionista, ma qualcosa sta cambiando, è importante ascoltare e dialogare". Per Finelli il frutto migliore di Nats Italia è stata la nascita, a novembre 2000, dell'Associazione Italia Nats. "Non è un anagramma, ma qualcosa di diverso e di importante: reti del commercio equo e solidale come Equomercato, Ctm, Commercio alternativo, ong come Mlal, Aspem, Asoc e altre realtà credono che anche prodotti del lavoro minorile possano avere "alta dignità", e lavorano per una migliore informazione del pubblico".
Info: "www.equomercato.it/nats.htm; www.centerville.it"
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A cura della Redazione
L'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) non ha dubbi. Il lavoro minorile non è accettabile, in nessuna forma. "I bambini possono essere impegnati in diverse attività, ma non si può transigere sulla perdita del diritto all'istruzione - ci spiega uno dei responsabili del programma Ipec, il programma internazionale per l'eliminazione del lavoro minorile nato nel 1992, che opera oggi in 60 paesi - diritto che deve vedere, dall'altra parte, il dovere del governo a fornire l'educazione ai bambini. Qui sta il nocciolo della questione. Gli Stati devono assumersi le loro responsabilità nei confronti dei minori".
Creata nel 1919, l'Ilo è diventata nel '46 la prima agenzia specializzata associata
alle Nazioni Unite e riunisce, come elementi attivi, governi, lavoratori e datori di
lavoro. La prima convenzione, adottata subito dopo la sua fondazione, proibisce l'impiego
nell'industria di ragazzi sotto i 14 anni. Ratificate in seguito le convenzioni sull'età
minima nelle diverse occupazioni e contro i lavori forzati, nel '99 ha adottato la
convenzione 182 contro le forme più gravi di lavoro dei minori (prostituzione,
schiavitù, lavori forzati, traffico di droga, ecc.), vista come priorità assoluta.
Braccio operativo dell'istituzione è proprio il programma Ipec, che punta
all'eliminazione graduale del lavoro minorile e segue alcune linee base: il sostegno di
strutture nazionali per la lotta a questa forma di lavoro; l'eliminazione delle
occupazioni più pericolose e le forme di sfruttamento; l'attuazione delle misure di
prevenzione nell'ottica di renderle sostenibili. Alleato con organizzazioni di lavoratori
e di datori di lavoro, con ong, con altri membri della società civile, l'Ipec mette
insieme quasi 100 partner in tutto il mondo.
"Il problema è complesso e bisogna fare attenzione alle semplificazioni. Non va
sottovalutato il contesto politico: spesso, infatti, gli investimenti in armamenti, anche
di paesi molto poveri, sono di gran lunga superiori a quelli nell'educazione".
Posizione questa sostenuta anche da Kailash Satyarthi, ideatore e direttore generale della
Global march against child labour, la marcia internazionale contro il lavoro minorile che
due anni fa ha attraversato il mondo: "Istruzione e lotta allo sfruttamento sono due
facce della stessa medaglia - dice, durante un convegno tenutosi a Milano ad aprile - e i
paesi poveri non sono in grado di destinare neppure il 2% del loro prodotto interno lordo
alla scuola, quando spendono 4 o 5 volte tanto per pagare il debito. Basterebbe un quarto
di ciò che si spende in Europa per i cosmetici per risolvere il problema del lavoro
minorile nel mondo".
Secondo le Nazioni Unite, bisogna anche sfatare il mito secondo cui il lavoro minorile
sarebbe una caratteristica radicata nelle tradizioni culturali di alcuni popoli; questo
tipo di argomentazioni venivano usate anche per giustificare lo sfruttamento massiccio dei
bambini durante la rivoluzione industriale. Così come la tesi che le famiglie subirebbero
danni economici troppo pesanti se i loro figli smettessero di lavorare: spesso i bambini
vengono ricompensati in natura, e quasi sempre sono assolutamente sottopagati. Una serie
di studi dell'Ilo sull'industria dei tappeti rivela che la sostituzione degli attuali
lavoratori bambini con gli adulti comporterebbe un aumento del prezzo dei prodotti di
appena il 4%.
L'Ipec dà assistenza e supporto ai governi che si impegnano, con la firma di un
Memorandum d'intesa, a eliminare il lavoro minorile. Agisce nei differenti paesi con
progetti per sradicare le forme più gravi di lavoro infantile, puntando a fornire
alternative ai bambini e alle loro famiglie con progetti specifici, o migliorando le
condizioni di lavoro come misura temporanea. Grandi sforzi si stanno facendo per far
ratificare a più Stati possibile la convenzione 182 (oggi sono in 72). Dopo la ratifica
ogni Stato deve dotarsi di leggi e misure per mettere in pratica la convenzione,
appoggiandosi all'aiuto, anche attivo, fornito dall'Ipec. Questa resta la vera sfida.
Info: www.ilo.org; www.manitese.it
Volontari per lo sviluppo -
Maggio 2001
© Volontari per lo sviluppo