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Burkina Faso - Le lotte degli studenti

Università nel mirino

Dal gennaio scorso le facoltà di Ouagadougou conoscono una calma relativa. Dopo sei mesi di crisi, chiusura dei campus e annullamento dell'anno accademico, allievi e professori tornano in classe. Ma la situazione resta precaria.

di Moussa Sawadogo
da Ouagadougou

Il sei ottobre 2000, il governo ha deciso di chiudere l'Università di Ouagadougou, annullare l'anno accademico 1999-2000 e sciogliere tutte le facoltà. Il rettore, Filiga Sawadogo, è stato licenziato e sostituito da un commissario, Alfred Traoré, già a capo dell'istituzione in passato. Il suo compito: riformare l'università per permetterle di ripartire con il piede giusto. "La mia missione è fare delle proposte che rendano la nostra università più efficace sul mercato del lavoro", ha affermato Traoré qualche giorno dopo la nomina. Per far ciò ha istituito delle commissioni per la "rifondazione" dell'università. Dopo un mese di lavoro, queste hanno confermato lo scioglimento delle facoltà, rimpiazzate dalle Unità di formazione e di ricerca (Ufr), secondo loro più "professionalizzanti". Ogni Ufr è diretta da un direttore nominato dal cancelliere. Invalidare l'anno accademico significa anche annullare tutti i diplomi emessi dall'università in quel periodo.

La rivolta "Zongo"

"Il governo vuole sacrificare l'insegnamento in Burkina Faso" accusano gli studenti, perché la chiusura delle università non può che aggravare la situazione. "Questa decisione è stata presa senza affrontare il problema in profondità" ha affermato André Tibiri, presidente dell'Unione generale degli studenti burkinabé. Se l'università è sempre stata un focolaio di contestazione, dall'assassinio di Norbert Zongo, direttore del settimanale privato L'indipendent, il 13 dicembre '99, l'Università di Ouagadougou vive una crisi senza precedenti. Gli studenti si sono ritrovati al centro della lotta contro l'impunità e per la libertà di espressione.
Ogni anno gli studenti lottano per le loro rivendicazioni, che vertono quasi sempre sugli stessi punti: borse di studio, costruzione di aule per i corsi, miglioramento del Centro nazionale delle opere universitarie, rispetto delle franchigie (protezione legale) universitarie e designazione della tomba di Dabo Boukary, uno studente assassinato dai militari nel '90 (il presidente dell'Associazione nazionale degli studenti del Burkina, Aneb), come di quelle di altri oppositori caduti. Se, come spesso succedeva, i movimenti di rivendicazione erano accompagnati da scioperi, questi non superavano mai un mese, il che permetteva di avere un anno accademico completo.

Studenti in prima linea

Ma l'assassinio di Zongo, ritenuto un difensore dei diritti umani, ha dato fuoco alle polveri. Scesi in strada in massa, gli studenti hanno chiesto l'arresto degli assassini e dei mandanti, urlando "Il troppo è troppo". Questo movimento ha guadagnato rapidamente tutta la società burkinabé ed è stato origine del Collettivo delle organizzazioni democratiche di massa e dei partiti, composto da una quarantina di associazioni per la difesa dei diritti umani e da gruppi politici, e diretta da Halidou Ouedraogo, presidente del Movimento burkinabé per i diritti dell'uomo e dei popoli.
Il collettivo, che ha organizzato diverse manifestazioni e scioperi, si è basato molto su alunni e studenti. "L'Aneb è il braccio armato del collettivo" ha dichiarato Halidou Ouedraogo alla stampa. Impegnati nella lotta contro l'impunità, gli studenti sono i più attivi sull'intero territorio nazionale.

Attacchi dei simboli del potere e distruzioni dei beni dello Stato da parte degli allievi, arresti e interrogatori di studenti, caccia all'uomo per le strade delle città e campagne, erano diventate la quotidianità in Burkina Faso. La chiusura a più riprese delle scuole e dell'università da parte del governo per impedire agli studenti di riunirsi e gli scioperi indetti dall'Aneb avevano finito per bloccare i corsi. Per gli studenti, il ritorno in classe era subordinato alla soddisfazione delle loro richieste. Malgrado gli appelli "alla ragione" del governo per un ritorno alla normalità, l'Aneb resta sulla sua posizione. Per il presidente, Souleymane Kologo, "il governo non mantiene mai le promesse fatte. Esigiamo atti concreti".

Insegnanti coinvolti

La crisi si è aggravata con l'entrata in gioco degli insegnanti. Infatti, con la chiusura delle università, i professori si sono visti proibire l'accesso al campus, ai loro uffici e ai laboratori di ricerca. Cosa che il Sindacato nazionale dei lavoratori dell'educazione (Synter) ha trovato inammissibile. Inoltre, la maggioranza dei professori ha rifiutato di prendere parte ai lavori delle commissioni di riflessione istituite dal commissario per riformare l'università. Per loro e per gli studenti, il problema è più politico che istituzionale. Sostengono anche che lo Stato dovrebbe votare più fondi agli atenei piuttosto che fermarli. Ma, dal lato del potere, le cose si vedono diversamente: "In questi ultimi anni, l'università ha conosciuto delle crisi che ne impediscono il buon funzionamento, mentre il mercato del lavoro è sempre più duro. Bisogna quindi fermarsi un momento per riflettere e ripartire con il piede buono", sostiene il commissario Traoré, per il quale la ristrutturazione non è diretta contro nessuno.

Un'intesa precaria

Per fronteggiare l'impennata della crisi, e per "misure di sicurezza", il governo ha chiuso i campus condizionandone l'accesso alla presentazione di un lasciapassare. La reazione ha coinvolto l'intero paese. Uomini politici, associazioni della società civile, capi tradizionali e parenti di allievi, tutto il Burkina chiede alle due parti di riprendere il dialogo. Dopo le trattative, il governo accetta d'aumentare il numero di studenti beneficiari della borsa dello Stato, incrementando anche l'entità del contributo. Così il numero dei borsisti è passato da 600 a quasi 7000, mentre l'aiuto da 100 mila franchi cfa (300 mila lire) all'anno è passato a 130 mila.

È stato anche deciso di non espellere gli studenti ripetenti, di non annullare i diplomi e di modificare qualche aspetto della riforma dell'università. Studenti e professori hanno allora accettato di tornare in classe, ma con la richiesta che il governo dia seguito, in breve tempo, alle sue promesse. La calma che regna oggi sul campus di Ouagadougou è ancora precaria.

Parla il leader degli studenti

Il governo ha paura della democrazia

Incontro con Souleymane Kalongo, presidente dell'Associazione nazionale degli studenti del Burkina Faso (Aneb), il più grande sindacato studentesco.

Ci sono state reali trattative tra studenti e governo prima della chiusura dell'università?
C'era un dialogo, ma anche molti sospetti da parte del governo. Questo perché siamo in un contesto di lotta del collettivo (quello creato dopo l'assassinio del giornalista Norbert Zongo, ndr.). Una lotta ritenuta sovversiva e che mira a rovesciare il potere. È noto che gli studenti sono la punta della lancia del collettivo, e il governo ha subito concluso che la nostra battaglia non era per questioni materiali, ma che abbiamo obiettivi politici. È soprattutto questo aspetto che lo ha spinto a chiudere il campus. Era il pretesto per fermare la contestazione e impaurire gli studenti. Ma non ha funzionato.

Un altro ostacolo è stato la riforma dell'università; qual è la vostra posizione sulla questione?
Noi non siamo contro il principio di una ristrutturazione. Nelle nostre rivendicazioni chiediamo alcune riforme per permettere al mondo universitario di avere condizioni adeguate di lavoro. Ma, in questo caso specifico, il contesto in cui è stato avviato il processo è sospetto. In realtà il governo s'è reso conto che il grado di democrazia realizzata nell'università - attraverso assemblee universitarie e di facoltà - non gli permetteva di imporre le sue condizioni. Aveva bisogno di spazzare via tutto e di trovare altre regole che gli permettessero di piazzare i suoi uomini e far passare certe misure. Noi studenti non possiamo essere d'accordo con una riforma di questo tipo. Per giustificarsi il governo parla di professionalizzare gli atenei per coniugare formazione e lavoro. Ma sono argomenti che non convincono.

Quando oggi analizzate la lotta, arrivata alla chiusura dell'università, non pensate di aver perso tempo per niente?
Dal '74, anno di fondazione dell'università e dell'Aneb, non si era mai avuto un anno bianco o invalidato. Ma questa minaccia è sempre stata utilizzata come ricatto dal potere, ogni volta che una lotta prendeva piede. A livello dell'associazione ci siamo detti che bisognava mostrare al governo che possiamo andare fino in fondo, bisognava far vedere che la gioventù è combattiva e sa prendersi le sue responsabilità.

Dal 4 gennaio scorso gli studenti dell'università hanno ripreso i corsi e c'è una certa calma. Per voi i problemi sono finiti?
Non è tutto normale, perché siamo usciti da una lunga crisi e ci sono degli strascichi. Se gli studenti hanno accettato il ritorno in classe è per permettere al governo di dar seguito alle promesse fatte e per poter fare un bilancio della nostra lotta. Se constateremo che niente si muove, useremo altri metodi per farci sentire. La calma che osserviamo oggi è molto precaria. Non siamo neppure sicuri di terminare l'anno accademico in corso. (M.S.)

Volontari per lo sviluppo - Maggio 2001
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