di Grazia Francescato
Presidente dei Verdi
Al vertice di Trieste la Ministra Withman ci aveva detto: "Bush vi stupirà". Ma forse l'unica a rimanere stupita del comportamento del presidente americano è proprio lei. Che Bush sia la persona più anti-ecologista del pianeta è, infatti, ormai sotto gli occhi di tutti, americani e non. Con le sue azioni, il presidente rischia di vanificare oltre un decennio di sforzi negoziali internazionali che hanno avuto nel Protocollo di Kyoto un primo importante risultato. Il cambiamento climatico ci è addosso e le previsioni stanno via via peggiorando.
Riepiloghiamo brevemente gli scenari futuri elaborati dall'Ipcc - la Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici formata da circa duemila esperti in diverse discipline, nominati dai vari governi - elaborati nello State of the World 2001, il rapporto del Worldwatch Institute di Washington. Nel corso di questo secolo si prevede un aumento della concentrazione di gas serra di 2 o 3 volte rispetto all'era preindustriale; questo porterà ad aumenti medi della temperatura compresi tra 1,9 - 2,9°C e un aumento dei livelli dei mari di 46 - 58 cm in media. E le conseguenze - siccità prolungate in certe aree, alluvioni disastrose e fenomeni "violenti", come tifoni e uragani, in altre - sono difficilmente quantificabili.
In questi giorni a Nairobi l'Ipcc è al lavoro in una sessione che precede la plenaria del prossimo autunno in Inghilterra. Dai documenti del gruppo, che si occupa di trovare le risposte per mitigare gli effetti del riscaldamento globale, è emerso che le risorse tecnologiche ed economiche che consentano almeno di "ridurre i danni" - mantenendo la concentrazione di gas serra al di sotto di certe soglie - esistono già oggi e buona parte di esse hanno effetti positivi sull'economia. Com'è noto, per ridurre le emissioni è necessario ridurre i consumi delle fonti fossili di energia, carbone e petrolio in primo luogo, in un contesto nel quale la spinta prevalente della globalizzazione è quella di accelerare l'uso delle risorse naturali.
Il problema è che lo stop imposto da Bush al Protocollo di Kyoto rischia di avere come conseguenza un ritardo nello sviluppo delle alternative. La questione dell'eco-efficienza delle risorse - ridurre l'input di risorse energetiche e di materiali per unità di prodotto - è tecnologicamente matura; il punto è che questa politica favorisce alcuni settori e tende a sfavorirne altri (oltre all'industria del carbone e del petrolio, quelle imprese meno capaci di innovazione). Eppure, anche per l'industria petrolifera più lungimirante, il tema della diversificazione degli investimenti energetici è ben presente; gli stessi investimenti massicci di parte dell'industria automobilistica verso le celle a combustibile, che preparano in prospettiva l'uso dell'idrogeno, rappresentano un altro segno della coscienza che l'era del petrolio comunque andrà superata nel corso di questo secolo.
Una controffensiva europea alle posizioni di Bush è fortunatamente già iniziata, come vediamo sia nelle dichiarazioni di Romano Prodi che in quelle di diversi capi di governo.
In Italia, però, il tema del cambiamento climatico continua ad avere uno spazio ancora limitato, contrariamente a quello che si registra nei paesi più importanti, e nonostante il grande impegno di Francesco Rutelli che ne ha fatto una delle priorità della campagna elettorale per l'Ulivo. Nei media, purtroppo, si parla solo di candidature e liste civetta, come se i cittadini ne fossero davvero interessati e si sottovaluta, anche politicamente, questo tema.
Come paese trasformatore e povero di risorse energetiche fossili - e non certo ricco di capacità di innovazione tecnologica - l'Italia dovrebbe, invece, prestare la massima attenzione su quanto accade e spingere perché l'Unione Europea continui coerentemente su questa strada. Ciò significa investire nelle strategie alternative - fonti rinnovabili e tecnologie efficienti in primo luogo - e orientare a questi scopi il complesso delle politiche, nell'energia e nei trasporti, in campo agricolo e nella cooperazione economica. Questa è la sfida più importante del XXI secolo. Da questo si deciderà se lasciare ai nostri figli un pianeta vivente o una terra arida e desolata in cui la natura si è ribellata alla mano dell'uomo.
Volontari per lo sviluppo -
Maggio 2001
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