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Cabo Delgado è lo Stato più a nord del Mozambico. Sono a Pemba, la capitale, per
avviare un progetto di alfabetizzazione dedicato alle donne della periferia. Prima ancora
di mettere piede in città si respira italiano: è italiana l'impresa che riassesta la
strada che collega Pemba al sud del paese, sono italiani gli imprenditori che cercano di
sviluppare piccole aziende locali di lavorazione dell'anacardo o dell'olio di sesamo, è
italiana Laura che raccoglie un centinaio di bimbi di strada. E si dice che parli italiano
il turismo, non sempre pulito, di queste spiagge tropicali.
È caldo umido e continua a piovere. Le aree attraversate dal fiume Zambesi sono ormai
sott'acqua e gli sfollati continuano a crescere. È un immenso acquitrino, dove uomini e
donne si arrabattano per uscirne vivi, possibilmente insieme agli unici mezzi di
sussistenza, siano essi galline, porci, aratro o zappa. Secondo le previsioni, il maltempo
si estenderà anche al nord. Fortunatamente me ne andrò a Mocimboa, una cittadina di 25
mila abitanti sull'oceano indiano. Mi aspettano 380 chilometri di strada sterrata,
rovinata per le continue piogge e gli scarsi investimenti.
Il machibombo (l'autobus) parte alle 5 del mattino, sotto una pioggia
torrenziale. Raccoglie uomini, donne, bambini e galline. Ognuno carica da mangiare, da
vendere e da rendere. Dopo due ore di viaggio, il machibombo si rompe: non ci
sono telefoni e tantomeno telefonini! Chi si intende di meccanica prova a dare una mano
all'autista. Altri cercano un posto all'ombra per passare le prossime ore. A mezzogiorno
riprendiamo il viaggio. Improvvisamente, l'autobus si ferma di nuovo. Il cielo sta
diventando sempre più cupo; tutt'intorno si alza un mulinello di sabbia e vento che si
intensifica avvicinandosi al bus. Guardo i miei compagni di viaggio: musulmani e
cristiani, della Frelimo o della Renamo (le fazioni che si sono fronteggiate per più di
un ventennio di guerra e che sono al potere l'una e all'opposizione l'altra), makua
e makonde (le più grosse etnie di questa regione), neri e bianchi, accomunati
dall'unico sentimento che non fa distinzione di etnia, partito o religione: la paura!
Il mulinello s'ingrossa e scoperchia le prime capanne di fango lungo la strada. Non
sappiamo se l'autobus resisterà. Il mulinello riempie la strada di acqua, vento e sabbia.
Non si vede più niente: sentiamo una sassaiola, come una grandinata, il sibilo del vento
e un ondeggiare violento del bus. È passata.
I musulmani si rivolgono alla Mecca e pregano. Tutti tiriamo un sospiro di sollievo! Spero
solo che la mia giornata (almeno questa) sia finita! Anche se so che questi fenomeni si
ripeteranno, che altra gente resterà senza casa, senza scuola, senza un campo da
lavorare.
Anna Rosa Fioretta
coordinatrice d'area per il Mlal
Mocimboa da Praia (Mozambico), marzo 2001
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La settimana scorsa i 24 turisti americani che avevano passato 12 giorni qui a Dano
sono ripartiti. Buffi! Non sono i primi da un po' di tempo a questa parte, ma certamente
il gruppo più numeroso. Sono in molti a voler visitare questo angolo di Burkina, da
quando negli Stati Uniti un professore originario di Dano, ha pubblicato un libro sui
costumi della popolazione di questa regione. Il libro - che ha avuto un gran successo -
non l'ho letto. Ma in molti mi riferiscono che è un'accozzaglia di belle cose su come
sono integri, sani e spirituali i valori di questa gente. Non falso, ma vero in parte.
Stile new age, a uso e consumo di un pubblico americano esasperato dalla frenesia
del mondo occidentale. Risultato: Dano invasa da bianchi che vedono tradizione e
spiritualità ovunque. Il lato divertente è che queste due dozzine di cercatori di se
stessi sono stati convinti, per quasi due settimane, di aver assistito (primi bianchi
della storia) ai rituali di iniziazione dei giovani dagara. Non è necessario essere degli
esperti per sapere che questo sarebbe assolutamente vietato, e che i creduloni sono stati
inconsapevolmente coinvolti in un ridicolo teatrino organizzato espressamente per loro
(false danze, false cerimonie, falsi costumi e gonnellini di banane, mentre le vere
iniziazioni si svolgevano altrove). Tanto meglio: volevano vivere un film e ci sono
riusciti. Il lato tragico è che questo tipo di esperienze contribuisce sempre di più a
costruire quell'immagine di Africa selvaggia, incapace di mutamento, innovazione, scambio.
Ma, al tempo stesso, tanto spirituale, pura, naïf.
Quando la sera, esausti per l'esplorazione e vestiti nei modi più assurdi (come gli
africani, no?), rientravano all'Auberge populaire di Dano, l'unico posto con
stanze e una Tv di uso pubblico, per prima cosa chiedevano che fosse spenta: siamo in
Africa, vorremo mica che questo magico e selvaggio quadretto sia rovinato dalla
tecnologia! Di sicuro non si erano accorti - né avevano alcuna intenzione di farlo - che
tutti gli africani che avevano intorno erano lì proprio per vedere la televisione, ci
tenevano a essere informati, e restavano piuttosto seccati dalla richiesta di quei
buffoni. Quanto a me, neanche mi salutavano, evidentemente infastiditi dal fatto di non
essere i primi e gli unici bianchi in questo posto tanto selvaggio.
Ma ognuno vede e vedrà sempre solo quello che vuole vedere. In questo angolo di Burkina
c'è chi sogna Internet. Altri sognano ossa nel naso e scarificazioni (cicatrici rituali),
da poter mostrare in brillantissime serate di diapositive con gli amici a Los Angeles:
"dovresti vederli, Judith, questi africani sono proprio dei selvaggi, ma, vedi, ci
ritrovi quei valori che noi abbiamo troppo perso. Come li invidio. Ancora una Diet
Coke?"
Luigi Arnaldi
volontario Cisv
Dano (Burkina Faso), marzo 2001
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L'acqua: una signora dall'abito trasparente, apparentemente pura e innocua, che nasconde in sé corpuscoli invisibili nemici della salute, che a volte trasmettono la morte. Ma anche una viaggiatrice instancabile, che raccoglie minerali preziosi, con la stessa cura con cui distribuisce gli elementi dannosi. Dentro di lei si nasconde la differenza tra la vita e la faticosa sopravvivenza di milioni di persone: mentre dal nostro angolo fortunato di mondo guardiamo all'acqua con gli occhi dell'abitudine e ne facciamo spreco, esistono uomini che pesano la sua presenza con la misura dell'oro, e alzano canti al cielo nella speranza di una nuvola che tolga la sete alle terre spaccate dal sole. Nell'Etiopia occidentale esiste un piccolo villaggio di nome Babicce, dove questa è la realtà di tutti i giorni. È una cittadina come tante in Africa, fatta di grandi capanne di fango dal tetto in paglia, dove le famiglie condividono un unico spazio per cucinare, dormire, mangiare e spesso per ospitare gli animali di notte. I bambini vestono brandelli di abiti di un colore indefinibile e sgambettano a piedi nudi sulla terra rossa. Hanno le braccia esili e portano i segni di chi non ha abbastanza acqua o cibo per crescere sano e forte. Ogni giorno, donne e bambini percorrono chilometri per caricarsi la schiena con l'acqua dell'unica sorgente della cittadina, dopo ore di paziente attesa in lunga fila, sebbene quest'acqua sia torbida di sterpaglie e polveri. La signora dall'abito trasparente si fa trovare solo qui. Ho conosciuto Tamrat e Getachwo, due ragazzini tra gli 11 e i 13 anni, mentre si spintonavano per non cedersi il posto nella coda davanti alla sorgente. Siamo diventati amici, parlando di questa signora di nome acqua che, per dirla a modo loro, "pesa troppo e fa troppo la preziosa, perché non vuole farsi scovare facilmente da noi". Getachwo e Tamrat hanno un sorriso aperto e luminoso e forse nemmeno sanno, che "la signora che fa la preziosa" porta con sé malattie e disagi. Il nostro progetto vuole fornire una quantità sufficiente di acqua potabile a tutti i villaggi che ancora soffrono per la sua mancanza. Nel caso di Babicce, la situazione è resa difficile dalla presenza di un'unica sorgente che si trova lontano dal villaggio e, per essere utilizzata, richiede un impianto molto più costoso di quello che ci consentono i nostri fondi. È uno dei motivi per cui scrivo questa lettera. Babicce è un'occasione per dimostrare che ognuno di noi può fare qualcosa, può rinunciare a qualcosa nella sua vita di tutti i giorni per tendere la mano verso un mondo così distante e ancora così ostile. Per quanto saprete fare, gli uomini e le donne di Babicce e di tanti villaggi in Africa vi dicono grazie.
Sara Cravero
volontaria Cvm
Babicce (Etiopia), marzo 2001
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Arrivi & partenzeFabiana Campanini e Giovanni Poppi sono partiti a fine marzo per l'Albania, dove seguiranno per un anno il progetto sociale del Cefa a Elbasan. Il 30 marzo è rientrata Lucia Minardi di Fano, dopo una permanenza di 6 mesi in Etiopia nell'ambito del programma Cvm di approvvigionamento idrico. Resterà ancora un anno a Esmeraldas (Ecuador) Irene Spreafico, ostetrica con funzione di formazione del personale locale, impegnata nel progetto sociosanitario Mlal di sostegno al centro di epidemiologia comunitaria e medicina tropicale. Il 27 febbraio Giovanni Belgenio, tecnico in area urbanistica, ha raggiunto Jaboatão dos Guarapes (Brasile) dove lavorerà 2 anni al progetto Mlal di sviluppo dei servizi urbanistici nelle favelas. L'esperta in comunicazione e diffusione informativa Erika Ferrari ha raggiunto il 5 marzo il Perù, dove lavorerà con il Mlal 2 anni, nel settore dei diritti di cittadinanza e la diffusione dei documenti d'identità ad Apurimac, Ayacucho e Huancavelica. Il volontario Mlal Giuseppe Caldognetto, architetto, è dal 19 marzo a Holguin (Cuba). Vi trascorrerà 2 anni, occupandosi del progetto Mlal per lo sviluppo e l'uso del bambù nella provincia di Holguin. Lavorerà 4 mesi a João Pessoa (Brasile) nel progetto di formazione, inserimento socio-lavorativo e prevenzione della devianza dei minori il volontario Mlal Giuseppe Pisano, formatore e operatore sociale. |
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Vorrei fare qualche osservazione sull'articolo "Partire non è tutto" (VpS
gennaio 2001). Non si dice se sarà il primo di una serie di articoli sul volontariato
internazionale e se la rivista, ora che è iniziato l'Anno Internazionale del
Volontariato, aprirà un dibattito tra lettori, membri delle ong, volontari rientrati e in
servizio, partner del Sud, ecc. Per questo vorrei esplicitare qualche messaggio in più.
Sulle motivazioni che ci fanno inviare volontari nel Sud del mondo va aggiunto che il
semplice sostegno economico alle realizzazioni locali ci porrebbe, ancora una volta, nella
posizione di chi è ricco e può far arrivare soldi al Sud, che periodicamente va a
controllare il corretto utilizzo dei fondi, ma resta estraneo alle realtà locali.
Vivere per due anni in un progetto di sviluppo, misurandosi ogni giorno con la sfida di
migliorare la produzione agricola di un villaggio o di strappare ettari importantissimi
alla desertificazione; sapendo che ciò che sai e che sai fare può essere messo in
discussione dalle condizioni ambientali che non conosci; non dare per scontato che il tuo
modo di vedere i problemi sia l'unico e necessariamente giusto: queste sono le situazioni
di vita che fanno del volontariato internazionale il progetto più completo di educazione
alla mondialità e allo sviluppo. Lo Stato italiano, quando finanzia un progetto con
l'invio di volontari nel Sud, fa anche un ottimo investimento su alcuni suoi cittadini,
che diventano veramente capaci, anche una volta tornati in patria, di vivere in una
dimensione di mondialità che ricade beneficamente su tutta la comunità italiana!
Mi sembra poi che una realtà poco conosciuta siano i volontari che lavorano in Italia
perché quelli all'estero abbiano il supporto necessario, e la solidarietà al Sud sia
completata con la sensibilizzazione dell'opinione pubblica al Nord.
Infine c'è da lanciare un allarme: è vero che la gestione delle associazioni è faticosa
e complicata, e la ricerca dei fondi sempre più snervante, ma se abbassiamo la guardia
sulla riflessione inerente le cose che facciamo, sul significato "politico" del
nostro impegno internazionale, non siamo su una buona strada. Forse una rivista può avere
proprio il ruolo di tenere desti i dibattiti, e di metterli alla portata anche delle
persone che non si possono collegare a Internet!
Rosina Rondelli
vicepresidente del Cisv
Continueremo senz'altro a trattare il tema del volontariato internazionale, che ci caratterizza da sempre, sviluppando nei diversi numeri della rivista gli aspetti e le problematiche connesse, enucleate dalla lettrice. Cogliamo l'occasione per invitare tutti - volontari e non - a inviarci le loro riflessioni e proposte sull'argomento.
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Cari amici, sono anni che sostengo le vostre iniziative, ma rimango sempre sconcertato
quando ricevo la vostra rivista. Non per i contenuti. Ma noto che è sempre più bella e
ricca: più pagine, più colori, carta migliore, copertina patinata... ma quanto costa?
Per raccontare le stesse cose, pur interessanti e ammirevoli, non basterebbe, e sarebbe
più coerente, una forma più povera?
Io credo che chi manda contributi pensa di finanziare progetti, non riviste. O no?
Ci saranno certo dei motivi, ma non li capisco, e vi sarei grato se me li spiegaste.
Rinaldo de Pieri
Caro Rinaldo, la rivista è cresciuta negli anni grazie all'impegno di chi ci ha lavorato, e ai contributi che molti lettori hanno voluto dare proprio alla pubblicazione (senza fare confusione; i contributi versati per i progetti vanno interamente alle attività nei paesi poveri, quelli per la rivista sostengono la pubblicazione) Noi crediamo che sia molto importante parlare di temi e paesi che nella grande stampa nazionale non trovano spazio. E se vogliamo far conoscere il nostro lavoro al maggior numero di persone dobbiamo attirare la loro attenzione ricorrendo anche, perché no, a una grafica accattivante (senza sprechi: le pagine della rivista sono in carta riciclata; i colori, con le attuali tecniche, costano poco più del bianco e nero). Inoltre un aiuto è stato dato anche dal Ministero Affari Esteri, che finanzia alcune iniziative di informazione e comunicazione sociale, considerate valide a livello nazionale. Naturalmente bisogna crederci, credere che l'informazione sociale sia altrettanto importante di un progetto di aiuto allo sviluppo. Noi ne siamo convinti, perché per cambiare il mondo si deve iniziare da ognuno di noi, qui in Italia, e la rivista può essere un mezzo utile a questo lento processo. Noi ci proviamo. E ringraziamo chi, come lei, trova il tempo e la voglia di leggerci.
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La nuova rivista è bellissima, ma manca una cosa fondamentale: nel vecchio VpS, alla fine di un articolo su un progetto c'era il riquadrino con le offerte da fare (tot per fare questo, tot per fare quest'altro) con il numero di conto corrente... ora non ci sono più! Me ne sono accorta l'altro giorno perché avendo un'offerta da fare ho immediatamente sfogliato la rivista, ma non ho trovato nulla! È utilissimo il riquadrino "indirizzi utili" con le ong italiane, ma sarebbe più completo se vi inseriste anche le pagine web di ognuna.
Chiara Perucca
Detto fatto! Dal prossimo numero dedicheremo una pagina di VpS alla raccolta fondi
delle nostre ong. Per ognuna sarà indicato un conto corrente specifico, in modo da
evitare confusioni tra i versamenti destinati alla rivista e quelli per i progetti.
Quanto ai siti web, per ora non li abbiamo segnalati per mancanza di spazio, vedremo il da
farsi.
Volontari per lo sviluppo -
Maggio 2001
© Volontari per lo sviluppo