di Gabriella Saba
Il generale argentino Guillermo Suarez Mason non può più uscire dal suo paese. Qualche mese fa un tribunale italiano lo ha giudicato colpevole per l'omicidio e la sparizione di alcuni italo-argentini durante il regime militare, negli anni in cui era a capo della repressione a Buenos Aires, e lo ha condannato in contumacia. Dato che l'estradizione non verrà mai concessa, Suarez Mason continuerà con tutta probabilità a girare impunito in Argentina, ammaccato nell'immagine ma sostanzialmente indenne. Ma non potrà più mettere piede fuori dal suo paese, se non vuol rischiare di essere arrestato, estradato e spedito in Italia, dove lo aspettano, nel caso assai improbabile che tutte le circostanze descritte si realizzino, un po' di annetti di galera, diciamo fino alla morte. Anche il tenente di vascello Alfredo Astiz rischia parecchio ad avventurarsi oltre il confine: il torturatore più efferato e famoso del regime di Videla è stato condannato qualche anno fa all'ergastolo da un tribunale francese, per avere torturato e ucciso due suore francesi colpevoli, in sostanza, di solidarizzare con le madri di Plaza de Mayo.
Astiz e Suarez Mason sono un esempio di quello che si intende quando si parla, grosso
modo, di nuovo diritto internazionale, quello che regola non solo i rapporti tra Stato e
Stato e quelli dei singoli Stati con la comunità internazionale, ma anche i rapporti
all'interno degli stessi paesi, quando questi riguardano il rispetto di diritti universali
e quindi - stando al buon senso e alle stesse convenzioni internazionali - non siano
circoscrivibili.
I progressi del diritto internazionale sono i progressi del gambero, due passi avanti e
uno indietro, in cui ogni piccola-grande conquista è una lotta di anni, ogni sentenza
rivoluzionaria ha richiesto la fatica certosina di mettere insieme testimonianze e prove
impossibili, e di trovare poi i cavilli giuridici che permettono di applicare questa o
quella legge sovranazionale. I don Chisciotte sono alcuni - pochi - giudici ma abbastanza
determinati da rischiare di abbattere pian piano i famigerati mulini a vento. Il nuovo
diritto internazionale, in sostanza, è soltanto un pugno di magistrati che si sono
rifiutati di accettare passivamente la vecchia e acquisita regola per cui chiunque -
qualunque dittatore sanguinario e qualunque scagnozzo del dittatore sanguinario - poteva
bellamente fare dentro i confini del suo Stato tutto quello che gli pareva, senza
rischiare niente. Tanto, una volta caduto il dittatore, crimini e misfatti sarebbero stati
opportunamente cancellati in vista di quella grande catarsi sociale che sono i processi di
riconciliazione.
Ora, l'unico modo di risolvere una volta per tutte i problemi di cui sopra sarebbe
quello di creare il famoso Tribunale Internazionale, competente a giudicare su tutte le
violazioni dei diritti umani, dal genocidio all'aggressione. È un progetto di cui si
parla dal '48, che si è affossato per vent'anni e su cui si sta concretamente lavorando
solo da un decennio. Ammesso però che venga realizzata, una Corte simile avrebbe
giurisdizione soltanto sui paesi che la riconoscono. Un altro problema è che, visto che
non c'è paese, alla fin fine, che non abbia i suoi bravi scheletri negli armadi, non
c'è, in realtà, nessuno Stato che abbia alla fine troppa fretta di averla tra i piedi.
Accantonato per il momento il rimedio universale della Corte Internazionale, come si muove
il diritto internazionale sui casi di genocidio, torture, omicidi e sparizioni a opera dei
vari dittatori latino-americani che hanno ammorbato i paesi del cosiddetto Cono Sur, il
Sud del Latinoamerica, tra gli anni Settanta e Novanta?
Nessun tribunale speciale - sulla falsariga di quelli più recenti per i crimini nella
ex Jugoslavia e in Ruanda - è stato istituito per giudicare Videla, Banzer e Pinochet.
Che fare, a distanza di molti anni, nel generale ottundimento delle coscienze, perché i
colpevoli paghino e le vittime di crimini generalizzati ottengano finalmente giustizia?
Non c'è, in questo momento, che aspettare fiduciosi che, da un giorno all'altro, un
giudice italiano, spagnolo, o belga si svegli e decida che un certo generale va
condannato, un certo torturatore va inquisito e punito. Giudici isolati, è vero, ma che
pian piano stanno diventando una cordata o, meglio, una tendenza. Il nuovo diritto
internazionale, appunto. Ha cominciato Baltazar Garzon, in Spagna, una decina d'anni fa.
Si è messo, per primo, a indagare sull'Operazione Condor, il piano congiunto realizzato
tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta dai sei paesi del Cono Sur governati da dittature
per eliminare gli oppositori dei regimi e impedire loro qualunque possibilità di fuga. Ad
Asunción, in Paraguay, si trovano gli Archivi del Terrore che ospitano tutti i documenti
sulla terribile operazione. Il Giudice Garzon è venuto in possesso di buona parte di essi
e sta indagando sui responsabili di quei fatti. Precisamente, di tutti quelli che
riguardano le vittime di cittadinanza mista spagnola (ispano-argentina, ispano-uruguayana,
ecc.).
Già, perché questo è il limite dei giudici. Possono indagare, sì, anche su delitti
amnistiati e indultati nei paesi in cui questi sono stati commessi. Ma solo se le vittime
sono cittadini del paese in cui ha la giurisdizione lo stesso giudice. Così, Suarez Mason
è stato condannato in Italia per i delitti commessi contro due italo-argentini. E la
stessa estradizione di Pinochet alla fine dell'88 era stata chiesta, sempre da Garzon, per
i reati commessi dal regime pinochetista contro alcuni cittadini spagnoli e di
cittadinanza mista.
Nessuna condanna globale, dunque, per genocidio e, in generale, per crimini contro
l'umanità. Nessuna sentenza che, formalmente, bolli come criminale nei confronti di un
paese questo o quell'altro dittatore. Eppure, con fatica, e passo dopo passo, si sta
arrivando a un risultato simile e che forse nemmeno i giudici si aspettavano: sull'onda
dei processi istituiti all'estero, infatti, per uno strano effetto volano, anche i giudici
del paese che è stato afflitto da quella dittatura si sentono, in qualche modo,
legittimati e, anzi, responsabilizzati ad attivarsi nei confronti di quel dittatore. È il
caso del giudice Juan Guzman Tapia che in Cile, dopo un lavoro estenuante durato tre anni,
è finalmente riuscito ad arrestare Pinochet. Ed è il caso dell'argentino Gabriel Cavallo
che in Argentina, qualche settimana fa, si è permesso addirittura, condannando alcuni
militari per sequestro di bambino, di non tenere in minima considerazione le due leggi di
amnistia che, nell'86 e nell'87, avevano in pratica lavato le colpe dei responsabili delle
trentamila desapareciones avvenute nel paese tra il '76 e l'83.
Anche il dittatore Alfredo Stroessner, che per trent'anni circa imperversò in Paraguay
con uno dei regimi più infausti dell'ultimo secolo, è stato condannato, coraggiosamente,
l'anno scorso, da un giudice del suo paese: peccato che si trovi in Brasile da anni, e che
quest'ultimo non ci pensi nemmeno a farlo estradare. Non importa: la strada, come si dice,
è segnata. Ed è una strada senza ritorno: non importa che i dittatori latino-americani
finiscano, in definitiva, per morire nel loro letto, o al massimo nelle finte prigioni o
nella pace domestica degli arresti domiciliari.
L'importante è che fino a qualche anno fa i misfatti di questi stessi dittatori erano -
per opinione comune se non per generale connivenza - coperti dalla patina misericordiosa
dell'oblio dopo essere stati, per molti anni e mentre quegli stessi regimi erano in
vigore, coperti da quella del cosiddetto "realismo politico" (leggi, nella
maggior parte dei casi, opportunismo economico). L'accanimento e l'ostinazione di un
numero sempre maggiore di giudici, i giudizi e le condanne sembrano mostrare che un nuovo
corso è iniziato. In attesa del famoso Tribunale Internazionale, è quello che offre la
piazza agli uomini di buona fede.
Volontari per lo sviluppo -
Maggio 2001
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