La via ufficiale per candidarsi a partire
come volontario internazionale inizia con la compilazione del fatidico curriculum
(in cui è importante segnalare tutte le proprie esperienze, anche quelle di volontariato,
i viaggi, i campi di lavoro) che va inviato alle ong con cui si è interessati a
collaborare. Un elenco completo delle organizzazioni di volontariato in Italia si può
trovare nel volume "Ong: guida alla cooperazione e al volontariato
internazionale" edito dal Soci di Milano (tel. 02/72004079) oppure presso lo
sportello "Informarvi" della Focsiv (tel. 06/6876706). Durante l'anno le
associazioni hanno alcuni momenti di selezione in cui convocano le persone sulla base dei
curricula presentati. Segue un colloquio, incontri di conoscenza reciproca e poi, se tutto
va bene, inizia un periodo di formazione che può variare da un minimo di una settimana a
molti mesi, a seconda dell'esperienza precedente del candidato. Ma oltre alla via
ufficiale c'è quella ufficiosa, spesso la più diffusa. Si inizia con il frequentare
un'associazione o un gruppo, partecipare a incontri e corsi di formazione, "farsi
conoscere" e intanto incominciare a capire quali sono i problemi dei paesi in via di
sviluppo. Spesso una decisione cosciente di volontariato internazionale richiede tempi
lunghi, e riflessione profonda. Le ong preferiscono le persone che già conoscono e,
viceversa, è utile per il candidato sapere prima qual è la filosofia e il modo di
lavorare dell'associazione.
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Se il progetto è riconosciuto dal Ministero Affari Esteri (Mae) il contratto da volontari internazionali è di due anni, con copertura assicurativa e previdenziale. Prevede uno stipendio mensile che varia da paese a paese (in base al costo della vita). In media si va da L. 1.400.000 a L. 2.000.000 (con integrazioni per il coniuge e i figli a carico). Sono pagate le ferie e i viaggi.
Sono professionisti con esperienza nei paesi in via di sviluppo. I contratti possono essere per "missioni brevi", meno di 4 mesi, o "lunghe", da 4 a 20 mesi. Le retribuzioni variano a seconda dell'esperienza e delle competenze, in generale sono molto più elevate di quelle dei volontari (da 3 milioni in su).
Negli ultimi anni i contratti ministeriali sono sempre più rari a causa dei tagli alla cooperazione internazionale. Crescono invece i contratti privati, stipulati direttamente tra il volontario e l'ong di appartenenza; prevedono ugualmente 24 mesi di servizio per i volontari o contratti più brevi per gli esperti, la copertura assicurativa (difficilmente quella previdenziale) e le ferie pagate. Lo stipendio varia moltissimo a seconda dell'organizzazione, del ruolo che si va a svolgere e del paese (da 300.000 lire al mese a 3 milioni).
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Sono ormai un po' più di cinque anni che lavoro con alcuni
volontari europei. Il primo che è arrivato è stato qui nove mesi; è ripartito prima
della fine del suo contratto a causa di una malattia. Si chiamava André. Con lui ho
cominciato l'animazione nei villaggi della regione. Poiché è rientrato troppo presto non
c'era nessuno pronto per rimpiazzarlo, allora è stato trasferito un ragazzo di un'altra
équipe. Si chiamava Louis. Louis è rimasto quattro mesi e poi è partito. Marc è venuto
al suo posto ed è rimasto due anni giusti. Quando è partito, l'ha rimpiazzato Julien che
ha fatto anche lui i suoi due anni. Posso dire che tutti questi volontari hanno fatto un
buon lavoro e ci hanno aiutati molto. Tuttavia ho incontrato anche molte difficoltà.
Ognuno ha idee diverse e ci vuole un certo tempo per adattarsi. Se il volontario è uno
che sa ascoltare, va bene. Cercherà di capire le idee e i metodi di animazione che
abbiamo noi e noi animatori, d'altra parte, ci adattiamo a lui, ai suoi metodi e alle sue
idee. Per esempio con Marc avevamo verificato che le visite di studio presso altri gruppi
contadini erano una cosa buona perché ci aprivano gli occhi e ci davano delle idee. Ma
per Julien, che è arrivato dopo, le visite erano una perdita di tempo. Per contro, sulla
formazione Julien aveva delle buone idee. Semplificava le cose usando i disegni e i
contadini capivano subito. Marc sapeva ascoltare, adattarsi alle cose, Julien, invece, non
era così. Lui usava sempre parole di scherno, come per prenderci in giro. Per esempio
quando siamo andati in un villaggio ha detto: "Ah, bon , il capo ha messo la camicia
bella oggi! Si farà amare da tutte le ragazze!". E ha detto questo di fronte ai
contadini. Queste sono cose che non si fanno, non è nostra abitudine, è imbarazzante.
Quando io lo chiamavo "Louis", lui rispondeva "Sì, capo? ". Avevo
sempre l'impressione che mi prendesse in giro. E poi se facevi qualcosa che non andava lui
ti sgridava come fossi un bambino. Ti gridava addosso, anche se c'erano altre persone
vicino. Veramente noi africani non amiamo le persone che si innervosiscono e gridano. Non
lo capiamo questo modo di fare. Un giorno gli ho detto: "Bisogna imparare a
rapportarsi al contesto africano e non europeo. Forse in Europa i bambini sono educati fin
dall'infanzia a dire tutto quello che pensano non importa a chi e non importa come. Dunque
voi avete una cultura diversa dalla nostra. Noi abbiamo molto rispetto per le persone con
cui parliamo". Allora lui mi ha risposto: "Oh , ma senti, ormai sei abbastanza
maturo perché ti possa dire quello che penso".
Io credo che gli europei abbiano paura di mentire. E questo è giusto. Ma in Africa non è
così, bisogna saperlo. Bisogna adattarsi ai nostri modi di fare. So bene che anche noi
dobbiamo cambiare, dobbiamo imparare a dire le cose più francamente ai nostri amici,
perché spesso non osiamo dire la verità. Vedo che c'è molta strada da fare, ma bisogna
andare lentamente e non bruciare le tappe.
J.O.
Groupe de recherche et d'appui à l'autopromotion paysanne
Bobo Dioulasso- Burkina Faso
(traduz. e adattamento di S.P.)
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Gennaio-Febbraio 2001
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