di Silvia Pochettino
Sono perlopiù sconosciute al
grande pubblico italiano. Eppure esistono da 40 anni e sono in continua crescita. Basti
pensare che, secondo i dati Onu, all'inizio degli anni '90 se ne stimavano attive in
Europa e nord America oltre 4.000, con caratteristiche e dimensioni molto diverse. Stiamo
parlando delle ong, le "organizzazioni non governative", quella sigla con cui si
definiscono in gergo le associazioni di volontariato e cooperazione internazionale. Solo
in Italia ce ne sono oltre 150. Chi invia volontari e cooperanti nei paesi poveri, chi
sostiene a distanza organizzazioni locali, chi si occupa di sviluppo, chi di assistenza
umanitaria nei campi profughi, chi, invece, si specializza nell'informazione e
nell'educazione nei nostri paesi, per cambiare prima di tutto le società occidentali
(anche i bilanci delle ong, in Europa, sono molto variabili, da 200 mila a oltre 100
milioni di dollari all'anno, e gli aderenti vanno da poche decine a qualche migliaio).
Attività diverse, stili diversi, ma un denominatore comune: la voglia di cambiare le
regole del gioco mondiale.
Complessivamente questo variegato arcipelago di "contestatori professionisti"
convoglia dai paesi occidentali verso quelli poveri oltre 10 miliardi di dollari all'anno
(di cui circa i due terzi provengono da donazioni private e raccolte popolari). Una cifra
decuplicata negli ultimi vent'anni, con un tasso di crescita doppio, in termini reali, di
quello degli aiuti pubblici allo sviluppo di Unione europea e Usa.
Insomma cifre da non sottovalutare.
Che cominciano a interessare anche i giovani italiani. Oltre cinquemila, infatti, sono i
"potenziali volontari" che hanno contattato l'anno scorso il servizio di
informazione di Focsiv-Volontari nel mondo (una delle tre federazioni in cui sono riunite
le ong italiane, che ne raggruppa 53 di ispirazione cristiana) chiedendo di poter partire
per l'Africa, l'Asia o l'America latina.
Le singole associazioni sono assediate dai curricula degli aspiranti, cui spesso non
possono rispondere. "Ne riceviamo dai cinque ai dieci al giorno - sostiene Paolo
Romagnoli, responsabile della selezione per conto del consorzio di ong Volontari per
lo sviluppo - molti hanno qualifiche interessanti e buona preparazione, ma al momento
del colloquio dimostrano una tale fragilità umana che siamo costretti a dire di no".
"Spesso domanda e offerta non si incontrano - aggiunge Stefano Lentati di
Cooperazione Internazionale di Milano - e così, nonostante i 2000 curricula in banca dati
ci troviamo a cercare volontari per mesi".
Ma come mai sempre più persone si candidano per partire per i paesi in via di sviluppo?
Sicuramente la crisi del mercato del lavoro in Italia è un elemento determinante,
sostengono gli operatori del settore, ma non si tratta solo di cercare un'occupazione; la
sensibilità verso i problemi dei paesi poveri è effettivamente cresciuta, mentre gli
attuali mezzi di comunicazione sempre più pratici e veloci rendono la scelta del
volontariato all'estero meno eroica e più abbordabile per tutti. E i viaggiatori
internazionali crescono a vista d'occhio, fosse anche solo per brevi esperienze vacanziere
o campi di lavoro estivi.
Insomma tutto "fa brodo", e intanto la voglia di vivere da cittadini del mondo
cresce.
Ma partire non è tutto. Sono finiti i tempi in cui impegnarsi per il Terzo mondo significava tagliare i ponti con la propria società, senza garanzie, armati per lo più solo di buona volontà. Il ruolo e il significato del "partire" sono cambiati moltissimo negli ultimi trent'anni, da quando nel lontano 1971 è stata emanata la prima legge italiana (la n°1222) che ha riconosciuto l'azione delle ong (questa legge attribuiva all'invio dei volontari un ruolo talmente centrale da vincolare ad esso la concessione di contributi alle associazioni). La legge seguente (n°49 dell'87) ha già superato l'idea che l'attività di cooperazione sia legata in modo esclusivo all'esperienza del partire, pur mantenendone l'importanza (si possono finanziare progetti anche senza inviare volontari). Ma soprattutto ha riconosciuto i diritti dei volontari come cittadini a tutti gli effetti, prevedendo una loro retribuzione minima, il rispetto delle garanzie sociali e l'esonero dal servizio militare. Oggi è in discussione al Senato una nuova legge sulla cooperazione internazionale, e il dibattito sul volontariato resta aperto.
Ma, in concreto, chi sono i
volontari internazionali e cosa fanno?
Sono persone professionalmente preparate, concordano tutti gli operatori del settore:
medici, agronomi, veterinari, ingegneri, economisti sono i più richiesti, ma non mancano
le qualifiche umanistiche, soprattutto per i progetti politici dell'America latina
(educatori con i ragazzi di strada, animatori per il sostegno al voto degli indios,
promotori della condizione della donna, ecc.). Ma essere preparati non basta. "La
scelta del volontariato continua a essere prima di tutto una scelta di vita, di
solidarietà gratuita - sostiene Agostino Mantovani, presidente di Focsiv-Volontari nel
mondo - e sottolineo gratuita, anche se oggi è previsto un rimborso spese, perché è
un'opzione per i poveri, che è molto diverso dal semplice svolgere un mestiere".
Ma ancora non basta. Neppure motivazioni e professionalità sono sufficienti. "La
figura del volontario che svolge puramente un lavoro tecnico, anche se profondamente
motivato, è superata - chiarisce Mario Gay, presidente del Cocis, il secondo
coordinamento di ong italiane per numero di partecipanti (34 associazioni, prevalentemente
di provenienza sindacale) - Oggi nei paesi in via di sviluppo ci sono dei bravissimi
tecnici locali, mentre le maggiori carenze si riscontrano nei ruoli organizzativi, di
programmazione e di gestione; per questo il volontario italiano si trova sempre più
spesso ad assumere ruoli di coordinamento tra associazioni locali e istituzioni, tratta
con le autorità, i governi, la Chiesa".
"Un tessitore di reti" lo definisce Javier Schunk, coordinatore dei progetti del
Cisv, ong di Torino, "capace di mettere in contatto associazioni diverse del Nord e
del Sud per migliorare il lavoro di entrambe; capace di avere uno sguardo che supera i
confini delle piccole comunità locali e degli stessi paesi di intervento, per individuare
le potenzialità e i limiti delle attività che si stanno facendo".
Insomma, un "Superman" della solidarietà?
In un certo senso, sì. Oggi le associazioni chiedono davvero molto ai volontari che
partono, forse senza rendersene nemmeno ben conto. Come sempre, poi, ogni persona realizza
meglio un aspetto piuttosto che un altro, a seconda delle sue attitudini e delle sue
capacità. Ma fondamentale diventa la formazione prima della partenza. E su questo quasi
tutte le ong e le federazioni si sono organizzate: seminari che variano da qualche
settimana a molti mesi, corsi di lingua, di cultura e management, addirittura
corsi post-universitari e master di cooperazione.
Intervenire in un paese in via di sviluppo, oggi, non è uno scherzo: i governi e le
associazioni locali sono giustamente esigenti, anche perché si possono fare molti più
danni che benefici se non si è preparati seriamente.
Ma c'è, poi, chi è più radicale, e sostiene semplicemente che il tempo dei volontari
in Africa è finito. "È ora di superare l'idea che sia necessario inviare personale
italiano per gestire progetti di sviluppo nei paesi poveri - sostiene con decisione
Rosario Lembo, presidente del Cipsi, il terzo coordinamento di ong italiane, che hanno
scelto di non inviare più personale nei paesi del Sud - I tecnici locali sono spesso più
preparati dei nostri volontari (a volte ragazzini senza esperienza lavorativa alle spalle)
e le organizzazioni locali sono in grado di ideare e gestire progetti di sviluppo anche
complessi. Dobbiamo finalmente dare fiducia vera ai contadini del Sud, sostenere e
valorizzare le associazioni locali, inviando personale solo per periodi brevi o su loro
espressa richiesta". E a sostegno di questa tesi porta dati economici inconfutabili:
"Se si confronta il costo di un volontario italiano (anche il più economico, con il
viaggio aereo e lo stipendio base di un milione o poco più) con quello del personale
locale, si vede subito che c'è un rapporto minimo di uno a sei, cioè con i costi di un
volontario si pagherebbero almeno sei operatori locali, mantenendo ampiamente le loro
famiglie".
Alla provocazione risponde ancora Schunk, con un esempio concreto: "La teoria è
bella, ma la pratica è più complessa. Per trovare in Burundi un medico locale disposto a
trasferirsi in zona rurale abbiamo dovuto dargli tre milioni e mezzo al mese, tre volte
più di quello che prende un ministro burundese. Spesso trovare persone qualificate in
loco, disponibili a lasciare i privilegi della loro condizione per lavorare con i più
poveri è difficilissimo, bisogna pagarli molto e si rischia di creare scompensi sociali
ben più gravi della presenza di un volontario italiano".
Che non si possa fare di tutta l'erba un fascio è anche la posizione di Focsiv e Cocis:
"Ogni progetto va analizzato nella sua specificità, e cambia moltissimo da paese a
paese - chiarisce Mario Gay - i volontari sono inviati sempre su richiesta di partner
locali e intervengono solo là dove non è sufficiente il lavoro dei locali. Più che
essere in competizione sono due realtà che si completano".
Gli aderenti al Cipsi, comunque, preferiscono abbandonare l'idea di volontariato di
lungo periodo e parlare di "operatori di solidarietà": persone che non
necessariamente partono per degli anni, ma che, grazie a viaggi brevi, al contatto
continuativo con le associazioni del Sud, e soprattutto a scelte di vita radicali nella
società di appartenenza (riduzione dei consumi, commercio equo, risparmio etico, ecc.) si
adoperano per contrastare concretamente gli squilibri mondiali.
In effetti, che l'impegno nella società di appartenenza, in specifico in Italia, debba
essere la caratteristica non solo dei volontari, ma di tutti i simpatizzanti delle ong,
nessuno lo mette in dubbio. Per la Focsiv, che punta molto sulla valorizzazione del
volontariato, agire in Italia è considerato un prerequisito fondamentale per la scelta di
partire. "Dobbiamo pensare a una formazione dei volontari che li prepari non solo a
partire, ma prima di tutto a mantenere il loro impegno al ritorno - sostiene Agostino
Mantovani - mettendo a frutto quel bagaglio di esperienza unica che è la vita a contatto
con culture diverse". Per questo la federazione ha pensato anche a una associazione
dei volontari rientrati che aiuti i "reduci" al loro ritorno, ma anche che metta
a frutto le loro esperienze per promuovere il cambiamento nella nostra società (http://web.tiscalinet.it/volontari_rientrati).
Volontari per lo sviluppo -
Gennaio-Febbraio 2001
© Volontari per lo sviluppo