di Andrea Purcell
Sono passati dieci anni dal ritorno della democrazia in Cile ma il ricordo di Pinochet
aleggia ancora in ogni strada, in ogni volto anziano, si legge nei muri di qualunque
città e si ascolta nelle parole della gente.
È ovvio che un colpo di Stato lasci conseguenze gravi in una società, ma nei giovani?
Come si sentono loro? Cosa pensano di quello che è successo?
In Cile la grande maggioranza dei ragazzi si sente separata dalla politica, dice che non
gli piace, che è solo corruzione e, soprattutto, avverte che la propria partecipazione
non importa a nessuno e che il suffragio non serve a cambiare un mondo che percepisce come
ingiusto ed emarginante.
Nelle votazioni presidenziali, a dicembre dell'anno passato, un milione e mezzo di giovani
non si sono iscritti nei "Registri Elettorali" e quindi si sono appartati dalla
partecipazione politica. Per i dirigenti giovanili, la causa di questa apatia è
abbastanza chiara: la dittatura ha lasciato una cattiva idea dei politici (militari e
non), e di cosa possono arrivare a fare quando hanno in mano il potere.
Pablo, 28 anni, di Santiago, ricorda un'infanzia avvelenata dal terrore: "l'unica
cosa che ricordo è la paura che avevo quando passavano le auto della Cni (Centrale
Nazionale d'Inteligenza) con i vetri neri".
Giocava alle biglie con i suoi amici fino alle 18 del pomeriggio, poi rimaneva in casa
perché c'era il coprifuoco. Con le finestre chiuse ascoltava da sotto il letto spari e
grida. Vedeva tutti i giorni i carri dell'Esercito, e quando andava a giocare per strada i
militari erano lì con la faccia pitturata, a "mantenere la pace" con i fucili
in mano. "A me veniva una paura terribile, solo a pensare che per sbaglio mi
avrebbero potuto sparare" racconta Pablo.
A scuola nessuno parlava di cosa fosse la democrazia, la dittatura, Che Guevara e nemmeno
Salvador Allende, ma tutti sapevano che in Cile governavano i militari e che quella non
era una buona cosa, si aveva coscienza che il paese non viveva come gli altri, che molte
persone venivano ammazzate e che Pinochet guidava tutto.
Quando tornò la democrazia molti giovani votarono alle elezioni, volevano Pinochet fuori
del potere e riuscirono a ottenere questo risultato. Poi arrivarono i tre governi della
Concertazione dei Partiti per la Democrazia, il cui presidente è adesso Ricardo Lagos, ma
oggi la voce dei giovani non ha più grande importanza.
L'eredità della dittatura non finisce nel 1990, anno in cui il presidente
democristiano Patricio Aylwin eredita insieme al potere un paese massacrato, non finisce
con i miliardi di esiliati rientrati in patria e non finisce nemmeno con Pinochet
processato.
Oggi è evidente la differenza tra i giovani di più di 22 anni e quelli che ne hanno
meno: i primi hanno paura, mentre per gli altri l'uniforme non è più un simbolo così
spaventoso.
Ma anche i più giovani non vogliono collaborare con la politica, non credono alle
promesse dei candidati, sono ipercritici: non sono cioè, come ai politici forse
piacerebbe, ignoranti. Dicono "non voto, ma voglio Pinochet carcerato", e anche
se non vanno alle urne scendono in strada e partecipano alle manifestazioni affiancati
delle mamme dei desaparecidos, gridando "Verità e Giustizia!" e il vecchio
canto, indimenticabile, El pueblo unido jamás será vencido.
Volontari per lo sviluppo -
Ottobre 2000
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