a cura di Chiara Adamo
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"Il diritto alla restituzione per le perdite materiali e immateriali è un diritto
umano universale, così come lo è il principio del ritorno per i quasi 5 milioni di
rifugiati palestinesi che vivono tra la Cisgiordania, Gaza, la Giordania, il Libano e la
Siria". È quanto ha ribadito, alla Delegazione dei parlamentari europei per le
relazioni con la Palestina, Mohamed Jaradat, membro dell'associazione palestinese Badil e
promotore di una campagna internazionale a favore dei rifugiati palestinesi. L'ultimo
vertice israelo-palestinese dell'8 maggio è salito alla ribalta delle cronache per la
questione di Gerusalemme e la concessione di Abu Dis (centro in prossimità della Città
Santa) da parte israeliana. La cessione di Abu Dis ha scatenato le rappresaglie delle
frange oltranziste israeliane, ed è stata percepita come una magra consolazione per i
palestinesi, che aspirano a Gerusalemme come capitale del loro Stato nascente. Altra
questione cruciale, rimasta sul tavolo dei negoziati, è quella dei profughi.
"Il 72 per cento della popolazione palestinese si sente defraudata del proprio
diritto al ritorno in patria", insiste Jaradat. Ma qual'è il confine tra diritti
umani e realpolitik? "L'Ue dovrebbe assumere un ruolo più incisivo",
dichiara la presidente della Delegazione parlamentare per la Palestina, Luisa Morgantini.
"Il sostegno economico ai profughi palestinesi è indispensabile, ma lo è
altrettanto il sostegno alle loro rivendicazioni politiche, in nome della giustizia e
dell'applicazione del diritto". Infatti, secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 e
la Risoluzione Onu 194, i profughi non reclamano altro che un loro diritto.
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Ken Coates, già presidente della Sotto-Commissione parlamentare per i Diritti Umani, ha denunciato al Parlamento europeo le minacce alla pace del nuovo assetto mondiale. "Siamo tornati alla situazione di fine anni Settanta - ha spiegato - quando l'Europa era minacciata dallo spettro della 'guerra nucleare limitata'". Coates si riferisce al 21 aprile 2000, data in cui, con la dottrina Putin (concepita in seguito ai bombardamenti Nato in Jugoslavia) la Russia ha annullato il suo impegno al non-primo-uso del nucleare. "Non esiste una guerra nucleare limitata", insiste Coates. Al Parlamento europeo si susseguono gli incontri con i movimenti pacifisti, come quello dell'8 giugno per una petizione contro i missili balistici statunitensi, promossa dall'ong Yorkshire Cnd e sponsorizzata dalla parlamentare Verde Carole Lucas. Ma a quando un'Europa denuclearizzata? Al Vertice euro-africano di aprile, l'Ue ha sostenuto la costituzione di un'area denuclearizzata in Medio Oriente. Peccato che l'assetto strategico della nuova politica di difesa europea, che si completa e coordina col sistema Nato, non preveda una simile opzione per i nostri paesi. Il buon senso suggerisce che da qualcuno si dovrà pur cominciare.
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Jodie Williams, Premio Nobel per la Pace nel 1997 per il lancio della campagna
internazionale anti-mine, è andata a Bruxelles per ridestare l'attenzione su un flagello
che, secondo i dati '98, miete almeno 2000 vittime al mese. "L'attenzione
internazionale contro le mine - afferma Jodie Williams - si è assopita con la
sottoscrizione della Convenzione di Ottawa da parte di 125 paesi. L'accordo per la messa
al bando delle mine anti-uomo è entrato in vigore nel marzo '99, ma molto resta ancora da
fare". Secondo la Williams, è necessario mobilitarsi affinché tutti gli Stati
ratifichino la Convenzione e si promuova una "saggia azione contro le mine", che
tenga conto dell'assistenza alle vittime e attui operazioni di sminamento gestite in modo
sostenibile (ovvero compatibili con l'ambiente e i bisogni dei popoli colpiti).
"Se si affida lo sminamento alle grandi compagnie, lasciando da parte le ong, il
rischio è di avere dei risultati quantitativi ma non qualitativi" insiste la
Williams. Se una compagnia privata deve sminare 3 Km. (criterio quantitativo), li sceglie
a caso o nella parte di territorio più semplice da sminare. La filosofia delle ong
sarebbe invece quella di liberare aree (ad esempio vie di comunicazione importanti)
cruciali per la popolazione.
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La lotta alla povertà è la priorità della politica comunitaria allo sviluppo. Questo
obiettivo è stato ribadito al Consiglio dei Ministri Sviluppo di maggio, insieme alla
necessità di un'azione più coordinata e coerente negli aiuti verso i paesi terzi. Questa
volta si vogliono ridefinire non solo le priorità d'azione della politica di sviluppo, ma
anche i mezzi per realizzarle.
"Dobbiamo uscire da una cultura degli impegni per entrare in una cultura delle
realizzazioni", ha detto il Commissario Nielson. Come? La Commissione ha proposto al
Consiglio un piano di riforma della gestione degli aiuti, per velocizzare i tempi di
erogazione dei fondi e aumentare l'efficacia dell'azione. Al centro della riforma è la
trasformazione del Servizio Comune delle Relazioni Esterne (Scr) in un nuovo organo di
esecuzione composto da tutti i Commissari responsabili del settore. Gli altri elementi
saranno il miglioramento della programmazione, l'unificazione del processo di gestione,
l'attribuzione di maggiori responsabilità alle delegazioni della Commissione negli Stati
terzi, un trattamento speciale per l'aiuto umanitario.
Nielson ha smentito le voci sulla possibile sparizione di Echo, l'Ufficio umanitario della
Commissione europea, dichiarando che "Echo non sarà colpito dalla riforma. Vi sarà
piuttosto un legame migliore tra aiuto umanitario e allo sviluppo".
Volontari per lo sviluppo -
Agosto 2000
© Volontari per lo sviluppo