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Zimbabwe - Un progetto della Fondazione Zeri

E li chiamano scarti

Una studiosa dello Zimbabwe sta dimostrando che dagli scarti agricoli si possono ricavare funghi di prima qualità. E che i processi di concimazione possono dare lavoro a milioni di africani.

di Stefano Gulmanelli

Riuscire a produrre funghi usando esclusivamente scarti agricoli è già un bel risultato. Aumentare il rendimento della coltivazione usando come concime il giacinto d'acqua, una pianta che sta crescendo a dismisura negli specchi d'acqua africani, tanto da essere considerata infestante, è straordinario. Che tutto questo poi venga insegnato a centinaia di bambini resi orfani dall'Aids, in modo che possano sopravvivere dignitosamente e magari costruirsi un futuro, potrebbe forse sembrare troppo bello per essere vero. Eppure è quello che sta succedendo nelle zone rurali attorno a Mutare, una graziosa cittadina dello Zimbabwe al confine con il Mozambico. Lì, in un piccolo laboratorio con vicino una serra, Margaret Tagwira, ricercatrice di biotecnologie all'Africa University, sta dimostrando che si possono ottenere funghi della migliore qualità usando come substrato di crescita semplici rifiuti di origine agricola. "Le campagne africane producono milioni di tonnellate di questi scarti" spiega Margaret Tagwira, "molti dei quali vengono perfino bruciati per liberare terra da coltivare nella stagione successiva": in questo modo vengono però distrutte sostanze utili come azoto e zolfo, e si contribuisce pure all'inquinamento atmosferico.

Steli sprecati

È il caso, per esempio, del miglio, che è diffusissimo in Africa perché ben sopporta la siccità, un'eventualità sempre possibile nelle zone agricole del continente. Gli ettari di terreno africano destinati alla coltivazione di questo cereale sono 14 milioni. "Il miglio può produrre per ettaro una media variabile fra le 6 e le 12 tonnellate di biomassa, della quale viene raccolto e utilizzato solo il 20 per cento", fa notare Tagwira. Questo significa che "avanzano" un centinaio di milioni di tonnellate in foglie e steli. Le prime, durante la stagione secca, vengono spesso usate come mangime per il bestiame, ma il destino degli steli - il residuo quantitativamente maggiore - è, come ricordava Margaret, quello di essere bruciati. Lo stesso vale per il sorgo, un'altra coltura tipicamente africana, che produce 10 tonnellate di biomassa e il cui "indice di raccolto" (la percentuale di biomassa effettivamente mietuta) è mediamente del 22 per cento, il che significa che due terzi della pianta vengono scartati. E cosa dire del cotone che, solo in Zimbabwe, "produce" 15.000 tonnellate di scarto, peraltro altamente inquinante perché, dato l'elevato contenuto in fibre, non è facilmente decomponibile dai batteri del terreno? "E invece questa biomassa residua può essere usata come eccellente substrato per la coltivazione di funghi" si accalora Margaret "e quello che rimane dopo l'azione destrutturatrice della fibra di legnocellulosa da parte degli enzimi dei funghi è un eccellente concime". A dire il vero, per far crescere i funghi possono servire all'occorrenza materiali - presenti anche questi in eccesso nelle zone rurali dell'Africa - come la segatura. ("Le segherie non sanno che farsene di questa roba e la buttano a tonnellate dovunque possono" dice Margaret Tagwira, "con effetti facilmente immaginabili sull'ambiente").

Rese inaspettate

Già, ma qual è la resa di queste coltivazioni? Stupefacente, stando ai dati della ricerca condotta da Margaret nell'ambito di uno studio Zeri, l'organizzazione internazionale che sostiene il concetto dello sviluppo sostenibile e ne promuove progetti concreti. A seconda del substrato utilizzato, l'efficienza biologica (rapporto percentuale fra quantità di funghi freschi prodotti e quantità di substrato secco utilizzato) varia dal 20 per cento dei gusci d'arachidi all'80 per cento dello scarto di cotone. Sempre che non si aggiunga a questi substrati l'Eichhornia (questo il nome scientifico del giacinto d'acqua), nel qual caso i rendimenti "esplodono": lo scarto di cotone - con l'aggiunta di Eichhornia essiccata in ragione del 20 per cento del peso totale del substrato - arriva a "produrre" quasi una volta e mezzo il proprio peso, e anche i meno efficienti gusci d'arachide, con appena un 10 per cento di Eichhornia, raggiungono un onorevole 60 per cento.

Il procedimento di coltivazione è a dir poco banale: basta un sacchetto di polipropilene riempito con il substrato desiderato, che viene "infettato" con poco più di dieci grammi di spore (nel caso di Margaret, il Pleurotus sajor caju, il fungo "ostrica"). Dopo tre giorni in totale oscurità, i sacchetti vengono trasferiti in una "serra", una stanza di 25 metri quadrati, eretta con legno ed erba secca, tappezzata all'interno con fogli di plastica per mantenere alta l'umidità. Da li a un paio di settimane i funghi iniziano a crescere, facendo scoppiare - quasi fossero chicchi di mais che diventano pop corn - il lembo di polipropilene.

Il processo è talmente semplice che la Tagwira e l'Africa University lo stanno trasferendo alle aree rurali circostanti e soprattutto a quelle comunità in cui, a causa dell'effetto devastante che l'Aids sta sortendo fra la popolazione del paese, è più forte la presenza di bambini rimasti orfani. In particolare, sono stati cooptati circa settecento bambini del villaggio di Muchewa, a 15 chilometri da Mutare, a cui è stato insegnato il procedimento di coltivazione dei funghi, dando a questi adolescenti - che spesso devono anche accudire fratellini e sorelle più piccole - uno strumento per superare una situazione altrimenti insostenibile. "Abbiamo inserito nel progetto questi bambini perché nelle nostre comunità sono senza dubbio loro i poveri più poveri", spiega Margaret. E quello di Muchewa è solo l'inizio: l'idea è diffondere il progetto a tutte le comunità di orfani del paese. "Perché altrimenti", si domanda Tagwira, "a cosa serve la ricerca in università se poi non va a beneficio di chi ne ha più bisogno?".

Volontari per lo sviluppo - Agosto 2000
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