di Fulvio Gioanetto
Da sempre la vita degli emigranti centroamericani, clandestini e no, negli Stati Uniti è una tragica odissea: razzismo, sfruttamento, disprezzo per quelli che sono riusciti a passare, paura, intimidazioni e morte per quelli che tentano di "andare nel Nord". Solamente la scorsa settimana sono morti 12 messicani, nelle luride e contaminate acque del canale Franklin a nord di Mexicali.
Sono oramai 466 i messicani morti alla frontiera da quando la "migra" (pattuglia frontaliera Usa) ha iniziato l'operazione Guardian per proteggere gli Stati Uniti dall'invasione di migliaia di cittadini centroamericani, colpevoli di cercare lavoro nella ricca America. Massacrati a sangue freddo sulle autostrade e ai limiti del filo spinato, uccisi dal deserto o dai coyotes e dai polleros (i contrabbandieri che "passano" le persone).
Union sin Fronteras, che ha presentato cifre spaventose secondo cui, dall'inizio di quest'anno, nella "Terra delle Libertà" sono stati catturati e restituiti come delinquenti al Messico 110.000 emigrati (fra cui 15.500 minori rinchiusi in centri assistenziali in attesa di trovare i genitori e deportati), denuncia che la migra ha avviato la nuova operazione Rio Grande nelle città texane di Rio Bravo ed El Cenizo. Un'operazione che all'inizio doveva limitarsi a realizzare controlli stradali alla ricerca di "indocumentati" ladinos (gli abitanti del Centroamerica), ma che si è rapidamente estesa alle case dove queste persone vivono, con l'arresto di decine di messicani impiegati come giardinieri e colf. Lo stesso sta accadendo nelle fabbriche in Missouri, Texas e Tennessee, dove i messicani scappano da un lavoro sottopagato per evitare le retate, con gran disappunto degli imprenditori, che hanno protestato a Washington perché in questo modo viene loro sottratta manodopera a basso costo.
Con l'arrivo dell'estate, è perfino nato un nuovo sport in Arizona, fra i cowboy dei ranch: la caccia agli emigranti, per consegnarli alle autorità, a opera dei chicanos (meticci di origine messicana di lingua spanenglish che vivono negli Usa), che parlano la stessa lingua.
Sembra comunque che il massacro silenzioso della migra Usa abbia fatto scuola. La stessa coalizione di organizzazioni accusa il governo messicano di attuare un meccanismo analogo di chiusura delle frontiere del sud del Messico ai circa 250.000 emigranti centroamericani che sfuggono la povertà endemica dei loro paesi. Una recente analisi di questi "flussi migratori" indica che se qualche anno fa la proporzione di emigranti nicaraguensi, honduregni e guatemaltechi era costituita al 90 per cento da uomini e al 10 per cento da donne, adesso il 40 per cento è rappresentato da donne e il 15 per cento da bambini: una conferma del fatto che ormai intere famiglie fuggono per cercare di sopravvivere altrove.
In questi giorni un migliaio di persone ha manifestato in diverse città messicane per reclamare presso i governi messicano e statunitense la restituzione - alle rispettive famiglie e ai loro discendenti - di 1.500 milioni di dollari, sottratti dai salari di cinque milioni di braccianti messicani che lavorarono fra il 1942 e il 1964 negli Usa. Si tratterebbe dell'ammontare delle trattenute del 10 per cento sulla paga di questi lavoratori, che doveva servire per costituire un fondo di aiuto agricolo (sementi, fertilizzanti, utensili), in realtà mai arrivato né ai braccianti né alle loro famiglie, e che attualmente è " depositato" in due banche messicane (Banamex e Banrural) e in un istituto finanziario di Chicago.
Le banche in questione e il Ministero degli Interni, imbarazzatissimi, hanno dovuto riconoscere pubblicamente l'esistenza di questi fondi "dimenticati", comunicando al Parlamento che fine hanno fatto i soldi del tristemente famoso "Programma Bracero" (bracciante), stipulato fra Usa e Messico per coprire la scarsità di manodopera negli States durante la seconda Guerra Mondiale. Rinnovato diverse volte, questo programma permise il reclutamento di milioni di messicani poveri che vennero impiegati in attività agricole e nelle compagnie ferroviarie per installare rotaie. Per pagare il debito del salario di questi giornalieri, che lavoravano per 33 cents all'ora, il governo statunitense inviò nel '64 un assegno di 300.000 dollari, in seguito scomparso.
Ma non è tutto. Emma Valdovinos, rappresentante degli emigranti, ha spiegato che esistono altri due fondi che non sono mai stati restituiti ai lavoratori. Uno, di sette milioni di dollari, per coloro che lavorarono per installare rotaie, "dimenticato", pare, in una banca dell'Illinois, e l'altro per un centinaio di operai che trovarono impiego in una fabbrica in Fullerton.
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Agosto 2000
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