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Nuovi mestieri - Gli specialisti della cooperazione

Un mondo di tecnici

Per realizzare progetti che funzionino c'è bisogno di professionisti al passo con i tempi: come i tecnici alimentari che, affiancati ai tradizionali agronomi e zootecnici, garantiscono in molti casi il successo delle iniziative.

di Filippo Dibari

Una cooperativa di Somali ha chiesto un aiuto tecnico per impiantare una piccola fabbrica di pesce congelato, che limiterà l'esodo verso l'Europa e fornirà sbocchi alla produzione locale. Ecco un ottimo esempio di progetto di cooperazione allo sviluppo, come tanti altri nei paesi tropicali, dove ancora si incontrano "cooperanti" italiani il cui background varia dalla laurea in agraria a quella in ingegneria.

Il tecnico alimentare ha avuto inizialmente parecchi problemi per affermare la sua professionalità, in Italia, nei settori della produzione e del controllo. Per chi ricorda quella fase, non è facile immaginare le difficoltà che incontrano oggi coloro che cercano di inserirsi nel settore della cooperazione allo sviluppo.

Il problema non è la remunerazione o la mancanza di progetti. Nell'ambito dello "sviluppo", infatti (l'altro filone è quello dell'"emergenza"), il budget della cooperazione dedicato all'agricoltura è enorme. Inoltre, si stanno aprendo fronti nuovi anche sul settore "emergenza" con gli aiuti alimentari di tipo "trasformato" (fortified foods: biscotti, gallette, ecc.), prodotti in loco a seconda delle esigenze.

Il buon senso non basta

È però soprattutto nel settore della cooperazione per lo "sviluppo" che i progetti sono destinati ad affrontare il problema comune della commercializzazione. Vengono promosse coltivazioni di alberi da frutta nel deserto africano e nell'Amazzonia brasiliana per riforestarla, con cooperative di contadini locali, caseifici in Albania e trasformazione della carne sulle Ande con associazioni di campesinos. Ma, puntualmente, le figure tecniche impiegate sono agronomi e zootecnici. Bravissimi nella parte produttiva, molto meno, di solito, nel settore di competenza dei tecnologi alimentari.

Un'altra prova dell'importanza di questa figura professionale è il fatto che il tema dell'Equity (vedi Seattle e l'intervento della società civile) si scontra contro il fenomeno dell'adjustement economico del commercio internazionale. Come fa una cooperativa del Sud del mondo a seguire i principi dell'Haccp (Hazard analysis and critical control points, procedura di controllo della salubrità del processo alimentare, che individua i punti critici del ciclo e le misure necessarie per garantire i cibi, ndr), quando non sa neanche di cosa si tratta, se non nel momento in cui il mercato esige da lei proprio quell'Haccp? Molto spesso si raccolgono i fondi per costruire una fabbrica, ma chi ne dirige i lavori segue il semplice buon senso, che oggi non basta più. Per non parlare, poi, di aspetti come il controllo qualità, la formazione del personale o la ricerca di prodotti nuovi con tecnologie appropriate.

I "laici" del settore, che gestiscono progetti di cooperazione, si accorgono, è ovvio, del problema, ma ignorano che esistono figure professionali che sono li apposta per risolverlo.

Né Biafra né Somalia

Quello che è ormai chiaro per tutti è che gli abitanti del Sud vengono al Nord, tra l'altro perché da loro si producono materie prime (anche alimentari) che vengono poi trasformate qui da noi, aggregando valore economico. Una delle chiavi per lo sviluppo è la creazione di opportunità valide e concrete nei loro stessi paesi, sia per il mercato locale sia per un mercato ormai globalizzato.

Non ci sono solo i Biafra e le Somalie, con le loro situazioni di emergenza perenne. Ci sono anche paesi, come Mozambico, Brasile, Vietnam (solo per citarne qualcuno), assai dinamici nello sviluppo autonomo di prodotti alimentari destinati al mercato interno ed estero. Quello che è richiesto non è l'intervento dell'agronomo per coltivare l'albero dell'avocado (in questo i contadini del Sud sono molto più bravi di noi), ma qualcuno che sappia come estrarre e stabilizzare l'olio del suo frutto (un'operazione possibilissima, se si dispone di tecnologie appropriate), come accedere a fonti di microcredito, come avviare attività di commercializzazione, e così via.

L'apporto dei tecnologi

Un gruppo di tecnologi alimentari sensibili alla questione, alcuni con esperienze solo aziendali, altri con esperienze di cooperazione allo sviluppo, hanno deciso di promuovere la figura del tecnologo alimentare anche in quest'ultimo settore. Sono convinti che i prodotti alimentari abbiano maggior futuro sul mercato quando questa figura ne curi gli aspetti tecnici, con una ricaduta positiva per i beneficiari dei progetti.

Dopo qualche incontro informale, in cui si è deciso di ritrovarsi con un numero maggiore di interessati, il gruppo ha cominciato a discutere in modo sistematico di attività e proposte per rivendicare la necessità di questa figura all'interno delle diverse iniziative della cooperazione allo sviluppo promossa dall'Italia.

Si spera di ottenere lo stesso successo che i tecnologi alimentari stanno riscuotendo nel mondo aziendale italiano da qualche anno a questa parte.

Nel nostro paese, negli ultimi anni si registrano progressi incoraggianti: un consorzio di organismi non governativi ha promosso un corso di sei mesi per la formazione di futuri operatori allo sviluppo nel settore della trasformazione e della commercializzazione di frutta amazzonica, e in alcuni sistemi di riforestazione arborea portati avanti dai contadini brasiliani. Chi lavora come tecnologo alimentare nella cooperazione riceve offerte di lavoro interessanti, soprattutto in Africa e in America Latina. Sarebbe anche opportuno stabilire contatti con le università, per incentivare tesi di laurea e collaborazioni di ricerca con sedi universitarie del Sud del mondo (già avviate in alcuni atenei, ad esempio quello fiorentino). In questi casi, sarebbe interessante mappare docenti sensibili alla questione, e a temi "lontani" ma con impatti "vicini" a noi in questo settore.

Network di esperti

A fondarla, all'inizio di quest'anno, è stato un gruppo di giovani esperti in tecnologie alimentari, in collaborazione con il Cast, un'ong di Laveno Mombello il cui obiettivo è quello di promuovere e diffondere tecnologie appropriate: Tasf-Cast (la sigla sta per Tecnici Alimentari Senza Frontiere) è un'associazione che si rivolge a tutte le ong italiane e straniere, alle associazioni di commercio equo e solidale, alle cooperative e alle imprese (grandi e piccole) che lavorano con i paesi dei Sud, allo scopo di rendere più efficaci gli interventi di cooperazione nel settore della produzione e della commercializzazione dei prodotti agroalimentari. E infatti cerca di coinvolgere quei professionisti che hanno competenze nel campo delle tecnologie alimentari e vogliono impegnarsi in un'azione solidale con i paesi poveri.

Tra le altre cose, verrà creata presso il Cast una banca dati di tecnici alimentari e una banca dati bibliografica sulle tecnologie corrispondenti.

Il progetto parte dall'idea che il tecnologo alimentare, più di altre figure professionali, sia in grado di seguire tutte le fasi del processo di miglioramento della qualità dei prodotti agro-alimentari nei paesi del Sud, dall'implementazione delle materie prime alla conservazione post-raccolta, dalla trasformazione alimentare alla prassi di lavorazione e al confezionamento, fino alla distribuzione e alla commercializzazione. Ma può anche aiutare nell'addestramento del personale locale e nell'uso delle tecnologie di lavorazione più adeguate.

Info: Cast for Food (Centro per un Appropriato Sviluppo Tecnologico), via dei Tigli 32, Laveno Mombello (Va), castproj@tin.it, tel./fax 0332/667082.

Volontari per lo sviluppo - Agosto 2000
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