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Una scuola poco ortodossa

Non solo ebrei

Partita tra mille intoppi, la comunità di Shorashim viene copiata oggi da altre città italiane. Il segreto: la volontà di ferro di un'ebrea dalla mentalità molto, molto aperta.

di Marina Morpurgo

Aveva un problema molto personale, l'ingegner Rosita Luzzati: lei, ebrea di origini russe, vissuta a lungo in Argentina e poi approdata a Milano, aveva allora quattro nipotini, tutti nati da matrimoni misti (i figli si erano sposati con non ebrei) e non voleva che perdessero del tutto le loro radici. Il problema è stato risolto in maniera così brillante, dieci anni fa, che un affare di famiglia è diventato con il tempo un'iniziativa di successo, frequentata da centinaia di bambini di età compresa tra i quattro e i dieci anni. Perché, di fronte a una comunità ebraica milanese permeata da rigidezze e da una forte volontà di esclusione delle varie forme di laicismo e di eterodossia, Rosita Luzzati non si perse d'animo e cominciò ad andare in giro per vedere come se la cavavano all'estero, in situazioni analoghe.

Andò a Bruxelles, sede di un attivo centro di iniziative ebraiche laiche, dove si organizzavano anche corsi di cultura per bambini (l'Ecole Shalom Amechem). Andò in Argentina, dove il kibbuz israeliano Arzi si era assunto il compito di tenere una scuola domenicale; prese contatto con le scuole Guilli, che il mercoledì (giorno dì vacanza per gli scolari francesi) ospitavano bambini ebrei, per insegnare loro a cantare le canzoni tradizionali, a conoscere il significato delle feste e l'ambiente in cui i loro genitori e i loro nonni erano cresciuti. Così nacque, a Milano, Shorashim (che in ebraico significa, per l'appunto, radici): una sorta di doposcuola aperto due sabati al mese.

Aperta di sabato!

Per molti fu, per restare in tema, una manna dal cielo. Si iscrissero i bimbi nati da matrimoni misti, quelli che la scuola ebraica di Milano, a differenza di quel che fanno altre scuole ebraiche italiane, esclude (suscitando polemiche feroci). Ma si iscrissero anche bambini nati da genitori appartenenti entrambi alla comunità, messi così in condizione di tentare di raggiungere il difficile equilibrio tra il desiderio di vivere il loro ebraismo in modo laico e aperto, e quello di non recidere il filo sottile della memoria. Certo, non fu facile far accettare quella che agli ortodossi doveva sembrare una mostruosità: una scuola aperta anche al sabato, giorno in cui i precetti religiosi vieterebbero persino di tenere una penna in mano, un gruppo che organizzava gite in cui poteva capitare di vedere qualcuno che addentava un panino al prosciutto. Shorashim, per molti anni, fu qualcosa di quasi innominabile, a livello delle istituzioni comunitarie.

Adesso tutto è cambiato. Rosita Luzzati, alle ultime elezioni, è stata perfino eletta nel consiglio della comunità milanese, votata da tutti i sostenitori di Shorashim. Il doposcuola è stato riconosciuto ufficialmente dalla Giunta, che ha dovuto prendere atto di quel che molti, a Milano, vanno dicendo: "Shorashim mi ha salvato la vita". Rosita Luzzati è sfinita (ormai l'impegno la coinvolge a tempo pienissimo), ma soddisfatta nel vedere che il mondo ebraico milanese ha finalmente accolto il principio dell'inclusività, invece che quello dell'esclusività. E già in altre città italiane, come a Pisa, le comunità ebraiche stanno pensando di organizzarsi nello stesso modo. Shorashim ha dall'anno scorso nuove aule (le lezioni si tengono presso la Società Umanitaria) e una pagina Internet: www.shorashim.it.

Volontari per lo sviluppo - Agosto 2000
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