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Gentili amici, la lettera sulle "convivenza difficili", mi sembra un chiaro esempio di come la disinformazione e l'oggettiva esasperazione di chi non "teorizza mondi virtuali", ma subisce semplicemente la realtà quotidiana, possano portare a risultati deprecabili, o per lo meno discutibili.
È triste leggere che "per ridare civiltà all'Africa ci vorrebbe di nuovo il colonialismo", o che "i politici romani favoriscono l'emigrazione per mantenere i privilegi dei meridionali" (sic), ma queste espressioni sono il prodotto della nostra società, della nostra cultura politica, non esternazioni di singole menti distorte. Se si analizza a fondo la lettera, infatti, si capisce come il lettore esprima un "comune sentire", sicuramente diffuso nella nostra società; purtroppo determinato e sollecitato involontariamente, da chi ha la responsabilità di amministrare informare ed educare e che da troppo tempo è impegnato in una stupida gara al buonismo, al garantismo e al legalitarismo. Così facendo si tende a mescolare goffamente il buono e il cattivo, il legale e l'illegale, evitando di prendere una chiara posizione su qualsiasi problema che riguardi il sociale, dall'emigrazione all'intercultura. Su queste realtà è quasi un obbligo assumere una posizione positiva e buonista, perché far emergere e affrontare i problemi è poco "in", anzi del tutto becero. Così i politici, gli opinionisti e gli educatori (non tutti ovviamente, ma sicuramente troppi) sono attentissimi nell'usare termini ed espressioni adeguate parlando di emigrazione, multicultura e integrazione. Parlare quindi di mafia italiana è accettabile, molto meno parlare di mafia albanese, perché si rischia di passare da rozzo e ignorante razzista. Se c'è mafia in Albania ci sono motivazioni profonde e articolate, quella italiana? Be', è un'altra cosa... E così la gente, tutti noi, siamo disorientati. Viviamo la realtà, percepiamo grandi cambiamenti, ma sentiamo vivi anche i problemi; tutti però ci dicono che non esistono e così continua il ballo dell'ipocrisia.
Ne è un chiaro esempio la risposta dell'Imam di Torino che sorvola (involontariamente?) sulla provocazione riguardante il taglio della mano, l'infibulazione e la lapidazione. Su queste scomode realtà neppure una parola, ma tante sfaccettature sulla "positività" dell'Islam e così la pacata e sensata risposta dell'Imam non fa che aumentare a dismisura il baratro tra il "cattivo" lettore e il "buono" assoluto. Ma dei problemi neppure un accenno? Non ci sono problemi, se guardiamo le altre culture, e lo strabismo etnico-culturale continua a mietere vittime.
Se non vogliamo più leggere lettere come quella del numero di marzo, dobbiamo accettare di operare perché tutti capiscano che l'umanità, nella sua meravigliosa complessità e diversità, è intrisa di buono e ingiusto, di legale e illegale, di bello e brutto, a tutti i livelli e latitudini. Solo la trasparenza delle coscienze potrà permetterci di affrontare con giustizia l'integrazione e la socializzazione mondiale e quando nel nostro Bel Paese si finirà di dividerci ipocritamente tra buoni e cattivi per pensare invece seriamente a garantire la società nel suo insieme, al di là di classi economiche e culturali, etnie, razze o colori, solo allora non leggeremo più "discutibili" sfoghi come quello del nostro amico lettore.
Alessandro Forno
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La lettera che ha dato l'avvio al dibattito su VpS risente evidentemente di una forma di rivalsa personale, dovuta con tutta probabilità a esperienze traumatiche che hanno colpito in concreto il lettore. Di questo si deve certamente prendere atto, ma nel contempo ci si deve augurare che casi simili, di persone cioè che hanno subito singole esperienze traumatiche da parte di esponenti di altre culture, non facciano sì che le esperienze personali vengano estese a tutta la civiltà in questione. Non si deve fare di tutte le erbe un fascio, ma bisogna considerare ogni civiltà nella sua globalità, con uno sguardo sereno e, soprattutto, giusto. Le generalizzazioni arbitrarie non giovano a nessuno, nemmeno a noi cristiani occidentali. Se, infatti, guardando anche alla nostra storia, fossimo assunti come un modello eterno, anche noi probabilmente saremmo odiati nel mondo intero.
È allora importante accettare il peso e la gravità del confronto con gli altri, tanto nei tempi lunghi quanto in quelli brevi. Questo confronto deve promuovere il dialogo e la convivenza, anche perché dialogo e convivenza in futuro saranno sempre più inevitabili. Il problema fondamentale è dunque contenere i motivi di diversità e di incomprensione, perché non si trasformino in barriere invalicabili, diventando un pretesto per affermare le nostre assolutezze e priorità. Si deve cioè evitare ogni esclusione premeditata, ideologica, ogni atteggiamento che renda per principio superflua una parte, notevole, del mondo.
Tuttavia è giusto, e sensato, non nascondersi i motivi che rendono difficile rapportarsi con la realtà islamica. In primo luogo, il mondo islamico non è abituato a distinguere tra la sfera civile, quella, per così dire, dell'appartenenza globale, e la sfera religiosa: la sfera civile ingloba in sé quella religiosa e questa, a sua volta, si proietta nella sfera civile. Questa sorta di "insiemistica" esisteva anche in Occidente, fino a centocinquanta anni fa, ma in seguito è stata spezzata, e noi abbiamo elaborato strumenti - molto civili e molto alti dal punto di vista umano - di "rapporto nella diversità tra concezione laica e concezione religiosa". La sfida che dobbiamo affrontare è quella di mantenere la nostra identità senza rinunciare a interagire con le altre identità, tanto più se nella controparte emergono spinte integralistiche per cui, ad esempio, si afferma la necessità che ogni espressione spirituale e civile sia un potenziale Islam, e che l'Islam abbia una sorta di diritto previo di impiantarsi in altri territori. Questa posizione è sostenuta talvolta anche in sedi ufficiali, ed è stata ribadita di recente da Gheddafi per tutta l'Africa. Su posizioni di questo tipo non si deve assolutamente essere quiescenti.
Se è fondamentale che vengano riconosciuti i diritti delle minoranze, è anche necessario che le minoranze, a loro volta, sappiano riconoscere il diritto degli altri. La biunivocità deve essere una norma della convivenza civile. Ciò detto, è irrinunciabile stimolare la conoscenza reciproca delle culture. Nel mondo cattolico c'è una grande ignoranza dell'Islam, ma anche nel mondo islamico c'è una grande ignoranza del mondo cattolico e, più in generale, cristiano. Ciò è dovuto in parte al fatto che gli islamici tendono a confondere l'Occidente con il cristianesimo, proprio per la loro mentalità insiemistica, cui accennavo prima. In realtà, il cristianesimo in Occidente non ha una presenza comunitaristica come avviene invece per l'Islam. Quest'ultimo poi non conosce i Vangeli, considerati un testo apocrifo: sarebbe invece opportuno che i musulmani conoscessero e leggessero il Vangelo, così come i cristiani dovrebbero conoscere e leggere il Corano. Tutti i credenti del mondo hanno il diritto di esprimere la convinzione che vivendo a fondo la propria fede - qualunque essa sia - si attinge a Dio. Se un islamico ritenesse che solo il suo credo è in grado di avvicinare l'uomo a Dio, dovrebbe rivedere seriamente la sua fede. Lo stesso vale per i cristiani.
Per quanto riguarda la sfera politica, e in particolare il modo di collocarsi degli immigrati, non solo islamici, rispetto alla prassi politico-civile vigente in Italia, ritengo senz'altro giusto che essi si adeguino alle leggi locali, ma a due condizioni: che le leggi siano fatte conoscere e che siano fatte rispettare. Voglio dire che, in primo luogo, è necessaria una mediazione informativa, per far conoscere con chiarezza le leggi del nostro paese soprattutto alle persone più sprovvedute, meno capaci di orientarsi in una realtà nuova e sconosciuta. In secondo luogo, è un grave errore dare l'esempio di un mancato rispetto delle leggi, perché questo si trasforma in un incitamento alla delinquenza, soprattutto per chi è nel bisogno. Chi grida al rispetto della legge, deve a sua volta rispettarla. Non ha senso che, ad esempio, un evasore fiscale pretenda dagli immigrati l'osservanza di quelle leggi che lui è il primo a violare.
Per promuovere il dialogo e la conoscenza tra i popoli è molto importante creare strutture intermedie di comunicazione, anche in ambito cattolico. Penso ad esempio alle attività che si svolgono negli oratori, nelle scuole (anche nelle scuole private cattoliche): il gioco, lo sport, le attività sociali e culturali costituiscono vere e proprie "zattere lungo il fiume" che consentono di raggiungere l'altra sponda senza dover sparare col cannone. È un modo di aiutare le diverse culture a incontrarsi senza essere del tutto sprovvedute e impreparate all'incontro.
Vorrei concludere dando un consiglio pratico ai nostri connazionali - soprattutto quelli che si dichiarano cristiani - che spesso sono assediati dagli immigrati, intenti a vendere fazzoletti di carta o accendini per racimolare qualche soldo. Comprino pure, se vogliono, qualche oggetto o diano qualche soldo, ma non si limitino a questo. Si sforzino piuttosto di sfruttare l'opportunità per conoscere meglio la persona che hanno di fronte, chiedendole come si trova nel nostro paese, se e come pratica la sua religione, quali sono gli aspetti più importanti di essa, e così via. E non abbiano paura di dirle che fa bene a praticare con convinzione quello in cui crede. Non dobbiamo cercare di annunciare spudoratamente la nostra fede, evitando il confronto con gli altri. Annunciare spudoratamente la propria fede senza capire l'altro è come annunciare un falso Dio. Ben diverso è l'esempio che ci ha dato Gesù Cristo.
Don Ermis Segatti
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L'Europa e l'IslamIn generale, l'Europa non vede di buon occhio la presenza islamica: nei primi anni Novanta i due terzi degli immigrati nel continente (in tutto 15 milioni 500 mila persone) erano musulmani, la cui crescita demografica era molto superiore a quella degli europei (il 10 per cento dei nuovi nati sono figli di immigrati, metà dei quali arabi). La preoccupazione nasce dal fatto che le comunità islamiche nei vari paesi tendono a restare isolate, tanto che, come spiega lo studioso Jean Marie Domenach, si teme "la nascita di una comunità musulmana che tagli trasversalmente i confini europei". Stando alle statistiche, il 76 per cento dei francesi pensa che in Francia ci siano troppi arabi, e il 47 per cento dei tedeschi afferma che non vorrebbe avere arabi residenti nel proprio quartiere (contro il 39 per cento che non vorrebbe polacchi e il 22 per cento ebrei). |
| Lavoro | 614.604 | 59,5% | Cattolici | 363.000 | 29,0% |
| Famiglia | 251.925 | 24,4% | Ortodossi/protestanti | 274.000 | 21,9% |
| Motivi religiosi | 54.465 | 5,3% | Musulmani | 436.000 | 34,9% |
| Resid. elett. | 41.077 | 4,0% | Relig. orientali | 83.000 | 6,6% |
| Studio | 29.878 | 2,9% | Altri | 94.214 | 7,6% |
Fonte: Elaborazioni Caritas Roma - Dossier Statistico Immigrazione su dati del Ministero dell'Interno
Volontari per lo sviluppo -
Agosto 2000
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