di Gabriella Saba
Coloro che si dedicano al servizio dei poveri attraverso l'amore di Cristo, vivranno come il grano. Esso muore solo in apparenza. Come pastore sono incaricato di dare la mia vita per coloro che amo, e questi sono tutti i salvadoregni, compresi coloro che stanno per uccidermi". Furono parole di pace, quelle che pronunciò Oscar Arnulfo Romero pochi minuti prima che le squadracce del governo gli sparassero in pieno petto, il 24 marzo di vent'anni fa, la veste bianca che si tingeva di sangue come nella profezia dei pastorelli di Fatima, il calice per l'Eucaristia che gli scoppiava tra le mani. Due settimane prima, si era rivolto proprio a quelli che gli avrebbero sparato: "Fratelli" aveva detto "voi venite dalla nostra stessa gente. Qualunque ordine umano di uccidere deve essere subordinato alla legge di Dio, che ordina invece di non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario alla legge di Dio". Sapeva di dover morire, Monsignor Romero. Gliel'avevano giurata troppe volte, troppe volte si era intromesso in questioni dalle quali, a quei tempi di dittature sanguinarie e malgoverni, la Chiesa, spesso, si teneva alla larga. Romero, come molti altri, infranse la regola e non ci fu veste talare che potesse impedire la sua "punizione": un prete marxista (dove marxista era chiunque fosse "impegnato" socialmente), figuriamoci, che tuonava dal pulpito contro il regime di Napoleon Duarte - il dittatore che vessava i contadini e insanguinava il paese con una repressione degna dei più violenti caudillos - infiammava gli animi e anziché convincere gli indios a starsene tranquilli gli diceva pure che era giusto che continuassero a lottare: ben inteso, nel rispetto delle leggi di Dio.
Perfino il Papa non incluse la visita all'arcivescovo nel programma delle visite ufficiali durante il suo viaggio in Salvador: andò a trovarlo, sì, ma in veste privata. Gli alti prelati più che altro lo detestavano, alcuni badavano ad avvertirlo: "Stai andando troppo in là, un.uomo di Dio non si deve impicciare in certe cose" - questo, in sostanza, il senso degli avvertimenti. Quattro vescovi tra i sei che operavano a quel tempo in Salvador erano schierati con Duarte e consideravano Romero un esagitato e un marxista. Uno di loro, Marco René Contreras, sostiene tuttora che l'arcivescovo sia stato il principale responsabile dei 70.000 morti durante la guerra civile.
Adesso, una petizione internazionale chiede che Romero venga beatificato, approfittando del Giubileo. L'appello è stato lanciato dalla Caritas e ha raccolto 80.000 firme, che sono state rigorosamente inviate al Santo Padre. Il quale, qualche tempo prima, aveva commesso una gaffe inammissibile: nella lista dei 12.000 martiri che avrebbe ricordato in occasione del discorso del 7 maggio, sembra che avesse omesso proprio quello di Romero. Ma qualcuno gli fece notare l'omissione e il nome fortunatamente venne aggiunto. Se Romero verrà o meno beatificato, è tutto da vedere. "Quello che è certo è che non verrà martirizzato" spiega Monsignor Luigi Bettazzi, ex vescovo di Ivrea. " La martirizzazione avrebbe in questo caso una connotazione troppo politica, perché non è detto che essere un martire per la giustizia significhi anche essere un martire per la fede. E inoltre, è cosa nota, la Chiesa ufficiale in Latinoamerica si è sempre schierata dalla parte dei poteri costituiti. Il problema, però, è che stare dalla parte dei poveri significava, e significa ancora per certi versi, stare dalla parte di una certa ideologia politica, che poi è quella marxista".
Ma in fondo che importanza ha? Da vent'anni Romero brilla di luce propria, il suo ricordo anziché spegnersi è tenuto vivo da centinaia di associazioni in tutto il mondo che si chiamano col suo nome e come lui, ognuna a suo nome, cercano di portare avanti azioni di pace e giustizia sociale. Già, perché Romero era uno di quelli per cui la giustizia era un'applicazione della fede. "Mi capitò di andare in Salvador e di passare una notte proprio nella sua stanza", racconta Monsignor Bettazzi. "Confesso che trascorsi tutto il tempo a spulciare nella sua libreria: c'erano libri. di fede ma, soprattutto, statistiche, saggi sociologici, indagini e studi sulla disoccupazione, sul reddito, analisi economiche e finanziarie". Figlio del popolo - era nato nel 1917 a Ciudad Barrios, una cittadina di montagna a un passo dal confine con l'Honduras - Romero quei problemi li conosceva bene. Faceva il carpentiere, ragazzino, prima di capire che la sua vocazione era tutt'altra e di mettersi a studiare da sacerdote. Frequentò il seminario a San Salvador, finì gli studi a Roma, quando tornò in patria nel '44 fu prima prete di campagna, poi diventò segretario della Conferenza episcopale di El Salvador, infine fu promosso assistente dell'arcivescovo di San Salvador e poi vescovo di Santiago de Maria. Dopo tre anni era lui l'Arcivescovo del Salvador. Non era ancora un prete d'assalto, a quel tempo, ma uno dei tanti prelati moderati che operavano nel paese: conservatore per nascita e formazione, non si era mai invischiato con la politica né si era mai occupato troppo di guardare con altro occhio quello che succedeva nel suo paese, che poi era né più né meno quello che succedeva nella maggior parte del Latinoamerica di quei tempi: il 40 per cento delle terre in mano a un'oligarchia corrotta e inetta, il resto della popolazione, al solito, che moriva di fame. I fermenti di rivolta venivano repressi nel sangue. Le bande paramilitari facevano quello che, da sempre, i governi non hanno il coraggio di fare, almeno ufficialmente: massacravano tutti gli oppositori, marxisti e preti. Di questi ultimi, in pochi anni, ne furono fatti fuori 20.
La conversione di, Romero fu lenta ma pervicace. Dopo un po' che vedeva contadini che vivevano come animali capì che la fede, teorica, non bastava più se non le si dava un po' di corpo, che quel corpo era la. giustizia sociale e che alla fine fede e giustizia non erano poi due cose troppo diverse, ma due facce della parola di Cristo, tanto invocata dai generali del suo tempo quanto disattesa nei fatti. Si mise dalla parte dei contadini, degli oppressi. Usava le prediche per flagellare i potenti, per parlare di pace e giustizia, per denunciare il malgoverno e le persecuzioni, contro un'economia feudale e ingiusta. Assisteva i poveri, i malati, i perseguitati. Sapeva che l'avrebbero ammazzato. Non solo perché riceveva minacce a ogni piè sospinto. Dicono che si tirò indietro solo una volta. Una delle tante volte in cui gli chiesero di andare al capezzale di un contadino ferito dalle squadracce. Ne aveva assistiti centinaia. Quella volta disse no, non vengo. Cambiò subito idea e lo videro al capezzale del ferito. "Avevo avuto paura", confessò, candidamente, più tardi.
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Agosto 2000
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