di Chiara Alpago Novello
L'appuntamento è in una villetta come ce ne sono tante a Maputo, a un piano,
ombreggiata da acacie. All'interno, tra scrivanie straripanti di carte e un viavai
continuo di gente e telefonate, non è facile capire cosa ci faccia qui, in un ufficio
come tanti, il più famoso scrittore contemporaneo mozambicano. La biblioteca è affollata
di libri, ma è inutile cercare di farsi un'idea sulle sue preferenze letterarie, visto
che i titoli spaziano dalla vita dei celenterati a uno studio su una rara specie di pianta
africana. Quando poi lui arriva trafelato, scusandosi per il ritardo, la confusione è
totale: sul biglietto da visita c'è scritto Mia Couto, biologo. Biologo?
"Questo è il mio lavoro, il lavoro serio", scherza.
La sua biografia racconta di studi in medicina interrotti, quindi di una lunga esperienza
giornalistica, affiancata poi dall'attività di scrittore. E la biologia da dove spunta?
"Nel '74 la Frelimo (il partito d'ispirazione marxista che ha portato
all'indipendenza il Mozambico dopo 500 anni di colonizzazione portoghese, ndr) mi ha
chiesto di abbandonare l'università per diventare giornalista, ruolo considerato più
utile al paese. Dieci anni dopo, però, ho deciso di tornare a studiare. Quella del
giornalismo è un'ottima scuola, ma a un certo punto ho capito che avevo bisogno di una
visione meno "turistica" della vita. La biologia mi offre un punto
d'osservazione sul mondo unico, libero dalla fretta della notizia che si brucia in poche
ore. Ho più tempo per guardare e, di conseguenza, interiorizzare".
Giornalista, biologo, scrittore: ma lei come si definisce?
"Sono un poeta che racconta storie". Storie che vivono in una lingua che sembra
non appartenere né all'Europa né all'Africa e che ti coglie continuamente di sorpresa
con neologismi, matrimoni di parole e concetti...
"Io parlo della realtà africana in una lingua che non le appartiene, il portoghese.
Questa mancata corrispondenza può essere vista come un problema, un fattore negativo. In
realtà è una grande ricchezza, uno stimolo, un'istigazione persino, a creare qualcosa di
inedito, usando la poesia come un ponte. il mio portoghese sta crescendo, anzi, è in
pieno atto di parto, è un luogo di arrivo e partenza. Più che una lingua, è una
linea".
Mia Couto, insomma, come uomo che vive "in stato di poesia, quell'infanzia
autorizzata dallo scintillio della parola". Scintillio che però non deve ingannare:
i suoi libri raccontano storie dove quasi sempre sullo sfondo ci sono l'orrore e la
disperazione della guerra civile che ha insanguinato il Mozambico per 16 anni.
"In Mozambico la guerra è stata una cosa talmente estrema che consumava, non
restava altro che viverla. Terra sonnambula, il mio primo romanzo, l'ho scritto
quando ancora la pace sembrava impossibile. Avevamo perduto la speranza: in fondo in
Africa la guerra è uno stile di vita. Inconsciamente, però, forse avevo intuito che
c'erano dei segnali di cambiamento. Il libro è uscito nel '92, quando a Roma sono stati
firmati gli accordi di pace".
Come annunciato nel titolo, il romanzo parla della ricerca di identità del Mozambico. È
un dialogo tra due livelli di esistenza di questo paese. Un vecchio e un bambino camminano
su una strada abbandonata, in un paesaggio fatto di morte e distruzione. Si rifugiano in
un autobus bruciato, dove trovano una valigia con alcuni diari. Ogni notte il bambino
legge qualche pagina al vecchio e ogni mattina i due scoprono che il paesaggio è
cambiato. Attraverso le parole di uno sconosciuto sognano, e il loro sogno ha la forza di
modificare la realtà. Il vecchio rappresenta la tradizione, il bambino è la modernità,
il futuro. Dopo averlo finito ho capito che non era un libro sulla guerra ma sulla terra,
sulla mia terra".
Il suo ultimo romanzo, A veranda do frangipani (La veranda del frangipani, 1997),
è invece una sorta di giallo: si indaga sull'assassinio del direttore di un ospizio,
all'interno di una fortezza dell'epoca coloniale. Tutti i vecchi si dichiarano colpevoli e
ogni capitolo è una confessione in prima persona. Ma la vera protagonista, ancora una
volta, è la guerra.
"Dopo anni di barbarie nessuno credeva alla pace. È una parola grande, ma è stato
un miracolo. Passato il primo momento di stupore, di incredulità, ti rendi conto però
che ci sono ferite più gravi di quel che pensassi, conflitti irrisolti. Il romanzo rivela
questi segni profondi e allo stesso tempo parla dei veri costruttori di pace". Non i
partiti, le organizzazioni internazionali: "La pace è governata da forze che non
passano per la volontà dei politici", dice il personaggio di un mio racconto. Quando
sono stati firmati gli accordi di Roma pensavo che ci sarebbero stati grandi
festeggiamenti, invece nessuno è sceso in strada a danzare. Dopo una decina di giorni è
piovuto ed è stata la fine di una lunga siccità. E allora le strade si sono riempite di
migliaia di persone. La pioggia portava la vera notizia di pace, non i giornali o la tv.
Perché significava che gli dei che avevano castigato con la siccità gli uomini, che
avevano fatto la guerra, li avevano finalmente perdonati.
Volontari per lo sviluppo -
Marzo 2000
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