di Gabriella Saba
Un'analisi spietata dei meccanismi che provocano la fame nel mondo, un "j'accuse" ai paesi occidentali, responsabili di equilibri distorti, e soprattutto un invito a lottare per cambiare lo stato delle cose, al di là della solidarietà di facciata. Ne "La fame nel mondo spiegata a mio figlio" (Pratiche Editrici, L. 16.000), il sociologo svizzero Jean Ziegler si misura con un'impresa non facile: raccontare le cause di una sottoalimentazione ormai cronica in gran parte dei paesi del Sud del mondo, svelare le "logiche criminali" che provocano le grandi carestie, strangolano le economie locali, in altre parole impediscono un'equa distribuzione delle risorse. Aveva pensato di scrivere "un saggio concettuale", Jean Ziegler, ma invece, mano a mano che andava avanti nelle ricerche, decise che quelle informazioni che raccoglieva, quei retroscena, quelle dinamiche perverse dovevano raggiungere tutti e smuovere le coscienze della gente comune, ma soprattutto dei più giovani, quelli che non sanno niente di globalizzazione e di leggi di mercato, che si commuovono quando vedono in televisione le immagini dei denutriti bambini ruandesi, e non sanno come possa succedere. E così ha optato per una formula un po' ovvia, ma efficace: una finta conversazione con il figlio Karim, che utilizza le curiosità di un adolescente per dare le risposte che ciascuno vorrebbe sentire. In libreria da poche settimane, "La fame nel mondo spiegata a mio figlio" è stato adottato qualche mese fa dalle scuole francesi come libro di testo. Ziegler ci spiega l'iter e i motivi di questa nuova fatica editoriale.
Realisticamente, lei pensa davvero che questo libro possa servire a
cambiare le coscienze?
Le rispondo con una riflessione: io sono convinto che i giovani vivano una contraddizione
molto forte: da una parte sanno tutto su come la gente muore di fame, sulle carestie, e
così via, dall'altra non manifestano nessuna reazione a questi eventi. Credo quindi sia
giusto spiegargli i nessi di causalità, e cioè che la fame non è un fatto della natura,
come un tifone o un uragano, ma è il prodotto diretto di un genocidio silenzioso, e il
responsabile è l'ordine assassino del mondo.
Ma quest'ordine assassino è ormai assimilato, disgraziatamente, da
quei giovani che lei vorrebbe rieducare. Quanti di loro sarebbero disposti a rinunciare ai
privilegi a cui sono abituati, per ricreare una società più equa?
Guardi, non si tratta solo di limitare i privilegi, ma di modificare qualitativamente e
quantitativamente i rapporti tra Nord e Sud del mondo, e questo è possibile solo
attraverso il risveglio delle coscienze. I giovani devono prima comprendere, poi agire e
infine organizzare, e cioè cominciare a fare pressione sui governi perché rivedano
radicalmente le loro politiche.
Lei sa benissimo che i responsabili di questi equilibri distorti
non sono più i governi ma realtà transnazionali...
È vero, il nemico non sono solo i governi. Ci sono anche le multinazionali, la Borsa di
Chicago, ecc., ma noi non siamo strumenti passivi, possiamo lottare contro queste realtà.
Il problema è che il disordine planetario, la fame nel mondo, sono in gran parte imposti
in maniera speculativa, per esempio dalla Borsa di Chicago, che induce scientificamente
alla fame, e dalle multinazionali che strangolano il mercato.
Come dire che la lotta è persa in partenza.
No, non sono d'accordo. Vede, io non so esattamente cosa si debba fare, non sono uno di
quegli intellettuali arroganti che dicono come ci si debba o non ci si debba comportare.
Ma so che si deve, che è importante e utile lottare, per eliminare la Borsa, e per
eliminare la corruzione, un grosso problema per i paesi più poveri, che si aggiunge a
quelli che hanno già. Sono certo che eliminare queste cose sia possibile, ma penso che a
lottare debba essere la gente, che decide di cambiare testa e di farla cambiare a chi, in
una maniera o nell'altra, ha in mano le sorti dei popoli.
E questo libro sarebbe un'arma in questa lotta?
L'ho scritto esattamente con questa speranza.
Speranza è un termine vago.
Quando ho detto speranza intendevo obiettivo. Riformulerò meglio la risposta: credo
realisticamente che questo libro possa servire a cambiare le cose. Perché la gente che lo
legge può ragionevolmente decidere di attivarsi e fare pressione sui responsabili di
questa situazione.
Come vede in quest'ottica le attività delle organizzazioni non
governative, in particolare i progetti nei paesi in via di sviluppo? Anche quelle sono
un'arma?
Sì, sono tutti tentativi molto interessanti, molto giusti, che però dovrebbero essere
coordinati e organizzati. " solidarietà in generale è una bellissima cosa, ma
avrebbe bisogno di avvitarsi a un disegno centrale.
Torniamo al libro. Come è nata l'idea della conversazione con il
figlio? Non si tratta di una formula un po' abusata?
Non so se sia abusata, ma ritengo che si tratti di una buona formula per spiegare concetti
basilari, per riprodurre un certo contraddittorio, e rendere meglio certe curiosità e le
risposte a queste curiosità. Il dialogo è ipotetico, ma il figlio non lo è, tanto che
ho avuto qualche problema a convincere Karim a prestare il suo nome e il suo personaggio.
In realtà l'impostazione si è definita col tempo. Quando cominciai le ricerche per
questo libro sapevo soltanto che volevo raccontare alcuni retroscena, spiegare alcuni
meccanismi che sono fondamentali per capire come mai gran parte dell'umanità muore di
fame mentre le risorse di cui dispone il pianeta basterebbero per nutrire, bene, almeno 12
miliardi di persone. Da principio avevo pensato a un saggio, ma poi ho deciso di optare
per una formula più divulgativa, che potesse arrivare al maggior numero di persone
possibili e fornisse tutte quelle informazioni che la maggior parte di loro non conosce.
Volontari per lo sviluppo -
Gennaio 2000
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