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Caro diario - Scrivono i volontari

"Maji ni uhai", l'acqua è vita

È quasi l'alba. C'è una bella aria frizzante nel villaggio di Makose. Mbeleje, una ragazzina di 14 anni, si prepara per andare a scuola. Si infila ancora assonnata la camicetta bianca con il simbolo della scuola elementare cucito sul taschino: c'è scritto elimu ni uhai, "istruzione è vita". È l'uniforme che ha indossato ogni giorno da quando faceva la quarta. Corre alla nuova fontanella vicino al dispensario dove il giorno prima Ayubu, il tecnico, ha terminato l'allacciamento con la nuova linea di distribuzione dell'acquedotto, riempie una zucca d'acqua, la versa nel palmo della mano con attenzione, per non perderne una goccia, si lava la faccia. Sua mamma, Mamambeleje, (mamma anche di Ndahani, Malima e del piccolo Mollen) si è già alzata ed è giù alla fontana a riempire il secchio per la seconda volta. Mamambeleje si considera una donna fortunata: oggi non è stata costretta, come da ragazzina, ad alzarsi a notte fonda per andare a prendere l'acqua in fondo alla vallata, a tre ore e mezzo di cammino. Quando torna a casa sveglia i figli e li lava tutti, ma con attenzione, per non sprecare acqua. È ancora presto e Mamambeleje ha a disposizione tutta la mattina. Avere l'acqua, tanta e pulita, a due passi dalla sua abitazione, le consente di programmarsi la giornata. Intanto, alla fontanella, Ayubu sta istruendo un giovane sulla manutenzione dell'acquedotto. Le donne in attesa alla fontana ringraziano Ayubu. Maji ni uhai, dicono, "l'acqua è vita". Ayubu risponde che ora c'è acqua in abbondanza e che le donne potrebbero seminare nei pressi della fontana piante di papaya e mchicha, uno squisito spinacio che si cucina con le arachidi. "Oh donne, chakula ni uhai, il cibo è vita", dice Ayubu. A Mamambeleje vengono in mente le raccomandazioni di Lilian, l'infermiera della clinica del villaggio, fatte il giorno prima, quando ha portato Mollen al controllo mensile. Lilian ha detto che l'acqua pulita evita certe malattie e che determinati cibi servono per la crescita corretta e armoniosa dei piccoli. Afya ni uhai, ripete Lilian di continuo, "la salute è vita".

Fabrizio Molteni
cooperante del Cmsr in Tanzania
novembre '99

La città in cui si muore per sfizio

Buon giorno italiani, come state? Qui è finalmente arrivato il bel tempo: il sole, il cielo blu e un vento fresco... a Rio dicono che è troppo fresco per la stagione e che quando scoppia il caldo saranno guai per tutti, soprattutto per noi "polentoni'.
Le prime settimane, ormai un mese, sono state molto intense: una full immersion nella valutazione del progetto Cisv, giornate intere passate in riunioni e discussioni quasi tutte in portoghese. Perfino io mi sono trovato a dover parlare in portoghese, vi lascio immaginare come... anche se adesso mi sto impratichendo e comincio a sentirmi un po' più a casa. Per il resto il Brasile, o meglio Rio (ho imparato che di "Brasile" ce ne sono mille diversi a seconda delle zone in cui ci si trova), è lo stesso della prima volta, eppure è diverso il modo in cui lo vivo. La prima volta è come quando si è innamorati: tutto è nuovo e ci fa vibrare. Oggi è come dopo un po' che si sta insieme: non c'è più la novità, e allora bisogna scoprire sotto il velo dell'abitudine che cosa ti fa continuare ad amare l'altra persona.
Mi accorgo che, giorno dopo giorno, mi sto abituando alle realtà di qui: al portoghese, al panorama desolato della Baixada (la periferia esterna di Rio, dove vivo io), ai contrasti stridenti tra le favelas e i palazzoni, alle tante sfumature del colore della pelle della gente, al miscuglio di odori per le strade, alla bellezza delle donne mulatte, alla chiassosa allegria dei brasiliani. Quello a cui proprio non riesco ad abituarmi è la miseria estrema di alcuni, molti, e la sofferenza, che a volte so e a volte immagino, dietro quelle vite. Qualche sera fa mi sono recato con alcuni amici in un bar di Copacabana, il famoso litorale di Rio, sempre zeppo di turisti: ho visto due bambini - avranno avuto 6 o 7 anni - che a mezzanotte passata giocavano sul marciapiede: ho sorriso vedendoli allegri, ma subito mi sono trovato a pensare: "Chissà dove abitano? Chissà se c'è qualcuno che li aspetta e che li cerca?". Un'altra sera mi sono imbattuto in un gruppo di ragazzi di strada, saranno stati una dozzina, dai dieci anni in su, tutti con la loro bottiglietta di solvente, allegri di quell'allegria artificiale che ti da la droga! Scene ordinarie qui, solo la punta di un iceberg più o meno nascosto.
La Baixada è un mondo che continua a stupirmi: all'apparenza sembra tutto normale, ti puoi fermare a chiacchierare tranquillamente con le persone, si respira un'aria da paese in cui tutti si conoscono e si salutano. Gli stranieri di passaggio, poco abituati a cogliere le sottigliezze, difficilmente direbbero che qui si ammazza, e con grande facilità: ci sono settimane in cui vengono assassinate fino a 100 persone. Sono cifre da bollettino di guerra, tanto più se si pensa che qui abitano circa 4 milioni di persone. Ogni anno vengono ammazzate circa 3.000 persone... sembra incredibile in un paese che è l'ottava potenza mondiale. Ieri sera Milli, la coordinatrice delle case di accoglienza di Casa do Menor, è stata chiamata da alcuni ragazzini: un bambino di strada è stato picchiato a sangue e ora è in ospedale. È molto grave, il medico non sa se ce la farà: un bambino magro, piccolino, sfigurato, con trauma cranico, ma quello che fa più rabbia è che non c'è posto per lui nella sala di trattamento intensivo dell'ospedale. A chi interessa salvare un bambino di strada? È figlio di nessuno, e poi se muore meglio: un futuro criminale in meno! Questo è quello che si pensa da queste parti, e basta poco per essere ammazzati: rubare alla persona sbagliata, chiedere droga nel posto sbagliato, fare avance o andare con la donna sbagliata: per questo si muore, ma anche solo per sfizio di qualcuno, che deve pulire le strade dai "marginali", come vengono chiamati qui i poveracci.
Quanto a me... cosa resta di questa mia esperienza? È una realtà scomoda quella che sto vedendo qui, che mi fa sentire piccolo, vulnerabile, perfino meschino, ma che mi fa capire una cosa: o stai con la vita e ti spendi per e nella vita, oppure stai con la morte, e ci stai anche se resti semplicemente in silenzio, anche se ti arrabatti per rendere bella solo la tua vita.
La sera, rientrando nella mia casa in cima a una collina, sento i rumori della città che si allontanano mano a mano che salgo per le strade del quartiere di Boa Esperança, e a volte mi capita di pensare che il Brasile intero è un paese dalle belle speranze, in cui c'è tanto spazio e tante cose da fare: qui è ancora possibile cambiare, è ancora possibile credere... ed è con questa speranza che voglio lasciarvi.

Enrico Santero
volontario Cisv in Brasile
novembre '99

Arrivi & partenze

A ottobre hanno fatto ritorno dallo Zambia i volontari Celim Michele e Barbara Franceschi, che hanno lavorato 2 anni al progetto Arches occupandosi delle cooperative agricole, della prevenzione dell'Aids e della lotta alla malnutrizione.

Sempre a ottobre, l'agronomo Luca Chionni è rientrato dallo Zambia, dove per un anno e mezzo si è occupato del progetto Celim di Chikuni come responsabile della scuola agricola per giovani. Hanno preso il suo posto, a gennaio, i neo-sposi Gianluca e Alessandra Dal Cortivo, che seguiranno il progetto per un anno.

Andrea Luca, volontario Celim, ha fatto ritorno a ottobre dalla Costa d'Avorio, dove per 2 anni è stato impegnato in un progetto di sostegno alla Caritas locale.

Ha trascorso due mesi in Bolivia (da fine ottobre a fine dicembre) Maurizio Radin, per una missione di verifica delle attività agro-zootecniche promesse dal Mlal.

Ester Corradi, infermiera professionale, è rientrata a ottobre dalla Bolivia, dove ha lavorato 3 anni in un progetto sanitario del Mlal a Santa Ana de Huachi.

A novembre gli operatori sociali Sergio Beiato e Maria Pia Lucchi sono tornati dall'Acre brasiliano, dove per 2 anni hanno seguito un progetto del Mlal a sostegno dei minori in difficoltà.

Maria Angela Pia Lambo il 4 dicembre è partita alla volta del Mozambico, dove per 2 anni lavorerà per conto del Mlal come direttrice pedagogica della facoltà di Scienze dell'educazione all'università cattolica di Nampula.

Nel mese di novembre Giacomo Sollai, esperto di piccola pesca artigianale, è partito alla volta del Marocco, dove si occuperà per un anno del progetto Palateras, promosso da Celim e Cmsr in sostegno a una comunità di pescatori.

Enrico Santero è rientrato a dicembre dal Brasile, dove ha lavorato tre mesi come responsabile del progetto Sitio Semear promosso dal Cisv a favore dei meniños de rua.

Il perito agrario Giacomo Roland, volontario Cisv, continua il suo lavoro (iniziato ad agosto) di coordinamento delle ong piemontesi in Guatemala, dove si fermerà per un anno.

La fisioterapista Alessandra Pasqui è rientrata il 24 novembre dopo 7 mesi trascorsi al St. Mary's Hospital di Gulu (Uganda), gestito dal Ccm. A darle il cambio della guardia c'è, dal 13 dicembre, Franca Stella, che rimarrà a Gulu fino a maggio.

Il 12 dicembre ha fatto ritorno dal Kenya Pier Luigi Sobrero, che ha lavorato 6 mesi con il Ccm, nell'allestimento di un'officina per la manutenzione delle attrezzature ospedaliere di Sololo.

Volontari per lo sviluppo - Gennaio 2000
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