di Marina Morpurgo
In Israele e in Palestina larga parte della popolazione sembra ormai convinta della
necessità di un futuro di pace, a costo delle rinunce che ogni trattativa di mediazione
comporta. Le cose si complicano, purtroppo, quando arabi ed ebrei tentano di ipotizzare il
tipo di convivenza possibile tra due popoli che da una parte sono separati da un muro, nel
migliore dei casi, di diffidenza, dall'altra si trovano in una condizione di stretta
dipendenza reciproca. L'economia israeliana si bloccherebbe, se dall'oggi al domani
scomparisse la manovalanza palestinese; i palestinesi soccomberebbero inevitabilmente alla
disoccupazione e alla miseria, se gli israeliani, una volta conclusa la pace, chiudessero
la porta in faccia ai pendolari palestinesi - secondo una delle ipotesi prospettate dal
primo ministro Ehud Barak. Paura e bisogno si intrecciano profondamente, e per capire
quanto basta pensare che un intellettuale raffinato, aperto e amante della pace come lo
scrittore Abraham B. Yehoshua ha di recente affermato che non gli piacerebbe affatto
vedere un nipotino arabo scorrazzare per casa.
La freddezza e il rancore che improntano i rapporti tra gli israeliani e i palestinesi
della Cisgiordania si avvertono in modo drammatico anche all'interno dello Stato di Tel
Aviv, tra gli ebrei e gli arabi di cittadinanza israeliana. I due gruppi conducono
un'esistenza separata, non per nulla un altro grande scrittore, David Grossman, scrisse
nel 1993 un libro che parlava di "un popolo invisibile". La separazione avviene
fin dalle scuole. Gli ebrei studiano nelle loro; gli arabi possono frequentare le scuole
ebraiche, e alcuni lo fanno, per vedersi offrire un'istruzione di livello più alto, ma a
costo di mettere a repentaglio la propria identità religiosa.
È dunque facile capire l'importanza di quell'esperimento straordinario e ormai
perfettamente rodato che è la comunità di Neve Shalom-Wahat al Salaam (dal libro di
Isaia: "E il mio popolo vivrà in un'oasi di pace"). Su una collina coperta di
olivi, a metà strada tra Tel Aviv e Gerusalemme, arabi e israeliani vivono e lavorano
insieme, per libera scelta e su basi rigorosamente paritarie. Quando, alla fine degli anni
Settanta, il frate domenicano Bruno Hussar arrivò sulla collina - l'aveva presa in
affitto per una cifra simbolica dai frati del vicino monastero trappista di Latrun -
l'idea di far nascere un villaggio del genere sembrava pura follia. Ora a Neve Shalom
abitano 35 famiglie, altre 15 sono in arrivo, e presto, non appena verranno terminate le
nuove case, ci sarà posto per ben 150 nuclei familiari.
Neve Shalom, che ha una sua scuola per bambini (in cui si studiano sia l'arabo sia
l'ebraico, e dove si festeggiano, per non far torto a nessuno, le ricorrenze islamiche,
ebraiche e cristiane) e una "scuola di pace" per adolescenti e adulti, è
diventata un punto di riferimento per tutti coloro che nel mondo si trovano a dover
gestire conflitti etnici. Padre Bruno Hussar è morto, ma restano ben vivi i suoi ideali:
fu lui, nato in Egitto e con ascendenze ebraiche, uno dei primi a sostenere che in Medio
Oriente le tre grandi religioni monoteistiche dovevano e potevano essere sorelle e amiche.
L'asilo e la scuola elementare del villaggio sono uno dei punti di forza
dell'integrazione. Gli alunni arrivano oggi dalla vallata sottostante la collina, ma a
volte anche da molto lontano, attratti dalla ricchezza dei programmi e dalla serenità
dell'ambiente. I risultati, spiegano gli insegnanti, sono talmente brillanti da convincere
anche i genitori più restii all'idea di una scuola binazionale. Le liste di attesa per
l'iscrizione si sono allungate a dismisura, e si aspetta solo l'arrivo di nuove donazioni
per ampliare l'istituto. Il modello Neve Shalom - riconosciuto come sperimentale dal
governo israeliano - ha fatto da battistrada: iniziative analoghe sono nate a Gerusalemme
e a Misgav in Galilea, altre sono in embrione nelle aree dove arabi ed ebrei vivono gomito
a gomito, come ad Acco.
I maestri delle scuole miste sono stati addestrati quassù, e quassù sono venuti a
imparare anche i maestri pacifisti del nord Irlanda, di Cipro, della ex Jugoslavia. I
bambini che escono dalla scuola, spiegano gli educatori, non saranno bambini perfetti,
però hanno abbattuto la barriera del pregiudizio. I piccoli ebrei hanno capito che gli
arabi non sono tutti terroristi e infidi, i piccoli arabi hanno capito che gli ebrei non
sono tutti oppressori. Vederli giocare insieme, bisogna dirlo, allarga il cuore. D'altra
parte, a volte basta poco per ottenere grandi risultati. Un articolo dell'International
Herald Tribune, qualche settimana fa, riferiva dei miracolosi effetti di un programma
televisivo con pupazzi animati, "Sesame Street". Della trasmissione, prodotta da
trent'anni per i bambini americani, esistono in tutto il mondo edizioni nazionali. I
palestinesi hanno "Sharaa Simsim", gli israeliani hanno "Rechov
Sumsum". I produttori sono entrati in sintonia con i nuovi accordi di pace: in Sharaa
Simsim si vedono ebrei non del tutto cattivi, in Rechov Sumsum arabi con intenzioni
pacifiche. Secondo ricerche condotte da psicologi, i bambini che guardano il programma
diventano nel giro di pochi mesi meno paurosi e carichi d'odio.
Se il lavoro sui piccoli è importante, fondamentale è quello che a Neve Shalom si fa per
gli studenti delle superiori e per gli adulti. Accompagnati dai loro insegnanti, migliaia
di ragazzi vengono qui per brevi seminari, sempre molto drammatici. Ebrei e palestinesi,
sotto il controllo dei mediatori, sono invitati a tirar fuori i propri rancori, le proprie
esperienze negative. Superato il primo momento di rabbia e rifiuto, in alcuni si fa strada
- ma il processo è lento e doloroso - l'idea che le ragioni del conflitto non stanno da
una parte sola. Nel corso degli incontri si impara ad astenersi dal formulare accuse, e a
evitare le generalizzazioni. Poi arriva il gioco di simulazione, con gli studenti
costretti a condurre in prima persona le trattative di pace. Un sistema efficace, per
afferrare la complessità della questione mediorientale...
Insomma, tutto si fa a Neve Shalom, fuorché sognare. Come dice Nava, madre del primo
bimbo nato qui: "Non siamo ingenui, non passiamo le giornate ballando e cantando, ma
cerchiamo di entrare nel cuore di questo conflitto, di capirlo, e anche di
risolverlo".
Neve Shalom: http://www.nswas.com/
Volontari per lo sviluppo -
Gennaio 2000
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