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Dossier: Viaggio tra le etnie che scompaiono

Popoli al tramonto

Il mondo di oggi non prevede le civiltà minori, a cui non restano che due alternative: integrarsi o scomparire.

di Gabriella Saba

Cinquemila gruppi etnici, e cioè più di 300 milioni di persone disseminate un po' ovunque, dall'Africa nera all'Amazzonia (ma ce ne sono anche in Russia, in Canada, in Australia, in Nuova Zelanda, in quello che a rigore viene chiamato Primo Mondo): etnie minori che a un certo punto della storia sono state inghiottite da culture più forti, hanno perduto il senso della loro identità, si sono consumate senza riuscire (o volere) integrarsi. Adesso le leggi internazionali riconoscono il loro diritto di esistere, ma nel frattempo le cose si sono complicate. Perché molti di quei popoli si sono ibridati, altri faticano a trovare una nuova identità e intanto vivono ai margini della vita sociale, e affogano il loro fallimento nell'alcol e nella violenza. Pretendere che ritornino alla loro cultura d'origine è in molti casi antistorico, e un po' ipocrita. Come dimostrano gli esempi che troverete in queste pagine: cinque tra le migliaia possibili, che non pretendono ovviamente di essere esaustivi, ma sono illuminanti dell'involuzione spietata di questi piccoli popoli.

Pigmei baka

Sono tra le 20.000 e le 30.000 persone, disseminate nel territorio camerunense: piccoli uomini e piccole donne alti tra 1,35 e 1,50. Fino a poco tempo fa spadroneggiavano nella foresta pluviale, ma poi il governo ha cominciato a tagliare e vendere alberi per pagare l'altissimo debito estero e i pigmei baka, una delle etnie più autentiche e pacifiche dell'Africa Centrale, si sono trovati a dover fare i conti con la perdita della loro identità. Già, perché il disboscamento non si è limitato a sfoltire la foresta ma ha prodotto, come sempre, una serie di guasti a catena. Per esempio ha alterato l'habitat naturale dei baka, tanto da costringerli a cambiare il loro stile di vita. Centinaia di bulldozer hanno scavato strade larghe e diritte che hanno spazzato i villaggi dei pigmei, costringendoli a spostarsi ai margini della foresta, ad abbandonare vecchie abitudini e ad assimilare quelle degli altri villaggi: da cacciatori che erano si sono dovuti improvvisare contadini, da nomadi sono diventati stanziali, ma soprattutto hanno dovuto integrarsi con il resto della popolazione. E questo, sulla carta è un bene, in pratica no. Perché i placidi baka sono snobbati dalle etnie più evolute, come i bantu, che li sfruttano e li utilizzano come manodopera a basso prezzo, giocando sul fatto che quelli sono di buon carattere e si fanno sottomettere senza storie. Vederli adesso è uno spettacolo triste: uomini e donne mignon, sospesi tra passato e futuro, ai margini della vita sociale, che dipendono dai bantu per tutto, compresi i rifornimenti alimentari. Sono diventati più deboli e si ammalano spesso, di malattie contro cui non hanno anticorpi. E' durante la stagione secca che i baka ritornano nella foresta e alle loro capanne e riprendono la loro vera pelle: si nutrono di quello che trovano, pescano l'acqua con foglie che dispongono a forma di bicchiere, accendono il fuoco con le pietre, le donne vanno a pesca, gli uomini a caccia. Dura pochi mesi. Il tempo di recuperare un po' di quella dignità di popolo che hanno perso. Poi, torneranno nei villaggi e riprenderanno, con fatica, la strada verso l'integrazione.

I boscimani del Kalahari

"Nessuno tranne i boscimani originari della Riserva naturale del Kalahari può entrare nella suddetta riserva senza aver prima ottenuto un permesso scritto dal Commissario distrettuale di Ghanzi". Così stabiliva il decreto governativo n. 38 del Protettorato del Bechuanaland., emanato nel 1963. Quel decreto non è mai stato modificato da nessuna legge, ma è di fatto disatteso. Perché in quella riserva, che per inciso è un grande, affascinante deserto zeppo di diamanti, i boscimani, o san, o basarwa, come vengono chiamati in questa zona, non solo non possono entrare liberamente ma ne sono stati buttati fuori, con la scusa di dirottarli verso strutture più moderne, più efficienti e, parole di uno dei responsabili dell'iniziativa, "più consone ai tempi che viviamo, e a una popolazione che aspira come tutte a uscire dall'ombra lunga del passato". Ed è così che quei 1.500-2.000 boscimani, che per trentamila anni avevano abitato nella riserva, sono stati dirottati in massa prima verso Xade, una cittadina al confine occidentale della riserva, poi a New Xade, un posto ancora più lontano e improbabile, questa volta a 45 chilometri oltre il confine. Basta fare un salto nella prima città per capire che razza di innesto forzato sia stato imposto a questa gente: le capanne ad alveare sono state trasformate dai nuovi abitanti in una sorta di rifugi della savana, pezzi di cespugli sono stati trascinati dal deserto fino alle case, per allontanare i predatori. Non tutti i boscimani però hanno accettato di trasferirsi: un paio di centinaia sono rimasti, a fare la vita dei loro padri e nonni. In gran parte vivono nascosti, per paura di essere scoperti e scacciati. "Non rinunceremo mai alla vita del veld", dicono tutti. "Qui siamo nati e qui moriremo". Non prendono una lira per i turisti che visitano la riserva, chiusa, fino a dieci anni fa, proprio perché era territorio dei boscimani, e gli è stato proibito di avvicinarsi agli animali. E dire che vivevano di caccia. Ma è sempre meglio che abitare in quella squallida cittadina che è New Xade: lì, non ci sono animali né possibilità di lavorare decentemente, il veld è avaro di prodotti, l'alcolismo è generalizzato e le ragazze si prostituiscono per due lire.

Yanomami

Chi non conosce gli yanomami? Sono l'ultima grande etnia della foresta amazzonica, 12.000 persone che vivono in una zona di valli e montagne basse tra Brasile e Venezuela, coperte in gran parte di foreste. Abitano in case comunitarie, praticano stravaganti riti magici e usano, per cacciare, le frecce dalla punta imbevuta di curaro. Sono tradizionalmente nomadi: si spostano a seconda delle necessità, e degli esiti delle guerre con i popoli vicini. Non conoscono la proprietà privata, mettono tenda di volta in volta, dove gli occorre. Assumono allucinogeni, che rappresentano il tramite tra gli umani e l'hekurà, la divinità che incarna lo spirito della natura. Anche gli yanomami sono minacciati. Il disboscamento della foresta amazzonica ha compromesso gli equilibri del loro habitat, e il contatto con popoli sconosciuti ha portato nuove malattie, come dissenteria e influenza, di cui muoiono a centinaia. Tanto che perfino l'incremento demografico si è fermato: la sola epidemia di morbillo del '68 bastò a far fuori oltre il 15 per cento della popolazione.

Innu del Canada

"Il problema più grave che i canadesi devono affrontare". Così la Commissione per i Diritti Umani dell'Onu ha descritto, nell'aprile del '99, la situazione degli innu del Canada. E ha condannato nella stessa occasione questo paese per le violazioni dei diritti umani del popolo indigeno. Quali violazioni? Gli innu non sono stati massacrati né torturati, non c'è mai stata una repressione militare e la loro cultura non ha mai subito aggressioni formali. Eppure gli innu, circa 20.000 persone che rappresentano la popolazione dominante della penisola del Labrador, stanno morendo. Il numero di suicidi tra di loro è tra i più alti al mondo (178 ogni 100.000 abitanti, contro i 14 su 100.000 del resto del Canada), il tasso di alcolismo cronico sta crescendo esponenzialmente e con questo, parallelamente, anche il numero di violenze. Niente a confronto del Tibet, a cui gli innu si paragonano. Ma anche loro, come i tibetani, stanno progressivamente rinunciando alla loro dignità di popolo, calpestata, sostengono, dall'intromissione canadese, dalla pesante, dalla sottomissione larvata alla cultura dominante.

Fino alla metà del secolo scorso, gli innu erano nomadi. Vivevano essenzialmente di caccia al caribù, credevano in un ordine cosmico basato sull'esistenza di forze spirituali che avevano origine da eventi naturali, non seguivano regole, i ritmi di vita erano assai lenti.

La sedentarizzazione imposta dal governo canadese ha tolto il fondamento del loro senso di esistere: e infatti gli innu non si sono mai rassegnati a esercitare lavori stanziali, a piegarsi a una cultura che si basava, tra le altre cose, sull'aggressività e la prevaricazione. In altre parole, si sono rifiutati di integrarsi.

In realtà, da qualche tempo il governo canadese ha cercato di mettere una toppa. Per esempio si è deciso di far eleggere nelle comunità innu una Band Council, con poteri di amministrazione autonoma, e si sono finanziati un certo numero di organismi che li rappresentino presso le organizzazioni non indigene. Nel '90, la Suprema Corte del Canada ha ridotto le restrizioni alla caccia e alla pesca, ed è stato perfino varato un Outpost Programme, che offre alle famiglie un viaggio in aereo per andare a cacciare nelle campagne. Leader aborigeni stanno lavorando in partnership con molte compagnie canadesi per cercare di venire incontro alle richieste degli innu, di promuovere il loro sviluppo e la realizzazione di infrastrutture.

Secondo gli innu, però, si tratta solo di palliativi che non minano il presupposto di fondo: che quella degli akanishau, i bianchi, sia per i canadesi, una cultura superiore, che le regole essenziali siano già scritte, e che il resto siano giochini per gonzi.

I popoli del nord della Russia

E cioè sia quei popoli che vivono da sempre nell'immensa fascia di territorio russo-siberiano, fino al confine russo-cinese di Vladivostock, sia quelli che arrivarono dall'Asia Centrale, si sovrapposero alle popolazioni paleo-asiatiche o vi si mescolarono. Dei primi fanno parte gli Ainu, gli unici morfologicamente europei, praticamente scomparsi (già nel 1926 se ne contavano appena 32), al secondo gruppo appartengono genti di stirpe tanguistica dagli strani nomi come Evenchi, Eveni, Oroci, Udeghi, ecc. Questi popoli vivono in un territorio immenso, hanno lingue e origini lontane, eppure, stranamente, abitudini di vita e cultura sono molto simili. Per tutti l'economia si basa su caccia, pesca e allevamento delle renne, le religione più diffusa è l'animismo sciamanico, incentrato intorno all'idea di una natura animata, che solo gli sciamani possono visitare, durante uno stato di trance indotto da tamburi e cantilene, oppure con l'assunzione di allucinogeni.

Tutto questo, per lo meno, accadeva prima che quell'immenso territorio diventasse Unione Sovietica e fosse costretto a seguire le regole imposte dalla dittatura stalinista. Perché, a partire dagli anni Trenta, ai cosiddetti "popoli del nord" fu imposto di parlare russo e, al contrario, fu proibito di dare nomi non russi ai propri figli, vennero costruiti internati per dare un'istruzione ai ragazzi che appartenevano a popolazioni nomadi: questi ultimi venivano staccati dalle famiglie e dal loro ambiente e vi tornavano soltanto a 16 anni, quando avevano perduto ogni legame con la cultura d'origine. A partire dagli anni Sessanta, con il boom petrolifero, strade e ferrovie cominciarono a tagliare i pascoli delle renne, caterpillar e cingolati calpestarono la tundra. In Siberia centinaia di persone si ammalarono a causa dell'esposizione alle radiazioni durante gli esperimenti nucleari.

Da qualche tempo, le cose hanno preso un'altra piega. Nell'86 la protesta diventò legale, e molte cittadine ne approfittarono per ribellarsi e impedire la loro stessa distruzione. Intorno agli anni '90 cominciarono a nascere gruppi localisti come "L'Unione di Sami di Kola" e "Jamal per i nostri discendenti".

Il governo russo è diventato più comprensivo: tanto che ha istituito una serie di territori nazionali con diritto di autodecisione in campo economico, e nelle decisioni che riguardano i trasferimenti di popolazione e la distruzione degli insediamenti. I "popoli del nord" stanno in guardia: aspettano di vedere se si tratta di una manovra o di un colpo di rotta.

Crociate di oggi: le battaglie di Survival

di Stefania Garini

Survival, "sopravvivenza". È la sfida che ogni giorno devono affrontare migliaia di popoli tribali vittime di violenze, persecuzioni, genocidi. Ma è anche il nome di un'organizzazione impegnata dal 1969 a sostenere i diritti fondamentali di quei popoli. Survival aiuta ogni anno circa 50 etnie, dal Brasile all'India, dalla Siberia alla Tanzania, dall'Indonesia al Venezuela, privilegiando i gruppi più svantaggiati, quelli cioè che hanno contatti limitati con il mondo esterno e non sono rappresentati da altre associazioni. Il suo scopo non è fare assistenzialismo, ma incoraggiare le organizzazioni indigene a svilupparsi in modo autonomo, fornendo loro consulenze tecniche e legali. Nei casi di violazione dei diritti tribali, per esempio, Survival fa pressione sui governi o sulle multinazionali, organizzando conferenze stampa, producendo materiali informativi (in ben 11 lingue) e rivolgendo inviti ai propri soci perché scrivano lettere di protesta ai responsabili dei massacri e delle devastazioni. In qualche caso finanzia interventi d'emergenza su richiesta degli stessi popoli tribali, come è avvenuto in Perù, dove ha sostenuto economicamente alcune scuole indigene autogestite, o in Venezuela e in Brasile dove ha pagato i vaccini per gli Yanomami falciati dalle epidemie. Inoltre, pubblica riviste e dossier per far conoscere e valorizzare la cultura dei popoli in pericolo.
Per mantenere la sua indipendenza, Survival non accetta finanziamenti da nessun governo o partito politico, ma vive solo grazie alle quote associative dei suoi membri, sparsi in oltre 80 paesi. A metà degli anno Ottanta ha ottenuto l'aiuto del regista Roland Joffè e della troupe del film "Mission" per la costituzione di un fondo a favore del popolo Waunana, protagonista del film. Naturalmente i riconoscimenti non sono mancati. E infatti, nell'89, l'organizzazione ha ricevuto il prestigiosissimo Right Livelihood Award, un premio che è considerato il Nobel per l'impegno alternativo.

Survival International
Tel.: 02 8900671
E-Mail: survival@tin.it
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c.c.p. 18151209

Volontari per lo sviluppo - Gennaio 2000
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