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Burundi - Incontro con Monsignor Simon Ntamwana

Il paese abbandonato

Il Burundi è ancora lontano dalla pace. Colpa della comunità internazionale latitante e degli Stati Uniti, che soffiano sul fuoco.
Un arcivescovo d'assalto spiega cosa succede oggi nel paese africano.

di Silvia Pochettino

Monsignor Simon Ntamwana è arcivescovo di Gitega e presidente della Conferenza episcopale del Burundi. È un uomo semplice, dal sorriso cordiale, dai modi alla mano. Oggi è uno dei personaggi chiave negli equilibri politici del Burundi. È stato grazie alla sua opera di mediazione se, nel '94, il paese non è esploso in seguito ai massacri nel vicino Rwanda. Accanto a lui i vescovi del Burundi continuano a prendere posizioni coraggiose per la pacificazione, in particolare in occasione dei recenti colloqui di Arusha. Ntamwana è uno che, come si dice, le cose non le manda a dire, né agli hutu né ai tutsi, e nemmeno alla comunità internazionale. E proprio dei rapporti con quest'ultima ha parlato a Vps, in occasione del suo ultimo viaggio in Italia, qualche mese fa.

Monsignore, qual è il rapporto tra il conflitto in Burundi e le tensioni nell'intera regione dei Grandi laghi? È possibile pensare alla pace nel paese senza considerare una soluzione per tutta l'area?
La pace in Burundi non è in nessun modo possibile se non si ottiene anche nei paesi vicini, perché la matrice del conflitto in Burundi è la stessa che in Rwanda, in Congo e in Uganda. Si è parlato molto di conflitto etnico, ma voglio chiarire che questa è un'analisi superficiale e fuorviante. La prima causa di queste guerre non è la bipolarità etnica, ma piuttosto la caccia al potere politico inteso come fonte di ricchezza, come risorsa economica per i clan familiari. Quando i nostri intellettuali raggiungono il potere, questo diventa fonte privata di benefici per sé, per la propria famiglia, per i membri del proprio clan. Sotto questo aspetto è quindi facile interpretare il legame di sangue come un elemento distintivo del conflitto. Questa distorsione nella concezione della politica riguarda tutti i paesi e va affrontata congiuntamente. Inoltre, il conflitto è ormai transnazionale; molti gruppi armati si spostano da un paese all'altro e non ci sarà pace duratura se non troveranno risposta alle loro richieste. Tanto per fare un esempio, come può Museveni dire semplicisticamente "a voi burundesi consiglio la pace" quando non riesce a fermare i massacri in casa sua, che significato ha che Kagame ci imponga un embargo, lui che non ha ancora saputo affrontare il dramma del suo paese?

In definitiva, di chi è dunque la responsabilità?
La prima responsabilità è di chi fornisce le armi. Nessuno dei nostri paesi le produce, eppure non sono mai mancate. Arrivano dal Sudafrica, dall'Egitto e dai paesi dell'Est, ma in questo "traffico" è implicata tutta la comunità internazionale. Perché, dunque, in questo settore l'embargo non funziona? Semplicemente perché le potenze economiche e politiche mondiali vedono nella regione dei Grandi laghi un terreno di interesse economico, basti pensare alle potenzialità delle ricchezze dell'ex Zaire. Ci sono però da fare delle distinzioni. In Burundi, che non ha ricchezze particolari, più che di interesse strategico è giusto parlare di "responsabilità di omissione" da parte della comunità internazionale. L'Unione europea è sparita dal paese. Le ambasciate vengono chiuse, restano solo i consolati, e tranne lo sforzo isolato di associazioni come la vostra (il Cisv, Comunità Impegno Servizio Volontariato, ndr), i tagli alla cooperazione hanno reso il Burundi una regione abbandonata. La ragione sta probabilmente nella vostra storica paura nei confronti degli Stati Uniti.

In che senso?
Nel senso che in tutta la regione dei Grandi laghi sono i soli a essere rimasti e a determinare la politica dell'area. L'intervento Usa è stato massiccio in Rwanda, dura da tempo in Uganda e ha cercato di installarsi anche in Congo con Kabila, anche se si è trattato di un tentativo non riuscito. La presenza statunitense non è stata in grado di stabilizzare l'area, non è stata affatto rassicurante, forse perché è rivolta ai propri interessi e non alla ricerca della pace. Non solo. Tra i molti effetti c'è stato quello di aver portato divisione e instabilità anche all'interno della Chiesa. In questo momento si assiste a una proliferazione impressionante di sette religiose che parlano inglese, portano la marca americana, beneficiano di finanziamenti, destabilizzano le nostre parrocchie, le diocesi, fino al paese intero. Solo in Burundi dal '92 a oggi siamo passati da una ventina di comunità protestanti a oltre duecento.

Quale interesse avrebbero gli Stati Uniti a indebolire la Chiesa nell'area?
Non posso affermare che esista una vera strategia di destabilizzazione, ma di una cosa sono sicuro: questa regione è la più cattolica di tutta l'Africa, e sappiamo che le prese di posizione della Chiesa in materia di controllo demografico, di aborto, in generale delle libertà umane, sono molto diverse rispetto a quelle degli Stati Uniti. Quale mezzo migliore allora delle sette come "punta di penetrazione culturale", una sorta di liberismo religioso che si accompagna al neoliberismo economico e alla colonizzazione culturale che gli Usa stanno attuando in tutto il mondo?
Le sette sono per definizione portatrici di divisione, e in qualche caso non si tratta nemmeno di comunità religiose, ma politiche, che rifiutano non solo l'autorità della Chiesa ma anche dello Stato, e arrivano a dividere le stesse famiglie. Le faccio un esempio: certe sette predicano che non bisogna ingerire niente che contenga alcol, se si vuole essere salvati da Dio. Ora, la banana in Burundi condiziona tutta l'economia del paese, noi viviamo della banana, ma la banana contiene alcol. In conclusione, seguire queste sette vuol dire cambiare radicalmente tutto il nostro modo di vivere e di essere, vuol dire destabilizzare l'intera società.

Qual è dunque la strada da percorrere per costruire una pace vera?
Prima di tutto quella del dialogo, e dialogo vero tra tutte le parti in causa, senza escludere nessuno, neppure ì gruppi armati, come è successo nei colloqui di Arusha, perché un gruppo escluso dai colloqui si sente in diritto di continuare a seminare il terrore in nome della sua esclusione.
E poi la strada dello sviluppo. Non ci sarà mai pace vera senza il soddisfacimento dei bisogni primari della popolazione. Per questo credo che l'interruzione della cooperazione sia stato l'errore più grave della comunità internazionale. E rinnovo l'invito a voi associazioni (gli unici organismi a essere rimasti a fianco del nostro popolo in questi ultimi anni) a rafforzare ulteriormente la vostra solidarietà per costruire la riconciliazione attraverso progetti che aiutino veramente la gente a vivere meglio, a essere più consapevole della propria situazione. Non sempre, infatti, i grandi progetti della cooperazione bilaterale hanno migliorato davvero le condizioni del popolo. Prendiamo per esempio l'elettrificazione del paese. Un progetto che ha richiesto infrastrutture enormi, ma che è piuttosto privo di senso se si pensa che la corrente arriva poi a case che solo con molta fantasia si possono definire tali. Questi grandi progetti sono studiati solo per le città e aumentano il divario tra queste e la campagna, introducendo nella società ulteriori divisioni. Bisogna dunque ripensare tutta la cooperazione, puntando su una seria politica agricola e su un'opera di riconciliazione nazionale che passa attraverso piccoli progetti di vera giustizia economica.

Un progetto per le aree rurali di Rusamaza e Nyabibuye

Le colline tornano a fiorire

Rusamaza e Nyabibuye sono due insediamenti nel Burundi occidentale, nel comune di Shombo. In questa zona collinosa, il Cisv sta per avviare un progetto per migliorare le condizioni alimentari della popolazione. Gli obiettivi sono due. Il primo, a breve termine, consiste nel sostegno concreto alla produzione zootecnica e artigianale attraverso la creazione di infrastrutture, in particolare di centri di stoccaggio e trasformazione dei prodotti agricoli, e di un centro di diffusione e miglioramento del bestiame. Verrà innanzitutto ristrutturata la sede del Centro agricolo di Rusamaza, specializzato nell'assistenza tecnica, una specie di punto nevralgico degli interventi. A Nyabibuye l'iniziativa principale sarà invece quella di installare un mulino, che servirà a intensificare le attività di stoccaggio e di trasformazione dei prodotti. A ogni centro faranno capo un certo numero di agricoltori associati che dovranno pagare una quota di adesione per partecipare all'assemblea generale, incaricata dell'elezione di un comitato di gestione. La vita economica dei centri sarà basata sul pagamento della quota associativa, sull'acquisto dei prodotti agricoli e sulla loro rivendita (all'ingrosso o al dettaglio), oltre che sull'acquisto di concimi poi rivenduti agli stessi agricoltori. A Rusamaza, per ricostituire il patrimonio zootecnico (gravemente ridotto in seguito ai massacri del '94-'95), verrà creato un centro per la diffusione di bovini, caprini, maiali e polli. Attraverso il coinvolgimento degli agricoltori beneficiari e delle loro famiglie si renderanno più produttivi circa 300 ettari di terreno; questo richiederà il miglioramento delle tecniche colturali, della fertilità del suolo, e la diffusione di sementi selezionate, cioè cereali e leguminose. Le attività saranno realizzate in stretta collaborazione con gli agronomi e i veterinari locali che, con il volontario inviato dal Cisv, forniranno l'assistenza tecnica necessaria agli agricoltori.

Il secondo obiettivo dei progetto, da realizzarsi nel medio termine, consiste nell'arresto delle erosioni che stanno minando gran parte del territorio. Molti boschi sono stati infatti distrutti in seguito all'aumento demografico, che ha determinato un maggior consumo di legna per la costruzione delle case. È previsto il rimboschimento di 250 ettari di territorio, mediante la creazione di 2 vivai da 50.000 piante ciascuno.

L'intervento del Cisv servirà anche a migliorare le condizioni abitative di alcuni centri della provincia di Karusi. Per questo si sosterranno le attività produttive di 11 gruppi di artigiani, impegnati nella produzione di tegole.

S.O.S. il tuo aiuto

Con 50.000 lire contribuisci al rimboschimento di un ettaro di terreno.
Con 50.000 lire sostieni il costo della formazione di un allevatore.
Con 60.000 lire acquisti le sementi e il concime per un contadino.
Con 100.000 lire contribuisci al fondo di garanzia per i crediti.

Puoi versare il tuo contributo sul ccp. 26032102 intestato a Cisv, corso Chieri 121/6, 10132 Torino, causale: Shombo - Burundi.

Volontari per lo sviluppo - Gennaio 2000
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