di Valeria Zonca
Per andare a scuola Bezire Haliti si alza tutte le mattine alle 5. Deve partire alle 6
per raggiungere Prizren, la città dove si trova il suo liceo. Bezire Haliti è kosovara,
ha 17 anni e vuole diventare medico. Non ha perso le speranze, nonostante i primi mesi
dell'anno siano stati anche per lei un incubo. È nel suo sguardo che ho letto i segnali
di un futuro possibile in Kosovo. Nel suo e in quello di migliaia di altri giovani
impegnati in prima linea a ricostruire una nuova nazione dalle macerie.
Ci divide solo il Mare Adriatico. E quindi mi sembra incredibile che a poche centinaia di
chilometri di distanza esista un mondo che riparte da zero.
Incontro Bezire nel villaggio di Krushe e Made, dove le azioni di impatto immediato delle
ong italiane Ipsia (Istituto pace e sviluppo innovazione Acli) e Csi (Consorzio di
solidarietà internazionale) hanno coordinato l'apertura di un community service, avvenuta
lo scorso 19 ottobre. Un centro di aggregazione dove vengono svolti servizi per la
comunità a sostegno degli anziani, delle vedove, dei bambini con handicap fisici o
psicologici conseguenti alla guerra. Bezire è stata una delle più attive nella
collaborazione con i volontari italiani, convinta che la ricostruzione sia possibile
"grazie all'aiuto che arriva dall'estero, ma solo se la popolazione locale viene
coinvolta nelle iniziative e nella ripresa delle attività quotidiane. Per non rischiare
una seconda occupazione".
Le associazioni hanno il loro quartier generale a Prizren, la terza città della provincia
della ex Jugoslavia, situata nell'arca tra il confine albanese e quello macedone,
circondata dai Balcani e da boschi rigogliosi, impraticabili perché ancora pieni di mine
antiuomo.
Quotidianamente mi sposto insieme ai volontari a Krushe e Made, Leshan e Mazrek. Negli
ultimi due villaggi è in corso il censimento della popolazione, per stabilire gli
interventi tecnici di ricostruzione più urgenti, in base al numero di persone che
compongono i nuclei familiari.
Ma da subito capisco che questo censimento ha anche lo scopo di instaurare relazioni e di
ricostruire le comunità. Prima sono stati completati i rilievi tecnici che hanno permesso
la stima dei danni e dei materiali necessari alla riparazione delle case, poi sono stati
definiti gli accordi con le commissioni che gestiscono la vita amministrativa dei
villaggi, per dare inizio ai lavori. Ha già preso il via la fornitura di stufe, legna e
vestiti invernali, soprattutto nei villaggi a popolazione serba della zona sud-ovest del
Kosovo. Verrà fornito sostegno anche alla ripresa delle attività delle piccole aziende
attraverso la fornitura di macchinari, pezzi di ricambio e formazione del personale.
Quaggiù in pianura il verde non manca e il paesaggio che si incontra è quello di
immensi campi da coltivare, serre e villaggi agricoli, l'80 per cento dei quali è andato
distrutto. Case, ristoranti, infrastrutture, pompe di benzina: rimangono solo i resti di
incendi e atti vandalici, all'esterno e all'interno delle abitazioni. E carcasse di auto
carbonizzate. Anche gli animali sono stati bruciati: per comperare una mucca attualmente
il prezzo di mercato è di circa 1 milione e mezzo. Troppo, anche se per molte famiglie i
pochi animali e un pezzo di terra da coltivare hanno costituito per anni l'unica fonte di
sostentamento.
Dall'89 la distruzione delle cooperative agricole e la disoccupazione, l'umiliazione, le
minacce, l'apartheid: scuole elementari parallele, punti di aggregazione separati,
terrore. Nessun kosovaro albanese poteva recarsi in un locale frequentato da serbi.
Nell'ultimo anno poi, nessuno aveva più il coraggio di uscire la, sera. La paura era
troppo grande.
Ma Bezire non ha avuto paura quando, all'inizio del conflitto, ha deciso da che parte
stare. "Ho aiutato l'Uck. Tanti amici avevano deciso di scappare sulle montagne a
fare la resistenza. Io andavo a fare la spesa, cucinavo e portavo loro i viveri. Era
pericoloso, ma in quei momenti non me ne rendevo conto, pensavo che la mia morte avrebbe
avuto un senso".
Lo scorso 28 marzo truppe regolari e paramilitari serbe hanno accerchiato il paese. Era
rimasto libero solo il passaggio a nord-ovest: chi abitava li ha potuto scappare. Per gli
altri due terzi del villaggio il destino era già segnato.
Ilir Gashi lavorava a est del paese ed è scampato a una fucilazione di massa. Nonostante
ancora adesso non riesca a spiegarsi la lucidità con la quale si è finto morto per
riuscire a scappare, guarda al futuro e gestisce una taverna dove cucina pollo e un'ottima
salsiccia alla piastra e dove offre la raki, la grappa kosovara a base di prugne, doc:
"è fatta in casa da mia suocera".
Refki Krasniqi non dimentica di andarlo a trovare ogni giorno per fare due chiacchiere con
lui e ascoltare musica. Studia all'università per diventare professore di inglese ed è
anche un eccellente ballerino. Occhi azzurri e fisico atletico. In una discoteca di
Prizren una sera si scatena ballando la breakdance, io vorrei ballare con lui ma non
riesco a mantenere i suoi ritmi. Semplicemente mi sorride sussurrandomi: "Erano due
anni che non ballavo".
Krushe e Made è uno dei tanti simboli della pulizia etnica: tra coloro che avevano
deciso di rimanere sono state uccise 280 persone. Cento sono attualmente disperse, e sono
state trovate nei dintorni fosse comuni che "ospitavano" circa 180 persone. Su
1100 case del villaggio 975 sono state bruciate. Mentre parlo con la gente viene trovata
una fossa comune con 79 cadaveri, di cui 19 non sono stati ancora identificati. Kadri
Dellova, professore di sociologia alla scuola superiore di Krushe e Made, mi racconta di
un'iniziativa: "Per rendere giustizia e dignità alle nostre vittime vogliamo fare un
museo all'interno della scuola per non dimenticare la brutalità che ha colpito il nostro
villaggio. I morti erano tutti professori, medici, ingegneri. Adesso il problema sono le
donne, quelle rimaste vedove e quelle che portano i segni delle violenze subite. Loro non
sono disposte a raccontare. Per la religione musulmana lo stupro è ancora un tabù".
Musulmani sì, ma non integralisti. Il tessuto sociale che riscontro sembra più il
risultato di una società di stampo patriarcale che riconosce l'unico punto di riferimento
nel capofamiglia. Nessuna donna è obbligata a indossare il chador, ma in alcune famiglie
le donne non mangiano insieme agli uomini di casa e agli ospiti, cucinano e si ritirano in
un'altra stanza. Molte camminano a testa bassa per la strada e si tengono a distanza di
sicurezza, diffidenti nei confronti degli "stranieri". Mi sembra di fare un
passo indietro di 50 anni, paragonabile ai racconti che ho sentito sul secondo dopoguerra
nelle zone rurali dell'Italia. Ma il processo di cambiamento è già in atto, almeno per
quanto riguarda la consapevolezza. "Sogno un Kosovo libero e più conforme alla
cultura europea. I giovani vogliono studiare e lavorare per costruire una nuova
nazione": Burim Duraku ha 20 anni, ha perso il padre e uno zio nella guerra e vuole
diventare avvocato. "Così potrò difendere chi subisce soprusi".
Tutti i giovani che incontro desiderano riaffermare i valori della cultura albanese
abbandonando però fanatismi, discriminazioni sociali o sessuali. In poche parole,
vogliono la pace e sentirsi parte della nuova Europa, senza differenze e confini:
ascoltare la stessa musica, guardare gli stessi film, idealizzare gli stessi miti -
Leonardo di Caprio, i Backstreet Boys e i calciatori del campionato italiano -, bere la
"vera" Coca-Cola al posto del surrogato indigeno, indossare gli stessi abiti
griffati "che rendono tanto belle le ragazze oltre il mare". Le nazioni
occidentali sono viste come un possibile punto di passaggio: per formarsi e specializzarsi
professionalmente o per guadagnare un po' di denaro per poi fare ritorno in Kosovo. Medico
e insegnante sono le professioni più ambite dalle teen-ager kosovare. Avvocato e
architetto dai ragazzi. "Spesso nelle famiglie mancano i soldi necessari per
continuare gli studi: ora che molte famiglie sono state spezzate e non abbiamo più
nemmeno un tetto dove dormire sarà ancora più difficile" spiega Burim. Ma non manca
la speranza. Lo si vede dal modo in cui ogni abitante si è rimboccato le maniche per
ricostruire e dare un'identità al proprio paese.
Durante il giorno Prizren si accende di allegria e di colori grazie ai suoi mercati
all'aperto. Come in un bazar arabo si trova ogni tipo di cianfrusaglia, abiti all'araba e
all'occidentale, verdura e frutta di stagione che le donne portano dalla campagna
circostante.
La sera fino alla mezzanotte, quando scatta il coprifuoco, la città si trasforma in un
grande "campo di caccia al divertimento". Ristoranti, bar, locali dove si può
anche ballare sono stracolmi di gente, soprattutto di giovani. Sembra di trovarsi in una
località turistica italiana. E anche le ragazze escono di sera. Ma se in città
l'immagine è quella di giovani donne che esprimono un'appartenenza all'occidente
nell'abbigliamento e nella scelta dei luoghi di aggregazione, nelle zone rurali la
situazione è molto più arretrata. Nei villaggi le ragazze, finita la scuola
dell'obbligo, cioè a 14 anni, sono in età da marito.
Bezire, Merita, Venera, Mimoza, Indire, Ariana sono solo alcune delle giovani voci
kosovare che sostengono all'unisono: "Dobbiamo impegnarci per aumentare i diritti
delle donne e per raggiungere pari opportunità. Se una famiglia ha a disposizione del
denaro lo dà ai figli maschi. Crediamo che la creazione del community service possa
rappresentare l'inizio di un cambiamento. Avremo a disposizione uno spazio per studiare,
leggere, riunirci e parlare dei nostri problemi".
Che i kosovari siano un popolo dignitoso, è fuori dubbio. Gli adulti dividono quel
poco che hanno con noi volontari, ci baciano e ci ringraziano, i bambini non chiedono mai
l'elemosina. Sono così diversi dai nostri, non piangono quasi mai e quindi non
"disturbano" i grandi. Ma non sanno giocare da soli. Spesso sono abbandonati a
se stessi, non per volontà degli adulti, ma perché le madri si ritrovano ad averne 5 o 6
per casa e non riescono a badare a loro. Ci guardano stupiti e ci seguono ovunque. Ma
basta organizzare una partita di calcio o una "bandiera" per scoprire nei loro
volti felicità e gratitudine.
La bandiera vera, quella albanese rosso fuoco con un'aquila a due teste stilizzata al
centro, sventola in ogni cortile e diventa un segnale di riconoscimento di etnia. Tra i
pochi serbi presenti nei villaggi a sud del Kosovo molti sono scappati, alcuni si sono
anche macchiati di atrocità enormi, altri, pur non avendo collaborato con la politica di
regime, hanno semplicemente scelto la fuga per paura di rappresaglie. Che comunque ci sono
state; perché le case dei serbi sono state bruciate dagli abitanti albanesi per impedire
il loro reinsediamento. E nessun albanese avrebbe potuto andare ad abitare in una casa
"nemica". I serbi che hanno scelto di rimanere vivono blindati nei monasteri e
nelle chiese ortodosse presidiati dall'esercito della Kfor. È davvero difficile, ora,
parlare di convivenza.
Qamila Elshani, 52 anni, di Leshan, mi racconta che dall'altra parte del suo giardino
c'era una casa abitata da un serbo. "All'inizio abbiamo avuto qualche diverbio per la
divisione del terreno e per la gestione del pozzo. Poi ci siamo accordati e abbiamo
vissuto per vent'anni senza problemi particolari. Non eravamo amici, ma ci rispettavamo a
vicenda". Scoppiata la guerra il vicino aveva promesso tranquillità e protezione
alla famiglia di Qamila. "Lui ha tenuto nascosti tre dei miei figli in casa sua per
una settimana. Dei miei figli ora non si sa più niente, sono dispersi. Voglio solo
poterli riabbracciare e desidero che, se non ci sono più, possano avere diritto a una
sepoltura dignitosa. Anche del nostro vicino non c'è più traccia". Appena esco da
casa sua un vicino albanese si avvicina e mi sussurra: "So per certo che
"quel" serbo ha tenuto prigioniere delle persone e poi le ha uccise. Ma se
questa notizia la diffondo io, rischio di essere preso per collaborazionista. Comunque il
desiderio di Qamila si è avverato, ma non come in una favola a lieto fine. Qualche giorno
dopo, un team di anatomo-patologi della Kfor britannica ha scoperto dietro la sua casa una
fossa comune con sette cadaveri, tra cui i corpi dei tre figli.
Per le strade colonne di carri armati della Kfor si aggirano per
"controllare" la situazione e ogni tre giorni distribuiscono viveri, farina,
olio, tende e coperte. Di solito la distribuzione avviene nella scuola del paese.
Fayik Kreyzieu è direttore da 5 anni della scuola elementare di Leshan. Che dal '92 è
stata divisa a metà, nonostante ci fossero 25 bambini serbi e 450 albanesi. Non giocavano
mai insieme, anche le ore di ginnastica erano separate. "I serbi si sono appropriati
del materiale didattico e degli strumenti del laboratorio come i computer. La polizia
veniva spesso a ispezionare i locali: ci hanno tolto i documenti, ci hanno minacciato,
hanno picchiato i bambini e distrutto i quadri con gli eroi della storia albanese".
Durante la guerra la scuola, così come le moschee, era per le truppe militari e
paramilitari serbe uno dei principali obiettivi da distruggere. Oppure il luogo-teatro
dove venivano condotti i prigionieri strappati dalle case, e dove avveniva la separazione
di donne e bambini dagli uomini.
Continua Fayik: "Abbiamo abbattuto il muro che divideva la nostra scuola e d'ora in
poi non permetteremo più che il passato ritorni. Dobbiamo guardare avanti e fare in modo
di garantire a tutti un'istruzione. Per anni noi insegnanti non siamo stati pagati, ma
abbiamo continuato a vivere il nostro lavoro come una vera e propria missione per la
comunità".
Andando da sud verso ovest si arriva nel comune di Vitine, in cui sono concentrati il
maggior numero di villaggi a popolazione cattolica come Stublla, Binça, Kabas. Un viaggio
attraverso le montagne che sono state teatro della resistenza dell'Uck. Adem Ninaj è
stato comandante di brigata e mostra con orgoglio i segni delle pallottole sul braccio.
"Non avevo paura e non avevo pietà durante la guerra. Con me c'erano anche due
ragazzi serbi che avevano aderito alla nostra causa. I prigionieri serbi li chiamavano
fratelli".
La realtà che si incontra qui è completamente diversa. Villaggi montani, ordinati e
ben costruiti che ricordano certe località della Svizzera. "Esteriorità perfetta,
ma è assolutamente un'apparenza". Chi lo dice è Pask Ballabani, emigrato in Italia
sin dagli anni Settanta e ora figura di riferimento di tutta la comunità kosovara del
Nord Italia. Da 14 anni non tornava nella sua terra di origine ma anche da lontano ha
sempre seguito le vicende del suo popolo. "L'economia qui è prevalentemente agricola
e pastorale. Alcuni dei centri abitati si trovano in alta collina, con disponibilità
ridotta di spazi coltivabili. Molti villaggi cattolici non sono stati distrutti per
l'intervento del parroco che ha soddisfatto in altro modo le richieste serbe. Anche per il
basso grado di distruzione gli aiuti faticano ad arrivare. Questa è una zona periferica,
lontana da vie di comunicazione importanti, grandi città, aree produttive, e per oltre
vent'anni la popolazione è stata ignorata dalle autorità politiche e amministrative
serbe che non hanno mai incoraggiato investimenti per servizi e infrastrutture.
Gli abitanti di Stublla sottolineano con orgoglio che la strada per il paese è stata
costruita e asfaltata da loro, così come loro stessi hanno creato la rete elettrica. Ma
il tasso di emigrazione all'estero è altissimo e i soldi che riescono a mandare gli
emigrati costituiscono la principale risorsa. La comunità serba è ancora presente nel
territorio e rimane nascosta. Secondo Ballabani, "prima di tutto va ricostituito il
tessuto sociale di questa zona e poi si può dare il via a uno sviluppo economico e
produttivo. Questo comporta anche il dialogo con la popolazione serba. Il problema è che
nessun membro, religioso o civile, della loro comunità ha pubblicamente ammesso l'errore
storico del regime né sta cercando di arrivare a una trattativa reale. Ma ci sono alcuni,
come don Lush Gergji, che si è sempre battuto per la convivenza, che stanno rischiando di
persona perché anche questa nuova ondata di terrore non venga strumentalizzata dalla
politica internazionale.
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Gennaio 2000
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