di Roberta Ribali
(testo raccolto da Paola Ciccioli)
Sarop ha due figli e fa la bracciante nelle risaie. Uso il presente perché, nonostante una mina le abbia staccato una gamba, lei tornerà a lavorare. Nessun altro potrebbe altrimenti mandare avanti la famiglia. Il suo primo marito è morto, ucciso dai khmer rossi. E il secondo è un alcolista. Non picchia né lei né i bambini, ma non è in grado di fare nient'altro che ubriacarsi. Sarop non piange, non si dispera. Nasconde il dolore dietro una gran voglia di raccontare e un'ostentata serenità. Si ritiene quasi fortunata perché i chirurghi le hanno salvato il ginocchio e, una volta applicata la protesi, lei potrà camminare ancora e guadagnare qualcosa per sfamare i figli. L'ho incontrata all'ospedale di Battambang, in Cambogia, dove ho effettuato, per conto di Emergency, uno studio preliminare sulle possibilità di riabilitazione psicosociale delle vittime delle mine antiuomo. Questa madre è uno degli 80 pazienti curati nell'ospedale costruito in quella zona da Emergency, una struttura molto efficiente e pulita, attrezzata per poter intervenire anche in piena notte sulle donne, gli uomini e i bambini dilaniati dalle esplosioni. Durante le tre settimane che ho trascorso a Battambang l'estate scorsa, ho raccolto le storie di queste persone, ma anche dello staff medico e infermieristico locale, oltre che della gente che vive in città e nei villaggi limitrofi. L'ostacolo della lingua, nonostante la collaborazione di un traduttore, non sempre ha permesso però di penetrare fino in fondo il dramma di una popolazione segnata dalla violenza della guerra, da una grandissima povertà, dalla distruzione dei legami di parentela e da una diffidenza radicata e diffusa.
La provincia di Battambang è sempre stata considerata come una delle più fertili e ricche della Cambogia, per la natura del terreno, per l'abbondanza idrica, per la presenza di un efficiente sistema di irrigazione (al tempo della cultura Angkor erano addirittura possibili tre raccolti annui di riso) e per le risorse forestali. Gli insegnanti dell'Istituto tecnico agrario di Battambang dicono che le infrastrutture agricole, in passato efficienti e funzionali, sono state devastate dalla guerra e dall'incuria, con la conseguenza che per la gente è molto difficile sopravvivere. Capita che i contadini muoiano letteralmente di fame. E, nei villaggi della provincia, lo spettacolo è quello di bambini e anziani segnati dalla denutrizione. I pazienti con cui ho potuto parlare provengono essenzialmente da questo contesto e sono per lo più agricoltori o taglialegna. Tutti ammettono di essere ormai ben consapevoli del pericolo rappresentato dalle mine disseminate nelle campagne e nei boschi. Ma la necessità economica è tale da costringerli ad affrontare il rischio: sanno che possono morire o rimanere mutilati. La consapevolezza non è però un antidoto sufficiente, vista la necessità assoluta di guadagnare. Le donne, moltissime delle quali vedove, lavorano. Ma, quando è possibile, non vengono mandate nelle zone ritenute più pericolose. È un'incombenza da uomini. A meno che, come nel caso di Sarop, in casa non ci sia alcun maschio in grado di assumersi delle responsabilità. Per i più piccoli ci sono altri modi per incappare lo stesso nelle mine. E nell'ospedale di Battambang i bambini rappresentano almeno un quarto dei ricoverati, in mezzo ai quali anche alcuni poliomielitici. I ragazzi, cui spesso sono affidati gli animali, vanno nei campi a pascolare le mucche e per precauzione camminano dietro a loro: se le bestie non saltano in aria, sono sicuri che nella terra non si nascondono mine. Che, specie nella stagione delle piogge, quando il terreno si allenta, affiorano più facilmente in superficie. Capita addirittura che i bambini, come gli adulti, le riconoscano e le portino a casa per cercare di smontarle e vendere l'esplosivo e il metallo con cui sono state fabbricate.
È evidente che le operazioni per aprire le mine sono rischiosissime e i cambogiani ne fanno le spese, rimettendoci le braccia, le gambe, l'integrità fisica. Dal punto di vista dell'aiuto psicologico, ho constatato che per questi pazienti è importante sapere di poter contare su un supporto esterno valido, che può essere rappresentato anche semplicemente da un amico in grado di prestare un primo sommario soccorso. In qualche caso, la vista delle conseguenze dell'esplosione è talmente scioccante, che le persone vicine al ferito scappano. Così si può perdere del tempo prezioso e la persona mutilata, che all'improvviso vede il suo corpo non più integro, può sentirsi disperatamente abbandonata. Durante i colloqui è emerso il bisogno di una maggiore informazione sull'esistenza dei presidi sanitari. C'è da dire che nella società rurale khmer le recenti vicende storiche hanno alterato in modo profondo perfino la comunicazione interpersonale diretta. E il passa-parola da un villaggio all'altro, da un nucleo familiare a quello vicino anche pochi metri non è da darsi per scontato. Il silenzio e la sfiducia reciproca sono parte del retaggio imposto per anni ai cambogiani che sono sopravvissuti alla politica dei khmer rossi, alle invasioni e all'esilio. Quindi è essenziale che si sappia dove e come poter raggiungere un ospedale in grado di curare gratuitamente chi resta ferito nelle esplosioni. La persona traumatizzata che arriva al pronto soccorso e riceve cure adeguate può allontanare da sé la paura della morte. C'è però subito da affrontare l'incognita dell'intervento chirurgico e della possibile amputazione. E qualche volta, se anche gli occhi sono stati lesi, la perdita della vista moltiplica la paura del presente e dell'avvenire. Occorre dunque personale medico e infermieristico che abbia una preparazione psicologica e sia addestrato a un miglior ascolto dei pazienti. Critico è anche il momento in cui la persona operata si risveglia dopo l'anestesia generale. Disperazione, voglia di morire. Il ferito è a un drammatico bivio: entrare in depressione o, all'opposto, riuscire a elaborare quello che gli è successo.
La responsabilità dei sanitari è in questo momento molto forte: la capacità di riconoscere il problema e di dare un sostegno umano adeguato può determinare la riuscita o il fallimento del recupero psicologico e sociale della persona. Un medico khmer mi ha detto: "La guerra in Cambogia è finita. Eppure, ciascun cambogiano porta ancora la propria guerra dentro di sé e se la porterà dentro fino alla morte". Quello della violenza diffusa è infatti l'altro nemico da affrontare. Sok, un ragazzino di 15 anni, mi ha raccontato di aver assistito all'uccisione di sua madre da parte del nonno. Era un ex militare, uno dei tanti reduci che non sanno riadattarsi alla vita e si danno all'alcol. Un giorno ha cominciato a sparare all'impazzata, ha ferito lo stesso Sok e la nonna. Che, quando sono andata a Battambang, era con lui in ospedale: si aiutavano, si facevano compagnia. Ma il ragazzo era tormentato dal pensiero dei sette fratellini più piccoli rimasti a casa senza qualcuno che si prendesse cura di loro. Ho conosciuto anche un infermiere di 36 anni, Ichai, che in un campo di lavoro di Pol Pot ha visto morire di fatica il fratellino di 9 anni. Lui è riuscito a scappare in Thailandia, a studiare l'inglese e a prendere il diploma. Quando è tornato al suo villaggio, finita la guerra, non ha trovato più nessuno. La sua famiglia era stata sterminata. Non ha avuto né aiuto né solidarietà: tutti erano talmente poveri da non potersi permettere neppure questo.
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Gennaio 2000
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